Giorni Usati di Michele Anelli

Autore: Michele Anelli

Titolo Album: Giorni Usati
Anno: 2016

Casa Discografica: Adesiva Discografica
Genere musicale: rock cantautorale

Voto:7
Tipo: CD

Sito web: http://www.micheleanelli.org/

Membri band:
Michele Anelli – voce, chitarra elettrica, chitarra acustica
Andrea Lentullo – piano elettrico, synth, organo, vocoder
Matteo Priori – contrabbasso
Stefano Bertolotti – batteria
Francesco Giorgio – corno, tromba
Gianluca Visalli – viola, violino
Caterina Cantoni – violoncello
Federica Diana – cori
Francesco Marchetti – cori

Tracklist:
1. Lavoro Senza Emozioni
2. Leader
3. Adele E Le Rose
4. Alice
5. Giulia
6. Gospel
7. Eco
8. Tu Sei Me
9. Cento Strade
10. Giorni Usati

Giorni Usati rappresenta la svolta cantautorale nella carriera di Michele Anelli. Per lungo tempo frontman, autore e cantante dei Groovers, qui si reinventa come cantastorie, menestrello dell’attualità. Dopo un passato da garage-punker con la sua band degli anni ’80, The Stolen Cars, e dopo una carriera ventennale con The Groovers, si reinventa solista. Dunque incontra il tastierista Andrea Lentullo, che fornisce terreno fertile alle sue idee, e il contrabbassista Matteo Priori che apporta un intenso groove determinando la fisicità ritmica anche grazie al lavoro di tre differenti batteristi che si alternano nei brani. Ne scaturisce Giorni Usati. Il primo brano è Lavoro Senza Emozioni. Si percepisce da subito un bel groove che racconta una storia di ordinarietà, di difficoltà. Emerge la necessità di riappropriarsi della dimensione emozionale e spontanea di ciò che si fa, di liberarsi di quella rigidità e spersonalizzazione che troppo spesso permea le attività quotidiane soprattutto lavorative. Di ricavarsi il proprio pezzetto di blu. Il secondo brano è Leader. Anche qui da subito veniamo trasportati in una potente fisicità ritmica che veicola ancora una tematica di riscatto e rinascita. Anche se con toni più dolci e melodici di quelli del brano precedente si parla ancora della necessità di cambiare qualcosa, di svegliarsi dal torpore ed agire per aprirsi al rinnovamento. Ed in questa microstoria chi canta si pone come il leader alla guida di uomini che si risvegliano e che, forti della memoria del passato, guardano con ottimismo al futuro. La vena cantautorale è molto forte in questi primi due brani. Il racconto di storie di quotidianità e la voglia di riscattarsi da una condizione non positiva ed appagante. Il cantastorie accoglie in sé la funzione quasi di promotore del cambiamento sociale tipica del folksinger. Il terzo brano è Adele E Le Rose. L’apertura del pezzo strizza l’occhio al prog italiano. Un incipit quasi alla Orme maniera. Poi una batteria che conferisce un ritmo deciso e quindi una chitarra più dolce. La microstoria ricorda un po’ il tema del carpe diem: cogliere la rosa quando è il momento. Vivere nel presente, ballare, cantare, godersi gli attimi di felicità. Perché la vita non è fatta solo di lavoro e doveri. E’ anche godersela. Un piccolo inno alla vita e alla gioia che lascia un sapore dolce di positività. Il quarto brano ha un nome di donna, Alice. Un groove delicato ma deciso ci racconta una storia d’amore intesa probabilmente come una metafora di rinnovamento e rinascita. Alice è vista quasi come un’ancora di salvezza, la donna che ti prende e ti porta via in nuovi terreni inesplorati. La sua presenza è quasi invocata e la melodia, a tratti dolce a tratti decisa, sembra essere un tutt’uno con il messaggio veicolato dal testo. Ancora un nome di donna per il quinto brano, Giulia. Una dedica dolce ad una donna che ha vissuto o sta vivendo una situazione dolorosa. La melodia è tenue e consolatoria, la canzone è il dono che viene fatto a questa donna per esortarla a ritrovare il sole e la positività. Il sesto brano è Gospel. Apre una decisa batteria che poi sfuma in una melodia delicata. La microstoria narrata affronta ancora la tematica di una realtà che va cambiata, rinnovata. E’ il momento di fare qualcosa e una semplice canzone può essere un ottimo punto di partenza. A rafforzare questi concetti irrompe poi un coro gospel che canta in italiano trasportandoci in territori inusuali e comunicandoci, grazie alla sua forza propositiva, ancor di più l’idea della necessità del cambiamento come sforzo collettivo. Il settimo brano porta il nome di Eco. Sin dall’incipit si coglie la natura malinconica del pezzo. Un andamento dolce e riflessivo ci parla del passato, di errori fatti, di rimpianti, forse rivolti ad una donna. Verso la fine del brano c’è un guizzo ritmico maggiore che comunica la volontà di andare avanti senza guardare troppo indietro, la volontà di ricominciare. L’ottavo brano è Tu Sei Me. Un incipit deciso e molto groovy. Un ritmo incalzante che si trascina per l’intero pezzo e ci parla della volontà di uscire da una situazione negativa resa dalla metafora dell’inverno. Ancora una volta il tema del cambiamento e della rinascita che è di sicuro il leit motiv, il filo rosso che si dipana lungo tutto l’album rendendolo un concept album. Il nono brano è Cento Strade. Si apre con un riff incisivo che cita il prog nostrano e che torna lungo il brano. Ci sento dentro echi di Finardi e Fossati. Qui la tematica del riscatto, del cambiamento, del riappropriarsi della propria vita è espresso molto efficacemente citando un verso di una poesia di Peppino Impastato: “E oggi mi alzo e canto delle tue paure, di quello che racconti e che vuoi modificare, di cento passi per cambiare con il cuore sospeso nel sole.” A chiudere è il brano che dà il titolo all’album, Giorni Usati. Un pezzo dolce, calmo, michele anellisuadente. Un piano dolce e un languido sassofono che di tanto in tanto lasciano spazio a un ritmo leggermente più deciso. E’ un brano che invita alla riflessione. Chi canta si domanda come fare per restare sé stessi, per non perdersi e per non tradirsi in un mondo fatto di persone, relazioni, obblighi che spesso rappresentano un gioco troppo grande e snaturante. “Avere quella forza per metter insieme pezzi di canzoni e favole. Essere più forte dentro a questo gioco a volte troppo grande e riprendermi il mio tempo, il mio spazio, il mio viaggio, la mia sete, la mia fede, il mio canto.” Un disco che narra storie di fame di rinnovamento, di rinascita, di riscatto, di recupero della propria essenza. Melodie a volte più ritmate, a volte più tenui ma tutte intrise di un trascinante groove. Decisamente un buon disco.

Sara Fabrizi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *