Silver Mt. Zion: Fuck Off Get Free We Pour Light On Everything

(Quella che segue non è una vera e propria recensione dell’album ma le impressioni a caldo man mano che ascolto il disco per la prima volta. Magari queste impressioni cambieranno con un secondo ascolto.)

Da dove cominciare,

credo sia meglio parlare della trave, come prima cosa:

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[RevieWaste] Hellblinki – Oratory

Gli Hellblinki sextet sono un trio steampunk del Nord Carolina. Detto così sembrano degli idioti, ma come ogni gruppo indie che tenta di emergere, cerca di far riscontrare un qualcosa di strano sin dal nome. Il loro unico album che ho e’ Oratory, acquistato circa due settimane fa; mi hanno colpito sin da subito,vuoi per la voce del cantante fortemente modificata attravero filtri, vuoi per le sonorita’ particolari, a causa dell’unione di strumenti quali piano, synth e violini. C’e’ da dire, inoltre, che mi hanno sorpreso con la quinta canzone dell’album, Bella Ciao. Dopo i primi quattro brani (il primo si chiama The end, per fare gli alternativi ad ogni costo) abbastanza veloci e melodici, pur avendo la voce del cantante che sembra quasi stonare con il resto, ci ritroviamo con la nota canzone italiana.

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[RevieWaste] Explosions in the Sky – The Earth Is Not a Cold Dead Place

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Mi trovo quasi in difficoltà a dover parlare del mio gruppo preferito in assoluto. Aggiungiamo a cio’ il dover parlare del mio album preferito e della mia canzone preferita, ed allora capirete che non potro’ che essere di parte. Gli Explosions in the Sky sono un gruppo post-rock americano, composto da tre chitarre elettriche e una batteria (o alcune volte due chitarre elettriche, un basso e una batteria). Personalmente li ammiro molto per aver mantenuto inalterato il loro stile nel corso dei vari album, senza piegarsi al mercato.

L’album di cui voglio parlare brevemente è “The Earth is not a Cold Dead Place”.
L’apertura è lasciata a “First Breath After Coma”, accompaganata da una batteria sempre pulita e precisa; le chitarre ci accompagnano in modo psichedelico, a volte senza effetti di nessun tipo, altre volte distorte, andando a creare una sorta di climax che si chiude all’inizio della seconda parte della canzone, ma senza concludersi in modo preciso. Cosi’ arriva “The Only Moment We Were Alone”, che tutti ricorderanno per la pubblicità dei pisellini Findus. Ammetto che sentire una canzone quasi psichedelica associata all’immagine di una mano all’interno di un bustone di pisellini mi ha turbato e non poco, ma non per questo perde il suo fascino.

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Rappresenta, come ogni canzone degli Explosions, un viaggio interiore che puoi vivere chiudendo gli occhi ed affidandoti alla musica. Proseguiamo allora con “Six Days at the Bottom of the Ocean”, forse la canzone più elegante dell’album, perfettamente suddivisa in due; la prima parte più calma, la seconda quasi incalzante, ma mai eccessiva. Memorial parte in modo molto tranquillo, forse addirittura troppo; per tutto il brano troviamo una tranquillità quasi assoluta, con poche ma significative variazioni di volume e accordi. Giungiamo dunque alla mia canzone preferita, che è anche l’ultima dell’album: “Your Hand In Mine”. Tre singole note aprono il brano; gli accordi cominciano ad inseguirsi, accompagnati solo durante i momenti più concitati dalla batteria acustica.

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Arrivati a circa 2:25 inizia la canzone vera e propria: si presenta come un viaggio interiore, in contemplazione delle emozioni umane. Il crescendo della batteria giunge fino ad un punto in cui le emozioni esplodono insieme alla chitarra, ed il ritmo torna a cambiare; prima si trasforma quasi in una marcia, poi torna la calma. Giunge dunque al termine dopo un ultimo, breve, sprint.

Concludo dicendo solo che conviene sentire l’intero album, essendo un pilastro del Post-Rock moderno, avvicinandosi con una mentalità aperta e fantasiosa, in grado di cogliere le varie sfumature musicali in correlazione con la propria emotività.

[RevieWaste] Tunng – Turbines

Partiamo dal presupposto che è difficile trovare una categoria precisa per i Tunng; si possono definire in maniera generica appartenenti alla folktronica, genere musicale composto da elementi di musica folk ed elettronica, con uso massiccio di strumenti acustici.

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La particolarità del gruppo, pero’, é da ricercarsi nell’uso di oggetti atipici (ad esempio gusci di conchiglia), alla ricerca di sonorità diverse. Personalmente, poi, apprezzo molto il risultato dell’unione delle voci, a volte perfettamente amalgamate, a volte contrastanti, essendo pero’ sempre un qualcosa di voluto e ricercato. I componenti attuali:Mike Lindsay, Ashley Bates, Phil Winter, Becky Jacobs, Martin Smith, Simon Glenister. Ex componente: Sam Genders.


La prima traccia dell’album Turbines, “Once”, è semplice e si riscontrano subito i classici elementi delle canzoni dei Tunng: 

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strumento acustico, voci maschile e femminile che si sovrappongono portando avanti in modo ripetitivo il ritornello, elettronica non dominante ma nemmeno appena accennata.Gli amanti della folktronica troveranno in questo disco pane per i loro denti. Anche se non é il vostro genere, date loro una possibilità, non è un disco di difficile ascolto.

Comincia quindi “Trip Trap”, in un alternarsi di voce maschile e femminile, accompagnati da una chitarra acustica che inizialmente sembra uscire da una canzone dei “The XX”. Si aggiunge quindi la parte elettronica, lasciando per un attimo spazio alla musica, tornando infine all’agglomerato di voci, un susseguirsi di momenti che si ripetono fino alla fine.

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Proseguiamo con “By This”, brano che mantiene fedelmente lo stile passato del gruppo. Ammetto che la parte elettronica al minuto 1:28 mi ha ricordato in modo lontano “Impressioni di Settembre”.

Quarto brano, “The Village”, nel quale si sente lo staccato della plettrata, che dona al brano, altrimenti malinconico, una nota di tranquillità e allegria.

“Bloodlines” sembra rappresentare quasi un inno, al suono del quale marciare circondati dalla natura.

Con “Follow Follow” ho avuto l’impressione di star ascoltando una versione alternativa di Sound of Silence, nelle prime battute.

Poi interviene la parte elettronica, portando la canzone a cambiare in modo quasi irriconoscibile, tornando sui suoi passi verso la seconda parte.

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Credo di poter dire che si tratta della mia canzone preferita nell’album, anche se la voce femminile trova la sua giusta valorizzazione solo alla fine.

“So far from here” ci presenta una caratteristica tipica dei Tunng: il testo arriva a dire “and we’ll run” mentre la chitarra quasi sembra rallentare, creando una sorta di oasi in cui ci si puo’ riposare prima di cominciare a correre.

Gli ultimi due brani sono quelli che mi hanno convinto di meno. “Embers” presenta un ritmo più pressante, in cui le voci si inseguono accompagnate dalla chitarra. “Heavy Rock” chiude l’album con una calma forse fin troppo eccessiva, distaccandosi in modo netto dalle precedenti canzoni.

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Tirando le conclusioni: “Turbines” é un album che non mi ha deluso.

Non dico che sia il loro album che preferisco, ma i Tunng sono riusciti a mantenere cio’ che avevano in un certo senso promesso con le loro (perdonatemi il gioco di parole) premesse. Potete sentire l’album in questione premendo play qui accanto, fatemi sapere cosa ne pensate!

Stay tuned!

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Turbines – Tunng by Radio Waste on Grooveshark