Riflessioni post-ennesima visione di Easy Rider (di Sara Fabrizi)

1535707_10202962369843357_380598676_nParlano, parlano di libertà ma quando vedono un individuo davvero libero ne hanno paura.. E’ il tema che ha ispirato canzoni, film, letteratura… E’ l’ancestrale bisogno dell’uomo di affermare la propria individualità ed unicità in contrasto con le costrizioni e le convenzioni  sociali, è l’antica dicotomia Natura vs Cultura. Un tema che potrebbe sembrare trito e ritrito ma che non deve mai farci smettere di pensare. Proprio qualche giorno fa ho avuto modo di arrovellarmi di nuovo il cervello su questo dilemma rivedendo uno dei miei cult movie preferiti..Easy Rider.

Qui il tema della libertà individuale, intesa come irrinunciabile necessità di vivere a modo proprio stride fortemente con un contesto sociale dove si cercava di inquadrare ogni cosa nel rassicurante e nel già noto. E’ l’America della fine degli anni ’60 dove i fervori libertari di cambiamento spaventavano a tal punto lo status quo da uccidere letteralmente gli individui che si discostassero dalla “norma”.  Sia che si trattasse della Guardia Nazionale che spara su 4 giovani manifestanti in un’università dell’ Ohio uccidendoli, sia che si trattasse di un agricoltore conservatore e decisamente poco illuminato di un qualche stato del sud che uccide a colpi di fucile 2 motociclisti rei di avere capelli troppo lunghi o di indossare abiti un po’ sgargianti. Che poi chi stabiliva che quella norma fosse quella giusta? Come fa ad esser giusta una norma che prevede l’eliminazione fisica di coloro che semplicemente manifestano dissenso rispetto a degli schemi sociali obsoleti o rispetto a scelte politiche palesemente folli e guerrafondaie? E’ l’America dei grandi sogni e delle grandi possibilità che promette una libertà che spesso però teme e che intimamente combatte. E’ l’America delle grandi contraddizioni, del bigottismo sempre in agguato, della paura che se gli individui realizzassero davvero i proprio sogni di libertà il sostrato sociale andrebbe in frantumi.. E rivedendo Easy Rider queste consapevolezze mi tornano prepotentemente alla mente, ogni volta, ad ogni nuova visione. Il fantastico monologo di Jack Nicholson poco prima di essere barbaramente ammazzato con delle pietre dai bigotti del paesello è la verità rivelata. E pensare che in questo film il giovanissimo Nicholson riveste un ruolo di una mezz’ora, se non di meno. Ma il suo spiegare ai 2 sprovveduti  bikers Peter Fonda e Denis Hopper l’essenza della libertà in contrapposizione alle costrizioni della società è da applauso. Lo fa con parole semplici e tremendamente efficaci. Siamo tutti debitori di questo monologo. Siamo tutti debitori a Denis Hopper per aver diretto ed interpretato questo film. Siamo debitori alla sua colonna sonora, anche. Siamo debitori a The Byrds per “The Weight” e a Steppenwolf  per “Born to be wild”. Spero quantomeno con le mie riflessioni di aver stimolato l’interesse a vedere (anche se ne ho svelato il finale) e rivedere questo geniale film. E a riflettere sui molti spunti che offre.

Quando il cinema apre la mente ed insegna.

Sara Fabrizi

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