[RevieWaste] Anathema – Alternative 4 ( by Salvatore Uttaro)

anathema-alternative4-coverParliamo di una band che ha influenzato nettamente la mia adolescenza e che ancora oggi ascolto molto volentieri, soprattutto il loro quarto lavoro che andrò tra poco a recensire. Stiamo parlando di Alternative 4 degli Anathema. La band dei fratelli Cavanagh , con questo album, ha iniziato il suo processo di maturazione passando da esordi prettamente doom ad un Gothic Rock che strizza l’occhio al passato ma tiene conto anche di nuove sperimentazioni ed influenze. A svolgere il ruolo da padrone sono, oltre che alla musica, i testi impregnati di una malinconia e di un male di vivere per nulla scontati.

Anche in questo caso rientrano in gioco tematiche care ai fan del Doom Metal, come totale abbandono , angoscia ed inutilità, ma in un modo totalmente differente. Questo disco non mi ha mai generato sensazioni di claustrofobica angoscia tipica di quando ho tra le mani , che ne so, un disco dei Cathedral (Niente in contrario verso i Cathedral eh. Tanto di cappello!) ma un qualcosa di molto più sottile, silenzioso. Parafrasando Montale “Spesso il male di vivere ho incontrato”. Ecco questo disco , per me, è il male di vivere messo a nudo, sviscerato e reso assimilabile anche per le menti (ed i cuori) più duri e refrattari a tali argomentazioni. Il tutto può essere sintetizzato con questo pezzo , tratto dalla quarta traccia dell’album (Lost Control)

Sto giungendo ad una fine

Ho capito ciò che sarei potuto essere

Non riesco a dormire, e così prendo il respiro e mi nascondo dietro la mia maschera più coraggiosa

Ammetto di avere perso il controllo

Perso il controllo…”

Il disco si apre con una traccia che ritengo uno dei tanti piccoli capolavori che adornano questo disco: Shroud of False, Velo di Falsità. Un pianoforte la fa da padrone accompagnando , anche se il termine più adeguato a questa piccolo (riferito alla durata del pezzo naturalmente) capolavoro sarebbe “esaltando”, la voce del cantante il quale in 5 semplici righe Lapidarie, nel senso di lapide (cit.) , ci da il suo biglietto da visita, il suo ingresso verso quel mondo fatto di rassegnazione e rimorsi chiamato “Alternative4”

Siamo solo un momento nel tempo

Il battito di una palpebra

Il sogno di un cieco

Visioni di un cervello morente

Spero che tu non capisca…”

L’effimera ed affannata esistenza dell’uomo, descritta come un momento nel tempo, un battito di palpebra. Un inutile e continuo cercare, e ri-cercare, chissà cosa. Un particolare che ho molto apprezzato è lo stacco tra pianoforte e chitarra elettrica avvenuto tra il finire della terza riga e la quarta. L’essere consci, consapevoli ed incazzati della nostra natura sfuggente ed, allo stesso tempo, rassegnati al fatto di non poter far nulla per cambiarla.

La traccia numero 2 (Fragile Dreams) ha un ritmo decisamente diverso dalla precedente quasi come a voler dire all’ascoltatore “Bene, ora sapete di che cosa stiamo parlando. Andiamo avanti!”. Un pezzo energico ed incattivito. Un colpo di martello ben assestato che fa penetrare, ancora più in profondità, un turbine di sensazioni al contempo affini e contrastanti

Oggi mi sono presentato

Alle mie sensazioni

In un’agonia silenziosa, dopo tutti questi anni

Mi hanno parlato… dopo tutti questi anni”

Il disco prosegue sulle note di Empy. Un pezzo che prosegue sulla falsariga della traccia precedente quasi esasperandola: chitarre ancora più energiche e presenti , intervallate da un intermezzo di pianoforte, fanno da contorno a sensazioni tipiche delle mattinate domenicali. Quella sensazione di immobile apatia in cui tutto ti appare fermo, irrimediabilmente (ed irritatamente direi) addormentato.

Ci apprestiamo ora ad ascoltare la traccia che citai ad inizio recensione “Lost Control” che si riallaccia, in qualche modo, alla prima traccia senza però esserne una pallida e scialba fotocopia. Un tenue giro di pianoforte, lontano e ripetitivo, accompagna la voce , stremata e malinconica, del cantate. Una traccia che sa sorprenderti presentando, uno alla volta, tutti gli strumenti che andranno a fondersi in un’unica e struggente melodia finale (che eviterò di citarvi in modo da lasciarvi almeno il gusto di assaporare il finale).

Come non parlare poi di “Inner Silence”? Una canzone che sa toccare l’interiorità di una persona, quasi senza far rumore. Delicatamente. Una sottile mano invisibile che sembra stringerti dentro (sarà questo il motivo per cui è stata intitolata Silenzio Interiore?) . Quel senso di impotenza, quella consapevolezza, quel sentirsi totalmente inutili. Sono riusciti a comunicare l’incomunicabile in sole 34 parole. Trentaquattro semplici parole in musica che trasmettono in maniera così intima e realistica, il dolore provato a causa della morte del proprio partner

When the silence beckons
And the day draws to a close
When the light of your life sighs
And love dies in your eyes
Only then will I realize
What you mean to me.”

Anche la musica in questo caso si fa veicolo di emozioni. La melodia raggiunge l’apice nell’ultimo verso della canzone e va via via scemando, scorporandosi uno strumento alla volta. Fino a lasciare solamente la batteria che si spegne molto lentamente in un ritmo che, all’ascoltatore attento, parrà molto familiare. Un battito del cuore.

Nella title track , una marcia lenta e disperata in onore ai vecchi tempi decisamente Doom , la voce di Vincent è imperiosa, quasi altezzosa. Un momento di lucida pazzia in cui si è consci che , prima o poi, tutto finirà , vita ed orgoglio. Ma in qualche modo egli sente che, in se, ha ancora una mente volenterosa… Dietro lo specchio dei suoi occhi psicotici!

Ed è proprio, forse, questa consapevolezza a concedere un minimo di speranza o , almeno, consapevolezza di se che emerge nelle ultime tracce, in particolare nell’ultima traccia (Destiny)

Lavo via le lacrime dallo ieri

E’ ora di cambiare, di portare via il dolore

Cosa posso ancora dirvi di questo disco? Magari a qualcuno non piaceranno questo tipo di sonorità, non sarà un lavoro alla portata (e all’orecchio ) di tutti, ma è innegabile che dietro questo disco vi è un lavoro sia a livello di musica che di testo, davvero non indifferente. E’ un disco ragionato, pensato. Non è la solita solfa trita e ritrita, non sono le solite band che devono per forza nascondersi dietro delle etichette per avere un’identità . Almeno un ascolto è VIVAMENTE consigliato, possibilmente in cuffia.

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Collective Waste

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