[RevieWaste] Il concerto di Neil Young a Roma (a cura di Sara Fabrizi)

998748_10201725769089111_1993925145_n“Rock’n’roll can never die”: il rock’n’roll non può morire. Lo cantava nel 1979, Neil Young, e continua a gridarlo oggi. Una banalità? Forse, ma non in bocca a lui. Nessuno come questo allampanato canadese, infatti, ha incarnato il rock in tutte le sue anime; lo ha vissuto dentro: nei nervi, nella pancia, nel cuore. Al punto che oggi ne porta addosso i segni: il viso solcato dalle rughe, la schiena ingobbita, l’aspetto terribilmente vissuto. Tutto, in lui, mostra le tracce di una lunga battaglia: quella contro l’alcol e le droghe, contro i fantasmi degli amici scomparsi, contro le nevrosi e i dolori d’una vita.

Questo segnato ma ancor energico rocker è ciò che mi sono trovata di fronte il 26 luglio scorso, in occasione del suo concerto romano a Capannelle. Appena arrivata si respirava un’aria strana. Tutto dava l’impressione che sarebbe stato un raduno di nostalgici. Verso le 20 nessuna folla oceanica, niente scene di delirio pre concerto, età media alta. Eppure qualcosa mi diceva che la serata avrebbe avuto uno sviluppo diverso, che non si sarebbe risolto tutto in un revival dei tempi andati tra canuti post hippies, che ci sarebbe stata una fusione tra il vecchio e il nuovo in nome del Rock. E così è stato. L’affluenza cresce vertiginosamente nel giro di un’ora. Tanti ventenni e trentenni. Tanto entusiasmo per assistere allo spettacolo di un mostro sacro del Rock. Il grande canadese compare sulla scena davanti a 8mila persone, accompagnato dal batterista Ralph Molina, dal chitarrista Frank “Poncho” Sampedro e dal bassista Billy Talbot. I Crazy Horse, appunto, incarnazione del Neil Young più rock, sigla mitica e titolare di un’impronta unica e inconfondibile. Senza esitazioni la band attacca Love And Only Love e prosegue con Powderfinger
Per la gioia delle prime file, Neil sfoggia da subito la “Old Black”, la gloriosa Les Paul nera, scorticata, modificata, riparata più volte in quarant’anni di musica. Per averla sempre lì, la chitarra che marchia il suo suono. Un suono elettrico grasso, ricco, nutrito di grandi sogni collettivi e altrettanto grandi sofferenze private. 998934_10201813264476441_17915736_nPerché questo avesse un senso, perché il concerto non fosse davvero un juke-box di vecchi ricordi per spiriti sconfitti, Neil Young aveva bisogno di nuove canzoni. Le ha trovate e infilate nel suo ultimo, splendido album, Psychedelic Pill. Assieme al maestoso riff della titletrack, dal vivo assume un valore decisivo, quasi uno spartiacque spirituale tra passato e futuro, Walk Like A Giant. “Una volta camminavo sulla terra come un gigante, io i miei amici volevamo salvare il mondo, volevamo che andasse meglio. Ci siamo andati vicino, poi il tempo è cambiato. Ma se ripenso a come ci si sente bene, voglio ancora camminare come un gigante…”. In questo il senso della sua presenza lì, del suo stare su quel palco a suonare con l’energia di un ragazzino. Come a voler parlare alle nuove generazioni, a dir loro che la generazione dei loro padri non ce l’ha fatta alla fine a cambiare al mondo ma che ancora ci spera che qualcosa di davvero rivoluzionario accada. Forse un incitamento a fare del tutto, anche se tutto ormai sembra perso. Un appello a tornare a porsi domande, perché forse ormai tanto avvizziti nell’animo siamo che rinunciamo persino a chiederci cosa è giusto e cosa è sbagliato. Neil recapita il suo messaggio di speranza dal palco. Qualcosa dello spirito collettivo della generazione del cambiamento va perpetuato, o per lo meno non dimenticato. Perché “there is a Hole in the sky“, c’è un buco nel cielo, non dimenticatelo, ammoniscono in coro i Crazy Horse in una nuova canzone svelata proprio durante il tour. A questo punto Neil resta solo in scena, solo con la chitarra acustica e l’armonica a bocca. Sento un livello di emozione altissima. E non è solo la mia. Un ragazzo affianco a me si inginocchia quasi in un gesto di sacra riverenza. Un’ovazione saluta Heart Of Gold e il pubblico canta in coro il successivo tributo a Dylan, Blowin’ In The Wind. Citazione non casuale, perché ad essa Neil aggancia un’altra nuova composizione, Singer Without A Song: se, come scrisse Dylan, la risposta è persa nel vento, la cantante senza canzoni è il simbolo di un mondo che ha smesso di farsi domande. E Neil la canta a 998778_10201813274996704_2014353239_nun vecchio piano elettrico, con incedere dolente. Chiusa la struggente parentesi in solitaria, Neil ritrova i Crazy Horse in Ramada Inn, altra splendida ed elettrica cavalcata tratta dal nuovo album. Poi recupera i feroci due accordi punk di Sedan Delivery e il suo sfascio esistenziale.  Il concerto si chiude con l’attesissima e liberatoria Rockin’ In The Free World. Trascinato dall’oceano di mani sollevate verso il cielo che gli si para davanti, Neil guida la band ordinando due “riprese” del ritornello prima di chiudere il brano. Richiamata in scena, la band regala altri due grandi momenti con lo straordinario affresco lirico e sonoro di Cortez The Killer e il propulsivo riff che sostiene Cinnamon Girl. Sulle ultime note, Neil alza la mano in segno di saluto, seguendo con lo sguardo lo sbracciarsi felice e disperato della gente assiepata sul prato e in tribuna. L’abbraccio tra band e pubblico è epico,  in quell’abbraccio si consuma la fusione tra performer e pubblico, tra vecchie e nuove generazioni , tra acustico ed elettrico. L’espressione  quasi marmorea ed inossidabile sul volto consumato di Neil Young sembra vacillare di fronte a tanta energia e condivisione. E non fa niente se mi aspettavo, o per lo meno speravo, che facesse più di qualche pezzo del mio album preferito “Harvest”. E non fa niente se in una veste così “elettrica” non avrei mai detto di vederlo esibirsi. E non fa niente se ha dato poco spazio alla sua struggente armonica. Va bene così. Ho capito che non poteva inscenare un raduno rock prettamente old style. Doveva rinnovarsi per parlare al nuovo, pur restando ancorato alle sue splendide radici. E l’ha fatto in maniera eccellente. Facendo vibrare l’aria di elettroni emozionantissimi.

Sara Fabrizi

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