Sick Tamburo – Un Giorno Nuovo (2017)

Scienziati studiano cose
tra quelle cose ci siamo anche noi.

Queste parole racchiudono un po’ tutto l’indie. Cose banali, che dette con una certa empatia riescono a colpire.

Questo punto è quello che porta i Sick Tamburo ad essere accomunati con l’ondata indie italiana. Ma ha solo questo punto in comune (ah no, anche il feat con Motta).

Tutto il resto è cinica e edgy lirica di vita, frammenti per chi ha sufficiente senso di autocritica e apertura mentale per avvicinarsi alle stranezze e alle paranoie psico-romantico-sensuali di giovani uomini e donne.
Prospettiva maschile e femminile si intrecciano e non parlano nè al mainstream nè all’altstream, tanto sono personali.

La musicalità mutuata dalla precedente vita nei Prozac + è ormai una cifra stilistica affermata, forte nelle percussioni sintetiche e nel ritornello.

A ognuno l’indie che merita.
Per me niente Calcutta; altro Sick Tamburo, grazie.

Il Cerchio Medianico (Un’opera prop di Stefano Agnini) (2017)

Se vi chiedete cosa voglia dire prop (io me lo sono chiesto), ve lo dico subito: prog-pop.  E già qui è interessante notare come si possa concepire un’opera prog pop. SPOILER: non si può.
L’album infatti ha a che fare con il prog solo per quanto riguarda “l’outfit” (l’estetica scelta, la composizione dell’album etc) e non nel modo di suonare o nella musicalità.

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Ingurgitating Oblivion – Vision Wallows In Symphonies Of Light (2017)

Il gruppo berlinese ci ha abituato ad ottime produzioni death ma con questo ultimo lavoro sono addotti ad un livello superiore. Insieme ai colleghi neozelandesi Ulcerate, con particolare riferimento a Shrines of Paralysis, hanno conquistato un posto in un nuovo genere che sta emergendo nel panorama death: una nuova ondata di progressive death metal. Il death troppo spesso soffre di eterni e ossidati stilemi 90s e si fa fatica a trovare qualcosa di diverso dal death tradizionale o brutal con degenerazioni varie. Il nuovo album degli Ingurgitating Oblivion ha invece preso la strada del progressive, progredendo verso una visione decisamente più articolata dei brani, proiettata in avanti glissando i canoni di minutaggio e atomicità dei brani.

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Split Interwaste – Sedna / Seventh Genocide

Una doppia intervista per due band italiane della stessa scena, quella del cosiddetto post-black metal.

Da una parte i Sedna, matura formazione a 3 da Cesena al loro secondo full length con Eterno, dopo l’album omonimo del 2014 che già personalmente apprezzai. Attualmente militanti nella Drown Within Records.
Dall’altra i Seventh Genocide, band romana del roster Naked Lunch Records, con un album alle spalle, Breeze Of Memories, e uno in arrivo, Toward Akina. Si sono fatti notare con una impegnata partecipazione alla compilation ANTI-NSBM che il collettivo antifascista e anarchico The Dark Skies Above Us mette insieme dal 2015.

Ho fatto ad entrambi le stesse domande per scoprire di più su questa interessante scena che ho già segnalato più di una volta. Continua a leggere Split Interwaste – Sedna / Seventh Genocide

Interwaste – Silent Chaos

Nelle continue esplorazioni del collettivo nei vari underground si trovano le cose più interessanti. E guai a chi dice che in Italia ci facciamo mancare qualcosa.

Gli ossimorici Silent Chaos si definiscono “un duo, o meglio, un tutt’uno musicale”. Sono Ugo Vantini, “cresciuto e sviluppato in un brodo primordiale denso di progressive rock contaminato dal jazz e dal classicismo” e Marta Noone “che si è nutrita di musica industrial riecheggiante in costruzioni gotiche permeate di scariche elettriche”.
Quello che fanno è musica elettronica estemporanea, dalla quale “affiorano echi di musica concreta, cori, suoni tribali, noise e ambient”.

Gli abbiamo fatto qualche domanda per sbirciare dietro quel velo di ermetismo che copre questo genere di cose. Continua a leggere Interwaste – Silent Chaos

Neil Zaza Band & Simone Fiorletta Band @ Auditorium New Orleans, 22 Marzo 2017

Chi conosce la provincia (di Frosinone e non) saprà quanto è difficile trovare un concerto che non sia solo divertente ma anche interessante.

È questo però il caso dell’evento che ha visto ospiti due band guitar-driven e strumentali: una indigena, capitanata da Simone Fiorletta (Rezophonic, conosciuto anche per la militanza nel gruppo prog Moonlight Comedy) con Gianfranco De Lisi al basso e Marco Aiello alla batteria; l’altra statunitense con Neil Zaza, chitarrista conosciuto in tutto il mondo per il suo stile neoclassico e molto melodico.

L’apertura della Simone Fiorletta Band è di respiro internazionale e di alto bordo, con un sound melodico tipico di un certo hard rock americano (mi vengono in mente i Polyphia) senza però sfociare nel metal progressivo. Grande attenzione (e sfoggio di) tecnica con conseguente apprezzamento dei chitarristi in sala e un accompagnamento in trio all’altezza.
Ci si aspetterebbe forse una maggiore maturità della forma canzone nei brani, dato che, per quanto curati siano i singoli suoni degli strumenti che li compongono, sono carenti di una struttura che li renda più “memorizzabili” e che dia una fingerprint, una firma ad ogni brano.
Aspetto che nella musica strumentale, che rinuncia al testo, e melodica, che rinuncia alla sperimentazione, è piuttosto rilevante. Scelta questa, se di ciò si tratta, che si trova agli antipodi con quella, ad esempio, dei The Aristocrats che puntano tutto sulla costruzione di “scenette sonore” con scansioni, tempi e generi anche molto diversi tra pezzo e pezzo.
Altra opzione sarebbe quella scelta da alcune band con lo stesso stile chitarristico che vede questo gusto e questa tecnica utilizzati a favore della rinnovazione e sperimentazione sulla musica di genere.
Questa agnosticità non rovina comunque una piacevolissima performance live.

Foto Sabrina Simone

Venendo all’headliner della serata, Neil Zaza con il suo trio snocciola brani, perlopiù cover, alternando rivisitazione di brani classici a pezzi più originali (o comunque più densamente interpretati) e ancora a brani conosciutissimi del pop e del rock. Saltellando tra la 5° sinfonia di Beethoven e Take On Me degli A-Ha (che mi ha gasato non poco) il palco trasmetteva una interpretazione molto sentita ed espressiva, con una batteria tosta, metal e un basso di solido supporto.
È evidente che il ricorso alle cover è un necessario espediente per dare corpo ad un concerto che finirebbe altrimenti coperto da un alone di monotonia.

Le esecuzioni sono divertenti e trascinanti e non lascerebbero mai l’amaro in bocca ad uno spettatore live. Si nota però l’evidente scelta di non rischiare con una scaletta di soli pezzi originali (che pure Neil Zaza ha in abbondanza), che soddisferebbe solo una certa percentuale degli spettatori, preferendo invece pezzi di sicuro impatto.

Foto Sabrina Simone

Sicuramente ci sono anche da prendere in considerazione esigenze di arrangiamento di pezzi per il trio, dato che Zaza va in tour in trio in tutto il mondo e non può che scegliere scalette rodate e affermate.

Ad ogni modo le due band sono accomunate dal loro grande senso della melodia e dalla sbalorditiva tecnica chitarristica, e insieme hanno trasformato un anonimo mercoledì sera di provincia in un momento di celebrazione della chitarra rock.

 

Interwaste – Lambstone (Hunters & Queens, 2017)

Ho avuto modo di fare 2 chiacchiere con i Lambstone, formazione rock milanese che nel 2015 aveva debuttato su Virgin Radio con il singolo “Grace”.

Il gruppo si ispira alla grande scena americana dell’alt-rock e post-grunge millenial, che fa molta presa sul pubblico rock italiano che storce invece il naso al rock Made in Italy. Sicuramente forti di un sound sdoganato e radiofonico, i Lambstone hanno avuto la necessaria determinazione e capacità di composizione per un prodotto musicale commercialmente appetibile, nel senso buono.

CW: Ciao, qui Manuel per Collective Waste.
Nel 2015 ci sentimmo per una intervista telefonica in occasione dell’uscita di Grace. Vi sentite in qualche modo evoluti in questi ultimi 2 anni?

L: Ciao Manuel, grazie per ospitarci nuovamente! Sì, decisamente. Abbiamo fatto un lungo percorso di crescita creativa e musicale coadiuvati da un grande produttore artistico, Pietro Foresti, produttore multiplatino di esperienza internazionale.

Con Grace avete pubblicato un singolo rock molto orecchiabile e sicuramente radiofonico e Hunting segue un po’ la stessa scia. Avete avuto risultati soddisfacenti dall’ultima produzione ad oggi?
Assolutamente sì, abbiamo fatto molte esperienze, partecipando a festival importanti e portando la nostra musica in molte città italiane.
Ora il nuovo singolo Hunting è in rotazione su molte radio italiane.

A livello di testi quali temi preferite affrontare? Ho potuto ascoltare più di qualche riflessione sui momenti di forza e debolezza nella vita.
I testi nascono dalle esperienze di vita di tutti noi, dalle emozioni che proviamo, da quello che ci colpisce. Sicuramente uno dei nostri motti di vita è mai arrendersi.

Ascoltando “Jesus” da Hunters & Queens viene inevitabilmente voglia di chiedervi qualche spiegazione.
Jesus Mezquia è il nome dell’assassino di Mia Zapata, cantante del gruppo di Seattle The Gits, uccisa da uno sconosciuto il 7 luglio 1993, ma solo 10 anni dopo il nome del colpevole fu scoperto grazie alla prova del DNA.
Il nostro è un omaggio a Mia, a Seattle e alle donne vittime di violenza.

Perché avete scelto proprio Dust In The Wind dei Kansas come cover track?
È un pezzo che amiamo nella sua versione originale e sia come testo sia come atmosfere ci sembrava adatto per essere rivisitato in chiave Lambstone.

Una domanda fuori tema per conoscervi di più: ultimo concerto ascoltato insieme?  
Il concerto dei nostri amici e “soci” Rhumornero.

Direi che questo è tutto. Grazie e a presto!
Grazie a te e a tutta la redazione!

 

 

Iguana Death Cult – The First Stirrings of Hideous Insect Life (2017)

Psychedelic rock che strizza l’occhio al surf per un secondo album (è sempre il più difficile nella carriera di un artista cit.) molto piacevole da ascoltare in loop.

Il singolo Can of Worms ricorda qualcosa dei Primus, e pezzi come Jellyfish e The Dreamer fanno sentire un po’ in estate, con una birra in mano al sole.

Non mancano però i brani che fanno tamburellare i piedi come Mutterschiff 308 e Voodoo Mirror. Ci vuole determinazione e immaginazione per avere le uova d’oro della gallina dello psych rock.

Da tenere d’occhio.

 

Heteroticisms Volumes 1 to 4 – V.A. (Land Animal Tapes, 2016)

Si tratta di un progetto di musica elettronica sperimentale ad iniziativa della netlabel californiana Land Animal Tapes, che rilascia dischi in cassette in serie limitata e in formato digitale con la formula del “name your price”, ossia paga quanto vuoi.

A questo progetto hanno partecipato diversi artisti, con un leitmotiv più o meno comune e apportando ognuno il suo contributo stilistico. Si tratta di musica d’ambiente sì, ma per un ambiente particolare. Per una stanza vuota semibuia dove si medita, per uno spazio dove si legge, per uno stanzone industriale con opere d’arte, per una lunghissimo viaggio in aereo.

La raccolta nel complesso fa leva sulla delicatezza e l’ispirazione della composizione elettronica che non guarda indietro a nessun canone e sta solo a creare una atmosfera sonora da respirare.

Il primo volume è a firma TüTH / Heinali e si apre con suoni campionati prettamente elettronici e da un digeridoo, i cui echi formano sequenze ritmate ed immersive. Non si fossilizza e osa suoni orecchiabili prestati da altri generi come l’hip-pop.

Il secondo volume si dedica completamente ai sintetizzatori più “vecchia scuola”, ed è ad opera di Scattered Purgatory / Eolomea. È quello dai tempi più dilatati con 1 ora in 2 brani che procedono per grado di concentrazione sonora verso una rarefazione quasi completa.

Il terzo volume apre in continuità con il secondo, e con “Music for Imaginary Scenarios” si intraprende lentamente un viaggio in un mondo che vede l’equivalente sonoro di una vallata popolata da strane ritrose creature immaginarie. Chiusa la traccia di Anders Brørby se ne aprono 4 di Oomny Mozg tutte dallo stesso titolo (testa nera) ma sottotitolate diversamente a significare una suddivisione per capitoli di una stessa traccia più che per tracce diverse. Ogni brano utilizza sintagmi sonori affini al suo titolo: un ritmo rituale condensatamente orientale per il filisteo,  la voce umana per il professore, il cinematic per il terzo uomo, un suono tratteggiante per lo scriba. 

Il quarto ed ultimo volume vede la coppia Aidan Baker X Lärmschutz dove la X sostituisce la / tipica degli split album, a suggerire che i brani sono composti a quattro mani. Aidan Baker è forse più noto rispetto agli altri per le sue molteplici composizioni di buon successo nel suo genere.
Ci troviamo qui davanti all’espressione più autentica della composizione minimale elettronica ambientale contemporanea. In due atti per un totale di 40 minuti si è trasportati con un ascolto che sprofonda da subito e per la sua intera durata. Per la pace dei sensi e la meditazione tanto quanto per un ascolto attento, come si conviene ai capolavori.

Complimenti a tutti gli artisti e alla label per un progetto davvero ben riuscito.

 

Human Colonies – Big Domino Vortex (2017)

La formazione vive a cavallo tra Bologna e Firenze fin dal 2013, ed è al suo secondo EP.  Pubblicheranno a fine mese il loro secondo EP dal titolo Big Domino Vortex, che a me fa pensare alla colonna sonora di questo:

Il sound è tra lo shoegaze più classico e le sue sonorità invece più contemporanee, specialmente SIRIO che ricorda piacevolmente gli A Place To Bury Strangers.

Sicuramente ispirati, cavalcano l’onda dei fuzz e dei feedback lunghi nell’aria dagli anni ’90 ad oggi. Negli anni appena trascorsi questo genere ha infatti visto nuova luce grazie alle zaffate no wave di derivazione underground e afferra le radici di quel noise pop che sta prendendo piede anche in Italia (vd. italogaze) influenzando i testi sulla banalità e la superficialità di un certo vivere contemporaneo di più  di qualche giovane cantautore italiano.

Un bell’ascolto.
Saranno sul palco del Monk di Roma il 27 Gennaio a presentare questo EP insieme a Weird. e Tiger! Shit! Tiger! Tiger! .

 

 

 

dal loro precedente demo BLURRED DREAMY CLOUDY FUZZY SOMETHING