Tutte le strade portano a Miles

Ci ho provato. Mi sono allontanato dalla musica improvvisata nel tentativo di parlare d’altro: è stato così e non escludo lo sia anche in futuro. Ma il jazz è proprio la musica contro cui vado a sbattere continuamente, per tutta una serie di ragioni molto divertenti.
Per questo ho deciso di raccontarvi da dove viene questa mia strana passione. Tutto è cominciato con un disco abbastanza famoso che mi capitò fra le mani dopo mesi di ascolto compulsivo di American Idiot dei Green Day. Nel 2005 c’era ancora MTV e questo passava il convento se non volevi suicidarti prematuramente dopo aver guardato il video di The Reason degli Hoobastank. American Idiot lo consumai, arrivando a solfeggiare perfettamente Jesus of Suburbia. Si tratta di un album che ho amato, di un amore acerbo e adolescenziale. Poi però si insinuò in me quella curiosità per le cose complicate (e spesso inutilmente tali) che mi avrebbe accompagnato più o meno continuativamente per alcuni anni. Credo di essere passato al jazz anche perché in quel periodo mi era capitato di ascoltare roba prog italiana (Storia di un Minuto della Pfm, Crac! degli Area, per esempio), fatto sta che un giorno, nel mio stereo, mentre fuori dalla finestra impazzava la guerra in Iraq e Million Dollar Baby era il film dell’anno, andò a finire il celeberrimo Time Out del Dave Brubeck Quartet.
Si tratta dell’album che contiene Take Five, o meglio la colonna sonora dello spot di banca Mediolanum con Ennio Doris che disegna cerchi nella sabbia. A me però, preso allora dal filone delle cose complicate, sarebbe sempre piaciuta di più questa.

Dopo questa c’è Strange Meadow Lark. Sarei tentato di linkarla qui sotto e credo proprio che lo farò.

Sto uscendo fuori tema, ma il deragliamento è inevitabile quando si parla di cose belle (e io vorrei arrivare a parlarvi di Miles Davis, per cui la strada è ancora lunga). Arrestando il gioco delle corrispondenze devo dirvi però che la sbornia post-Time Out fu un periodo difficile da gestire. A quindici anni ti iscriveresti anche all’associazione “Persone di nome Giovanni” pur di appartenere a qualcosa, figurarsi poi una cosa come il jazz, che allora mi appariva improvvisamente distante da quell’oggetto vecchio e imbolsito di cui parlava la gente. Inoltre nel 2005 non esistevano ancora gli hipster, il vintage era ancora una cavolata, e io, chiuso nella mia cameretta, perso nella provincia italiana, non ero certo la persona adatta per appassionarsi a questo tipo di musica.
Col desiderio di appartenenza incollato addosso, mi diressi verso l’amico saggio, quello che sa consigliarti quando non sai più dove sbattere la testa: Wikipedia.
Dopo una attenta ricerca capii in maniera lampante una prima cosa fondamentale su questo “jazz”, ovvero che lo stesso anno di pubblicazione di Time Out (il 1959), era uscito un disco che non potevo non ignorare se avessi voluto comprendere meglio il senso di quella musica: Kind of Blue, di un certo Miles Davis. Era importante farlo e l’idea mi entusiasmava anche perché laddove Time Out era famoso per l’uso di tempi dispari e di altre stramberie ritmiche, Kind of Blue, così diceva l’amico Wikipedia, era l’album che aveva sdoganato al grande pubblico il jazz modale. E cos’è il jazz modale? Potrei dirvi di aver creato questa rubrica per arrivare qui. Ora mi gioco il tutto per tutto con un esempio molto edificante.
In pillole, il ritornello di Dammi Tre Parole di Valeria Rossi non è modale ma tonale. Vuol dire che i fortunati musicisti che l’hanno suonato, mentre lei canta “Dammi tre parole, sole cuore amore, dammi un bacio che non fa – parlare”, avrebbero potuto (ma non l’hanno fatto), improvvisare liberamente a partire da una serie di accordi in armonia fra loro. Si tratta di un concetto molto più naturale di quanto possa sembrare.
La musica tonale è ben esemplificata dall’ordine delle parti di una frase in una determinata lingua. Per chiedere un caffè in Italia dirò “Scusi, mi può fare un caffè?”, non: mi, può un? “caffè” fare.
La musica modale spezza quest’ordine e afferma che l’importante non è l’ordine delle parole, ma le parole stesse, sulle quali bisogna concentrarsi senza che ci sia un legame tra cosa è venuto prima e cosa verrà dopo nel discorso.
Capirete come la mia schizofrenia galoppante sia stata leggermente solleticata da questo concetto, ma il punto non è questo. Il punto è che Kind of Blue, da molti definito come il capolavoro di Miles Davis e di sicuro il suo album più venduto (se non di tutto il jazz) a me non piacque, come si suol dire, manco de striscio. Mi apparve, in ordine sparso: triste, noioso, vuoto, freddo, algido, ancora triste, soporifero e ancora una volta: triste.

Gli strali delle divinità del jazz si abbatteranno su di me un giorno, lo so, me che poi avrei amato visceralmente tutti i tizi che suonano dentro quell’album (John Coltrane, Bill Evans e Cannonball Adderley,


per citarne tre), incluse le loro carriere soliste, i loro problemi coniugali, le loro preoccupazioni quotidiane, le loro code alla posta, facendole anche un po’ mie. La cosa divertente è che la delusione fu così tanta che accantonai il jazz per molto tempo, tornandomene nel tepore noto di Time Out e diventando pure, per esempio, fan dei Queen.
La redenzione arrivò, nella mia vita, solo negli anni recenti dell’università, quando ripresi Kind of Blue con un’altra anima e uno sguardo sul mondo profondamente cambiato. È da allora, sviolinate a parte, che non smetto mai di volerne capire di più sul signor Miles Davis.
Ora, più che il jazz, parola nella quale coesistono molti significati e altrettanti generi diversi fra loro (nel frattempo avevo capito di preferire il bebop) mi interessava saperne di più sulle cose combinate vita natural durante da questo musicista afroamericano. La carriera di Miles è il jazz e, in una certa misura anche il jazz è forse la stessa esperienza di Miles. Basterà dire che dieci anni dopo Kind of Blue questo signore dalla voce irrochita avrebbe partorito il seminale Bitches Brew, brillante momento di contatto tra il linguaggio del rock e quello del jazz, senza considerare le carriere altrettanto brillanti intraprese da tutti i giovani musicisti che avrebbero intrapreso con lui questo cammino tortuoso dentro e fuori il jazz (Chick Corea, Herbie Hancock, Keith Jarrett, per citarne ancora tre).
Seguendo il filo della sua vicenda personale ed artistica mi ritrovai presto davanti a un burrone, davanti al quale fui costretto a fermarmi. La frenesia con la quale quest’uomo ha dato vita a nuova musica, a nuove idee, a scoperte e invenzioni a livello dell’America e di Internet è impressionante. Una vitalità che si dischiude in decine di album splendidi e diversissimi fra loro, come animali in uno zoo. Certo è che Miles non avrebbe attraversato indenne quegli anni, quella vita piena di curve, di brusche virate e di cambi repentini. Nel 1975 arriva il conto da pagare. Agli effetti delle droghe si aggiungono quelli di diabete, artrite (dovettero persino sostituirgli un’anca), borsite, ulcera, problemi renali. La strabiliante vita di Miles Davis non può stare in questo articolo, né forse in nessuno dei libri che tenteranno di raccontarcela. L’importante è capire che nel 1975 Miles Davis è il Re del Jazz, una lingua con la quale ha saputo scrivere pièce shakespeariane e tragedie greche, con la medesima grandezza. Un nocchiero che costringe la sua nave ad opporsi alle onde per condurla dove vuole lui (sbarcando con una ciurma di jazzisti sul palco di un festival rock), controcorrente come tutti i proprietari di idee geniali. Un monarca che però appare invecchiato, debole, sorpassato, incapace di compiere ancora i rituali magici che gli erano valsi la corona. Le sue performance vengono stroncate dalla critica, Miles è diventato solo un pallido ricordo di quello che era.
Tutti lo danno per finito e hanno tutti, tristemente ragione.
I cinque anni successivi sono segnati dal buio. L’uomo con la tromba, dopo tanti anni, abbandona a lato del letto quella che era diventata nel tempo quasi una protesi metallica del suo corpo. Cinque anni di silenzio per un musicista che alla musica ha tributato la propria vita.
Nel ’91 morirà dopo un attacco di polmonite, o forse sarebbe meglio dire “morirà di jazz”. Prima però qualcosa di interessante, controverso, luccicante, sgargiante, o forse sarebbe meglio utilizzare l’inglese “jazzy”, appunto, sarebbe successo (e da questa immagine è venuta l’idea dell’articolo).
Il 1981 segna infatti il ritorno del signor Miles Davis. Il giudizio sulle cose combinate negli anni seguiti all’uscita di “The man with the Horn”, dato che il mio è articolato e noioso, lo lascio a ognuno di voi. Ma del fatto mi interessa relativamente il dato musicale quanto la dimensione epica e probabilmente favolistica che mi sono figurato.
A quasi sessant’anni Miles Davis, un musicista che è stato sempre caparbiamente innovativo, e che quasi in ogni capitolo della pagina del jazz ha detto la sua lasciando molto spesso il segno, deve irrompere sul palco uscendo fuori da un buio liquido e profondo e dimostrare, ancora, qualcosa.
Non ci crede nessuno, e per molti quella è solo una rozza copia dell’originale, un clown ridicolo che lotta contro il passare delle epoche e del tempo, quasi un eroe romantico.
Lo immagino così, lacerato, mentre sale sul palco, porta alla bocca quella parte di sé spezzata dal suo corpo, e mentre tutti gli chiedono di tornare (“We Want Miles” è appunto il titolo dell’album che raccoglie il brano seguente) suona questa. Ed è forse uno dei migliori canti del cigno che si siano mai ascoltati sulla Terra.

Su Twitter: @proiettag

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