Kurt Cobain 20 anni fa… di Sara Fabrizi

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“Meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente”. Un verso di una canzone di Neil Young su un pezzo di carta, così Kurt Cobain il 5 aprile di 20 anni fa decise di lasciare quel mondo che gli doveva esser sembrato ormai invivibile, un fardello insopportabile la sua esistenza. Un fardello di cui pensò bene di liberarsi con un colpo di fucile in faccia nel garage della sua casa di Seattle. Sì, ne conosciamo tante di storie simili. Una rockstar giovane e all’apice di un bruciante successo che ad un certo punto non ce la fa più a reggere tutto
un mondo che si sente gravare sulle spalle e per liberarsi dal ruolo si priva della sua stessa vita.

C’è chi ha scelto di prendere droghe fino ad annichilirsi, chi altri modi. Cambia poco. A noi può sembrare assurdo un gesto del genere e quantomeno condannabile. Ci si domanda come si possa avere tutto e improvvisamente volerci rinunciare per sempre. Sono forse gli individui con maggiore sensibilità intesa come profonda empatia verso il resto del mondo a patire il peso di tutto. Kurt Cobain era di sicuro una di queste anime.
Uno che amava così tanto il genere umano da sentirsi fottutamente triste … questo rivelò nella sua lettera di congedo, quella lettera che lasciò come testamento spirituale indirizzandola all’amico immaginario della sua infanzia, Boddah. Chissà che prigione deve essere sembrata il successo al 27enne re del grunge. Chissà che lacerazioni profonde viveva, combattuto fra il desiderio di proseguire con la sua musica in maniera indipendente e al di fuori delle grandi major discografiche e i diktat del mercato, dei gusti, delle “pretese” dei fans. Sempre lì a pensare a come non deludere il suo pubblico che scalpitava fin da subito, fin dall’esordio dei Nirvana, in un modo che forse Cobain non si aspettava e da cui era spaventato. Sì perché il genere musicale che nacque proprio a Seattle, trasformandola da cittadina quasi anonima a tempio della musica rock, era un genere arrabbiato e di rottura. Un mix di punk, rock e metal che cantava il disagio di migliaia di giovani e il loro rigetto del conformismo. Una sensibilità musicale che per restare tale, per restare pura, doveva non “mischiarsi” col mercato, ma questo è mai possibile? Il giovane Kurt, che per l’aria sofferente e la bellezza richiama quasi l’immagine di un Cristo, era nato dalla scena underground e in quella voleva restare. A questo proposito sono illuminanti le parole di Jonathan Poneman, il discografico che con l’etichetta Sub Pop diede voce al grunge: “ Fu azzannato alle spalle da fama e successo, e con lui anche tutti noi diventammo preda di mille contraddizioni”. “ Volevamo solo essere una piccola alternativa alle major discografiche con un pugno di rocker reclutati nelle zone depresse dello show business americano che invece sono diventati leggenda, dando origine all’ultima drammatica, rivoluzione del rock’n’roll”. Una Rivoluzione perché riuscì a cantare il disagio di una generazione mediante il riscatto dal conformismo musicale e sociale. Drammatica perché l’esito che produsse in termini di successo planetario finì col fagocitare lo stesso meccanismo indipendente che l’aveva resa possibile. Kurt pagò il prezzo della liberazione musicale che aveva prodotto. Lui anima profonda e schiva non avrebbe potuto reggere la fama e il continuo sfiancante confronto con il pubblico. Lui la sua missione l’aveva compiuta. Forse non aveva più senso andare avanti. Un’immagine bellissima ci resta di lui. Il suo live unplugged in New York. Un ragazzo bello, tormentato e al contempo innocente. Con la sua camicia a quadri, i suoi jeans sdruciti, che prima di ogni pezzo parla ed introduce, alla Neil Young maniera. Forse un modo per entrare in intimo contatto con il suo pubblico, un modo per offrirsi a lui, quasi un patto che il rocker fa con i fans, come a dire “ti faccio entrare nella mia anima purché tu non mi sbrani”.

Sara Fabrizi

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