The Trick – The Trick

Autore: The Trick

Titolo Album: The Trick
Anno: 2017

Casa Discografica: autoproduzione
Genere musicale: blues, soul, rock, pop
Tipo: EP

Sito web: http://www.thetrick.fr
Membri band:
Lata Gouveia – Vocals
Florent Plataroti – Guitars
Sergio Rodrigues – Hammond B3 / Keyboards
Apollo Munyanshongore – Bass
Benoît Martiny – Drums

Tracklist:
1. Get Down
2. Capital Crime (Voodoo Got)
3. Permanent Dream
4. Roll On Summer
5. Be Zen At The Zoo
6. Pasta

The Trick è l’omonimo EP di esordio di una band molto interessante. Varia al suo interno per la provenienza nazionale dei componenti (Francia – Lussemburgo – Portogallo) e per i generi musicali di riferimento. 6 tracce piene di groove che fondono in maniera caleidoscopica blues, soul, rock, pop e ce li restituiscono in una veste molto accattivante. Sinceramente noi addetti ai lavori restiamo spiazzati ad un primo ascolto, tanta è la roba che c’è dentro. Immaginiamo questo disco come un prisma dalle molteplici e sfuggenti sfaccettature o, meglio, come un caleidoscopio che crea un gioco di riflessi, luci e colori in continuo movimento e per questo mai uguali e definibili chiaramente. E’ una metafora che dovrebbe rendere bene l’idea di questo melting pot di nazionalità, influenze musicali e stili che si riversano nei brani. Il periodo storico-musicale da cui sono partiti è certamente quello dei gloriosi 70s, inesauribile fonte di ispirazione per tutte le band che vogliano muoversi nell’ambito dell’hard rock. Si nota che la band ha fatto proprie le lezioni di leggende del passato, come i ZZ Top ad esempio. Anche se, come detto prima, ricondurre l’album ad un genere specifico è impossibile. Il cantato è energico e al contempo soul, una voce con un range molto ampio che si presta bene alla “schizofrenia” stilistica dell’album. Le ritmiche sono potenti, i riff pesanti, il groove è fisico quasi. Credo che una loro performance dal vivo sia davvero trascinante, se già in studio suonano così “live”. L’impressione all’ascolto è proprio quella che si ha assistendo ad un concerto. Ogni brano poi è variegato al suo interno, contenendo un mix di generi e influenze che di volta in volta predominano o rimangono più in sordina. C’è anche spazio per momenti di maggiore calma e riflessione in alcuni pezzi, toccando un ambito melodico quasi da ballad, ma senza mai perdere il groove. Quello mai. Mi piace moltissimo l’uso dell’organo Hammond, così genuino, così 70s. I suoni vintage con una rinnovata energia rock e una voce soul rendono questo primo lavoro di The Trick assolutamente irresistibile. A mio parere, e come si dice in gergo, una bomba.

Sara Fabrizi

The Byrds – Fifth Dimension

Autore: The Byrds

Titolo Album: Fifth Dimension
Anno: 1966

Casa Discografica: Columbia Records
Genere musicale: folk rock, rock psichedelico

Voto: 9
Tipo: LP

Sito web: http://www.thebyrds.com/

Membri band:
Roger McGuinn – chitarra a 12 corde, voce
Gene Clark – tamburello, voce (tracce 7 e 9)
David Crosby – chitarra ritmica, voce
Chris Hillman – basso
Michael Clarke – batteria

Tracklist:
1. 5D (Fifth Dimension)
2. Wild Mountain Thyme
3. Mr. Spaceman
4. I See You
5. What’s Happening?!?!
6. I Come And Stand At Every Door
7. Eight Miles High
8. Hey Joe (Where You Gonna Go)
9. Captain Soul
10. John Riley
11. 2-4-2 Fox Trot (The Lear Jet Song)

Il terzo album di The Byrds, rispetto ai primi 2, è già un’altra storia. Non è esagerato dire che la psichedelia nasca proprio da qui. David Crosby mescola il suo animo anarchico e le sue trovate musicali geniali con le influenze jazzistiche di John Coltrane e della musica indiana e con il libero consumo delle droghe ed ecco che ne esce una nuova cultura musicale-sociale che ha in un certo tipo di ascolti e in un certo stile di vita i capisaldi. Detto così potrebbe sembrare azzardato o semplicistico, ma non lo è. Eight Miles High è di fatto una perla psichedelica e fonda un genere e una controcultura. Fu vietata da molte radio per la sua portata “proibita”. Di fatto scardina l’impianto melodico rassicurante e timeless di Crosby e Clark e si colloca nell’avanguardia musicale. Sonorità del tutto inedite, prima di allora non c’era mai stato nulla del genere. Che poi la ricerca sonora anarchica del caro genio Crosby come si sposa bene con la 12 corde di McGuinn, con il suo jingle janlge, e con le meravigliose armonizzazioni vocali dei 3 (Gene Clark era andato via durante la registrazione dell’album ma il suo contributo in questo brano è presente). Continua a leggere The Byrds – Fifth Dimension

The Byrds – Turn! Turn! Turn!

Autore: The Byrds

Titolo Album: Turn! Turn! Turn!
Anno: 1965

Casa Discografica: Columbia Records
Genere musicale: folk rock

Voto: 8
Tipo: LP

Sito web: http://www.thebyrds.com/

Membri band:
Roger McGuinn – chitarra a 12 corde, voce
Gene Clark – tamburello, voce
David Crosby – chitarra ritmica, voce
Chris Hillman – basso
Michael Clarke – batteria

Tracklist:
1. Turn! Turn! Turn!
2. It Won’t Be Wrong
3. Set You Free This Time
4. Lay Down Your Weary Tune
5. He was A Friend Of Mine
6. The World Turns All Around Her
7. Satisfied Mind
8. If You’re Gone
9. The Times They Are A-Changin
10. Wait And See
11. Oh! Susannah

Crosby, McGuinn e Clark partoriscono il loro secondo lavoro. Sempre del 1965, come il precedente, il che testimonia il fervore creativo e rielaborativo della band. Ancora un mix di inediti, la maggior parte firmati da Gene Clark, e cover di Dylan e di qualche traditional. Ancora una vincente amalgama di folk rock ed easy-beat (siamo in piena “British Invasion”), con un pizzico di country. Ancora una volta una title track trascinante ed emblematica. Poco sembra essere cambiato rispetto al primo album, eppure l’evoluzione è tangibile. Nella maturazione compositiva, nello staccarsi dallo spirito originario delle cover che diventano sempre più personali e fluide, rese uniche dalla chitarra 12 corde di McGuinn e dalle colorate armonie vocali di Crosby e Clark. E nello sviluppo sempre più individuale delle 3 anime della band che funzionano così bene insieme ma che al contempo funzionano così maledettamente bene da sole. Chiaro segnale di dipartite, come quella imminente di Gene Clark che abbandonerà The Byrds dopo la pubblicazione dell’album avviandosi a una meravigliosa carriera solista. L’animo gentile e sognatore di Gene Clark, cresciuto in casa Byrds, necessitava di nuovi più o meno solitari lidi. Va via, ma senza prima aver lasciato un segno indelebile. Degli 11 brani che compongono l’album 3 sono a firma Clark: Set You Free This Time, If You’re Gone e The World Turns All Around There. Il primo è un pezzo che svela la sua maturazione compositiva. Set You Free This Time è il brano perfetto: la perfetta fusione del folk dylaniano con il beat e con il country-rock delle praterie americane. La ballad pop americana ante-licteram. 2 minuti e 48 di puro godimento per le orecchie. If You’re Gone è un easy-beat amaro e disincantato, sintomatico forse della sua prossima dipartita. The Words Turns All Around There è un altro brano molto gradevole, in cui le armonie vocali si fondono perfettamente con il ritmo beat e proto-pop. L’apporto creativo di Gene Clark è stato così fondamentale per The Byrds che ci viene legittimo chiederci come si sarebbero reinventati dopo la sua defezione. Le cover presenti nell’album sono ben 6. La monumentale title track Turn!Turn!Turn! è un riadattamento ad opera di McGuinn del traditional di origine biblica riportato in auge da Pete Seeger nella fase del folk revival. Potrebbe sembrare una nenia, una filastrocca che gira su se stessa. Ma è uno degli esperimenti di riadattamento e svecchiamento di traditional meglio riusciti. La melodia si fa trascinante, forte delle armonie vocali, e propositiva e piena di speranza. E di tutto questo in quella fase socio-storica ce n’era davvero bisogno. Lay Down Your Weary Tune è un rifacimento di un pezzo di Dylan. Molto bella, molto sincera, non si discosta troppo dall’originale ma la rende “as usally” più frizzante. Un onesto tributo alla grandezza del maestro. He Was A Friend Of Mine è un altro caso di traditional rimesso a nuovo da McGuinn. Siamo di fronte a un brano le cui origini si perdono quasi nella notte dei tempi, erroneamente attribuito a Dylan o Dave Van Ronk che in realtà ne fecero solo 2 bellissimi adattamenti trasponendone anche il significato in relazione all’uccisione di John Kennedy. La vera origine del brano è da ricercarsi nell’800. Ad ogni modo la rilettura di McGuinn è da brividi. Le solite meravigliose armonie vocali, il jingle jangle della sua 12 corde, quell’aria da country rock delle praterie, quella dolcezza che ne scandisce delicatamente il ritmo fanno quasi piangere. Anche in relazione al testo che parla di una grave perdita (di un amico, di un fratello, di un padre, di un presidente illuminato). Questo brano divenne un inno per la nascente generazione del Peace&Love ed è facile capirne il motivo. Uno dei punti più alti che il folk rock potesse raggiungere. Le altre 3 cover dell’album sono la dylaniana The Times They Are A-Changin, Satisfied Mind, che è un brano folk-country riadattato da un pezzo country-western degli anni ’50, e Oh! Susannah che è il brano-manifesto della tradizione americana il cui celebre riff di chitarra venne scritto nell’800 dal leggendario Stephen Foster. Infine ci sono Wait And See e It Won’t Be Wrong. Wait And See è un brano scritto a 4 mani da Crosby e McGuinn. Un brano spensierato e dal sapore vagamente country che anticipa la virata futura verso quel genere. It Won’t Be Wrong (McGuinn) è un brano che risente moltissimo dell’influenza britannica, molto easy-beat.

E poco prima che l’album venisse pubblicato nel dicembre del ’65, la coppia Crosby/McGuinn, nelle cui redini era rimasto il gruppo, già era di nuovo in fase creativa, gettando le basi di quella perla psichedelica che sarà Eight Miles High, ma questa è un’altra storia.

Sara Fabrizi


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