Nymphomaniac – Lars Von Trier

Von Trier ci racconta una favola malata. Il che può essere un bene, ma non per tutti i gusti, considerate le aspettative di un estimatore di Antichrist, per esempio.

Una favola dicevo, solo ispirata dalla realtà, ma che in compenso viene raccontata con sincerità, rivelando esplicitamente i punti in cui il racconto è forzato, sacrificato alla continuità della narrazione. È ovvio quindi che a Lars non importa. La cosa che lo spettatore nota però è l’involucro di Nymphomaniac. Due volumi, buon cast. La bravissima Charlotte Gainsbourg ma anche il limitatissimo Willem Dafoe, rinchiuso in un ruolo minuscolo per la sua statura. È questo involucro ingannevole che lascia perplessi. Se si fosse chiamato “Storia di una ninfomane/ A nymphomaniac story” avrebbe avuto un titolo più appropriato. Ma con questo titolo, le locandine con le facce da orgasmo e la “o” subliminalmente vulvica () si attira di certo il vasto pubblico curiosone sessuale di 50 sfumature di grigio. Ancora una volta il marketing che rovina. Certo, non è da tutti la visione di certe scene crude, specialmente quelle del secondo volume, ma certamente il campo rimane ampio. Quello che però lascia un po’ insoddisfatti (ammesso e non concesso che della ben fatta violenza e pornografia sia di per sé soddisfacente) è la mancanza di profondità del film. Riesce solamente ad essere lineare e ben realizzato, con una dose di emozioni forti che piace. “Bene ma non benissimo” quindi, essendo queste qualità sempre più rare nelle grandi produzioni. Ma mancano i connotati di un lavoro da maestro, quale Von Trier è. Nulla attira l’attenzione dal punto di vista registico, esclusi i tratti distintivi del regista, caratteristici e sempre piacevoli, come le grafiche da documentario, la suddivisione dell’immagine nello schermo in più scene. Cose che lo caratterizzano a partire da film precedenti, senza far trasparire innovazione. Spiccano i riferimenti eretici ed esoterici, che riescono a stuzzicare la curiosità ed un sano senso del mistico (estasi mistica, simbologia religiosa, numerologia et similia) seppur inseriti solo collateralmente.  Sarebbe ingeneroso inoltre sottovalutare la componente sessuologica: il disturbo sessuale in quanto tale è stato ben rappresentato, in tutte le sue declinazioni sociologiche e psicologiche, andando addirittura a speculare filosoficamente sull’amore e sul suo rapporto con la sensibilità umana. Un’impressione interessante che ho avuto è sul modo in cui alcuni dialoghi sono stati scritti: lo sceneggiatore  sembra a volte parlare con se stesso attraverso le voci dei dialoganti (penso alla Joe narrante e Seligman). Effetto interessante, che trasmette spontaneità, forse confondibile con superficialità, ma che tutto sommato rientra in un certo modo di scrivere. La fine poi è pensata per spiazzare, e conferma l’ipotesi del modo con cui l’intero film è stato preso: non si vuole lasciare molto più di una storia, una favola malata ben raccontata. E mi viene difficile lamentarmene.

Pubblicato da

Manuel D'Orso

Nel collettivo dal 2013, INTJ, appassionato di metal e musica sperimentale.

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