The Byrds

Formazione composita e in continuo divenire, sperimentazione di diversi generi , contributo all’invenzione di alcuni generi, uso pionieristico della chitarra Rickenbacker a 12 corde da cui il sound denominato jingle jangle, posto di assoluto riguardo fra le band di musica popolare americana degli anni ’60. Definire i californiani The Byrds richiede molteplici descrizioni e diverse chiavi di lettura. Operanti nell’ambito del folk rock ma non esauribili in esso, non ancora propriamente rock ma ad un passo da esso, psichedelici a tratti, per farla breve The Byrds elettrificarono il primo Dylan (quello del folk puro) mostrando al mondo della tradizione popolare americana che il futuro era la chitarra elettrica. Band spartiacque, dunque, e di rottura con il passato . Ma andarono ben oltre questa funzione di traghettatori verso il rock americano di fine decennio. Inventarono un loro sound, tutto loro: fatto di elettrica, armonie vocali e generose concessioni ad una prima embrionale psichedelia. Come detto prima la loro è una formazione composita. Del gruppo dei Byrds hanno originariamente fatto parte musicisti che, nel corso degli anni, hanno poi goduto di successo come solisti o internamente ad altre band. I cinque Byrds co-fondatori del gruppo sono stati: Jim McGuinn – che nel 1966 ha adottato il nome di Roger McGuinn (chitarra Rickenbacker a 12 corde e voce) – il cantante e chitarrista David Crosby, Gene Clark (autore di molti brani, voce, chitarra, tamburello e percussioni, morto nel 1991), Chris Hillman (basso, chitarra, mandolino) e Michael Clarke (batteria, percussioni, deceduto nel 1992). Formazione fluida e in continuo divenire. I Byrds sono più un punto di riferimento che un gruppo definito. Sono il luogo dove prima Gene Clark, poi David Crosby e Chris Hillman, infine Gram Parsons, tutti grandi cantautori e forti personalità, hanno pubblicato alcune delle loro opere giovanili. Vi è un minimo comun denominatore: Roger McGuinn, l’uomo che con i suoi arrangiamenti, le sue produzioni, la sua chitarra a 12 corde e le sue mille ricerche acustiche ha fatto il suono ora pop, ora folk, ora country, ora jazz, ora acido, dei Byrds. E’ come se ci fossero 3 anime che scandiscono le 3 macro-fasi della storia Byrds: la fase che fuse Dylan e il merseybeat, quella che coniò il rock spaziale-psichedelico, e quella che si lanciò nel country-rock. Ciascuna di queste tre fasi è stata caratterizzata dal leader che ne ha impersonato l’ispirazione e scritto il materiale: la coppia Clark-McGuinn all’inizio, Crosby nel mezzo, McGuinn alla fine. Le loro tre forti personalità artistiche, dolce e introversa quella di Gene Clark, sognante e irreale quella di David Crosby, pratica e professionale quella di Roger McGuinn, daranno vita a carriere soliste che saranno la naturale prosecuzione della rispettiva fase dei Byrds. Roger (o Jim) McGuinn e David Crosby (che si erano conosciuti nel 1960 a Los Angeles) avevano appreso al Greenwich Village l’arte del folksinger post-dylaniano ed erano emigrati in California a divulgarne il verbo. A Los Angeles fecero conoscenza con il bluegrass delle praterie (e le sue scintillanti armonie chitarristiche) e con il merseybeat che dilagava dopo la tourneè dei Beatles (e con le sue cristalline armonie vocali). Il retaggio del bluegrass era particolarmente forte in Chris Hillman (mandolinista di San Diego, reclutato al basso, già titolare della bluegrass band Hillmen) e il merseybeat era la passione di Gene Clark (proveniente da Kansas City, ex membro dei New Christy Minstrels). Alla batteria sedette fino al 1967 Michael Clarke. Agli inizi, comunque, i Byrds si proposero più modestamente di rendere omaggio alla grande tradizione dei folksinger, e in particolare a quello che stava diventando il mito nazionale: Bob Dylan. L’idea geniale fu quella di arrangiare le canzoni di Dylan come se si trattasse di hit della surf music o del merseybeat, cioè impiegando armonie vocali a più parti (alla Beach Boys), chitarre elettriche come si usavano in Gran Bretagna, e accelerando il ritmo in modo da rendere le melodia più allegra e orecchiabile. I Byrds esasperarono soprattutto le chitarre, ben tre (ma soprattutto la Rickenbacker 12 corde di McGuinn). Irruppero sulla scena della musica rock nell’estate del 1965 con la loro versione, eterea e orecchiabile, di Mr Tambourine Man, trasformata soprattutto da un tornado di jingle-jangle chitarristici. Quella umile cover segnò l’avvento di un genere nuovo: il folk-rock. Genere che combinava il genio lirico di Dylan e l’astuzia melodica dei Beatles. Un altro grande successo fu la cover di Turn Turn Turn (scritta da Seeger e cantata in tono quasi biblico). Nel giro di un anno uscirono anche i primi due album, entrambi sminuiti dal fatto d’essere essenzialmente raccolte di 45 giri e di cover. Il grande merito del primo, Mr Tambourine Man (CBS, 1965), è in realtà quello di aver imposto uno standard di produzione improntato alla pulizia formale. In questo album gli accenti “dylaniani” si sposano a una sbrigliata fantasia esecutiva. Scampanellii di chitarre e intrecci vocali si danno a equilibrismi sempre più mozzafiato. Il successivo Turn Turn Turn è però meno eccitante del primo album. Incalzati dal genere acid-rock che avevano contribuito a creare, i Byrds cominciarono a rinnovarsi già nel 1966. I nuovi orizzonti musicali erano rappresentati dall’LSD e dall’induismo: Eight Miles High (capolavoro di McGuinn, con un assolo ispirato da John Coltrane) e il suo retro Why ne furono i rispettivi manifesti. Il nuovo corso creò però i primi attriti all’interno del gruppo e Gene Clark decise di abbandonare il complesso mentre stavano registrando Fifth Dimension (CBS, 1966). I testi del nuovo album superavano nettamente la barriera del mero intrattenimento adolescenziale e cominciavano a parlare di “viaggi” immaginari. Gli strumenti si prendevano licenze ritmiche e armoniche sempre più sfacciate. La struttura della canzone era sempre più libera. Un blues strumentale (Captain Soul), un country epico (Fifth Dimension) e un bluegrass spaziale (Spaceman) segnarono la fine del periodo delle hit, esemplificata dalla presa di potere da parte di Crosby. Crosby è l’ispiratore assoluto del quarto disco, Younger Than Yesterday (CBS, 1967). Questo disco rappresenta il contributo artistico più valido e importante lasciato dai Byrds alla musica del loro tempo. Il complesso, che si era presentato fin dall’inizio come l’alternativa fantastica all’intellettualismo dylaniano, esce dalla tradizione del maestro del Greenwich Village e inaugura un nuovo filone che rimescola folk, blues, jazz, oriente, elettronica e dissonanze vocali. All’interno del complesso si crea allora un conflitto di tendenze fra Crosby e Mc Guinn, che vede di malocchio quella svolta lisergica. Alla fine la bilancia pende in favore di McGuinn: Crosby se ne va e, con un ambiguo Notorious Byrd Brothers (Columbia, giugno 1968), i Byrds stendono un ideale ponte fra rock psichedelico e country di Nashville, fra rivoluzione e tradizione. Nella formazione entrano musicisti di quella scuola, fra cui Gram Parsons. Il disco che sancì la nascita del country-rock, e in un certo senso il suo manifesto, è Sweetheart Of The Rodeo (Columbia, agosto 1968). La formazione di questo album si rivelò però provvisoria, in quanto Hillman e Parsons (autore anche dei brani migliori, Hickory Wind e One Hundred Years From Now), intrapresero per conto proprio la strada del nuovo genere, lasciando solo McGuinn. Da quel momento McGuinn, ricostruito il complesso con altri reduci di Nashville come il batterista Gene Parsons, il chitarrista Larence White e il bassista Skip Battin, si mantenne sul sentiero del country-rock più “autostradale”, cioè un suono piacevolmente vicino all’easy-listening. Ballad Of The Easy Rider (Columbia, 1969) vanta ancora Ballad Of Easy Rider (testo in gran parte di Dylan, anche se non accreditato), Gunga Din e Jesus Is Just Alright. Dr Byrds And Mr Hyde (Columbia, 1969) non contiene nulla di significativo. Lover Of The Bayou e Chestnut Mare sono le perle del doppio Untitled (1970), metà dal vivo e metà in studio. Byrdmaniax (1971) e Farther Along (1972) sono gli ultimi album. McGuinn tentò invano di risalire la china mettendo insieme, per un disco nostalgico, la formazione originale. Il The Byrds (Asylum, 1973) che ne venne fuori è una raccolta di belle canzoni senza seguito. Allora McGuinn sciolse definitivamente i Byrds e si lanciò nell’avventura solista. Hillman e Parsons formeranno poi i Flying Burrito Brothers. Un’altra mezza reunion sarà l’album di McGuinn Clark Hillman (Capitol, 1979), ancor meno saliente. E` curioso che negli anni ’90 fu l’ex batterista Michael Clarke a impossessarsi del marchio Byrds e a battere i club nostalgici con una formazione che in realtà non aveva che un solo membro dei Byrds. (Naturalmente gli altri Byrds lo scomunicarono). The Byrds (1990) è un box-set quadruplo che ripercorre la loro carriera. Tramontarono, ma avendo prima lasciato un segno indelebile nella storia della musica popolare e del rock americano.

Sara Fabrizi

Simon & Garfunkel – Bridge Over Troubled Water

Autore: Simon & Garfunkel

Titolo Album: Bridge Over Troubled Water
Anno: 1970

Casa Discografica: Columbia Records
Genere musicale: folk rock

Voto: 10
Tipo: LP

Sito web: http://www.simonandgarfunkel.com/

Membri band:
Paul Simon – voce, chitarra
Art Garfunkel – voce
Joe Osborn – basso
Larry Knechtel – pianoforte
Fred Carter, Jr. – chitarra
Hal Blaine – batteria
Jimmie Haskell – archi
Ernie Freeman – archi
John Faddis – ottoni
Randy Brecker – ottoni
Lew Soloff – ottoni
Alan Rubin – ottoni
Los Incas – strumenti peruviani

Tracklist:
1. Bridge Over Troubled Water
2. El Condor Pasa (If I Could)
3. Cecilia
4. Keep The Customer Satisfied
5. So Long, Frank Lloyd Wright
6. The Boxer
7. Baby Driver
8. The Only Living Boy In New York
9. Why Don’t You Write Me
10. Bye Bye Love
11. Song For The Asking

L’ultimo disco di Simon & Garfunkel, subito dopo ci sarà lo scioglimento del duo, vede la luce nel 1970 a seguito di un anno difficile per i rapporti fra i due. Dopo i successi vertiginosi e crescenti di album in album, dopo la consacrazione avvenuta con Bookends, un anno di stasi e difficoltà. Passano i mesi e non sembra esserci niente di concreto. Di fatto l’unico disco di S & G a vedere la luce nel ’69 è il singolo The Boxer, grande successo (n. 7 USA, n. 6 UK). Il resto dell’anno passa tra incomprensioni e allettanti, inediti, sbocchi di carriera: come quello capitato a Garfunkel, che accetta l’invito di Mike Nichols (una vecchia conoscenza) a far parte del cast del suo nuovo film, “Comma 22”. Il regista assicura ad Arty che le riprese (in Messico) non lo distoglieranno troppo dal lavoro in studio e che non gli ruberanno più di un paio di mesi. Le cose non vanno comunque per il verso giusto: la pellicola richiede ulteriore tempo e Simon, per la prima volta, si sente snobbato, messo da parte. Inizia a scrivere canzoni, tra l’amaro e il malinconico, su questa perdita temporanea. Paradossalmente il suo songwriting attinge nuova linfa dalle difficoltà e getta le basi per l’ultimo capitolo del magico sodalizio artistico e personale. Al ritorno dell’amico dal Sud America e dopo una manciata di concerti a fine anno, la coppia porta finalmente a termine il lavoro. Basterebbe già solo lasciar parlare i numeri per spiegare la grandezza di questo ultimo album: oltre dieci milioni di copie vendute, 85 settimane nelle classifiche americane (di cui 10 al numero 1), quattro singoli nella top ten e un Grammy come miglior disco dell’anno. Per un’istantanea quantitativa potrebbero bastare, ma non spiegheranno mai il tripudio emozionale di cui sono intrisi i brani, il loro preciso posto nella peculiare architettura del nostro magico duo folk, il lascito che investe l’ascoltatore di ieri e di oggi. Bridge Over Troubled Water è la testimonianza ultima dell’evolversi del loro rapporto umano ed artistico. Riesce a darci un’idea precisa di dove Paul e Arty siano approdati. Da amici in simbiosi a due figure distinte bisognose di intraprendere ognuna un diverso percorso, lontano dall’altro. Dal folk ad un pop raffinato e ad una matura canzone d’autore. E quasi in maniera paradossale sarà proprio il loro emanciparsi dalle impostazioni e dagli schemi iniziali (quelli per cui si caratterizzano, quelli per cui li ricordiamo) a fargli guadagnare l’apice, la vetta del successo e del riconoscimento a livello mondiale. Questo loro ultimo album è semplicemente una scatola magica che contiene un po’ di tutto: l’innovazione e la tradizione, il tendere verso il futuro e il richiamo alle radici. 11 pezzi per una durata di 36 minuti e 46 secondi in uno stato di grazia assoluta. Tutto è perfetto, i testi, gli arrangiamenti, le voci, l’alchimia, la successione dei brani. Ad aprire il disco è la monumentale title track, Bridge Over Troubled Water. Una splendida ballata per piano, cantata dal solo Garfunkel che qui ci offre la sua migliore prestazione vocale. Un brano che cresce di intensità fino all’esplosione orchestrale e al coraggioso acuto finale. “When you’re weary, feeling small, when tears are in your eyes, I’ll dry them all (all), I’m on your side, oh, when times get rough and friends just can’t be found, like a bridge over troubled water I will lay me down”. Bastano questi versi iniziali per capire il senso di conforto e amore che il brano ci regala. Che sia stato scritto per una donna, per un amico, per ogni persona di cui si desideri il bene, questo pezzo rimane una delle perle più fulgide della musica moderna. Dopo questo incipit straordinario troviamo El Condor Pasa. Un brano che è l’esito della personale riscrittura di un traditional peruviano da parte di Paul Simon, che inizia già a manifestare in maniera evidente la propensione per la world music e la ricerca musicale che svilupperà poi appieno nei suoi album solisti. Melodie folk andine per un testo fatto di suggestioni e metafore sulla libertà. Uno stupefacente risultato, ottenuto anche grazie all’aiuto del gruppo peruviano Los Incas nella registrazione. Il terzo brano è Cecilia. Altro indizio che Paul Simon si sta decisamente orientando verso la musica extra-anglosassone. Un pezzo presumibilmente dedicato ad una donna che gli ha spezzato il cuore, che però narra questa storia non con un mood malinconico bensì con un travolgente ed allegro ritmo afro-ispanico. Il brano successivo è Keep The Customer Satisfied che insieme a Baby Driver è una chiara testimonianza di come il talento di Paul Simon sia maturato verso il pop, forse un po’ debitore di un maestro come Brian Wilson dei Beach Boys. Due brani molto accattivanti, molto vendibili, molto figli dell’epoca, molto pop. In questo album così variegato troviamo anche un tentativo di jazz/bossa in So Long, Frank Lloyd Wright. Un brano che parla di un addio e probabilmente cela il dispiacere e la consapevolezza di Paul per la fine del suo rapporto con Arty. Discorso a parte va fatto per The Boxer. Al pari della title track è una gemma di perfezione musicale, metrica e testuale. La sua grazia acustica ha fatto scuola. I colpi secchi di batteria che riproducono il suono tipico del sacco che viene colpito dal boxer. Il suo delicato, e al contempo crudo e realista, affresco della vita di un giovane aspirante boxer in una New York priva di calore umano. Quei versi celebri che te la scolpiscono nel cuore per sempre “All lies and jests, still a man hears what he wants to hear and disregards the rest”. A mio parere, addirittura più della mitica title track, è The Boxer la summa della sensibilità artistica, dell’essenza stessa del duo. Perché dentro è espressa al massimo tutta la loro abilità nell’indagare e dipingere in maniera quasi impressionistica i tormenti dell’animo umano. Con una precisione, profondità e verosimiglianza degne di un’opera letteraria del verismo. Altro brano di una grazia acustica commovente è The Only Living Boy In New York. Anche qui si narra una storia di solitudine, il senso dell’abbandono quasi autobiografico che Paul riversa in questo album. Doveva pesargli sul cuore come un macigno l’imminente fine della magica simbiosi con Arty. In questo brano la prestazione vocale di Garfunkel è di una dolcezza ed intensità estasianti. Quella batteria che cresce poi, come a volerci dare forza, a volerci consolare. Gli ultimi 3 brani dell’album sono quasi di alleggerimento, e forse ce n’è bisogno per riprender fiato dopo lo tsunami emozionale che ci ha investito con i brani citati prima. Why Don’t You Write Me è un pezzo ritmato e coinvolgente, un brano pop indolente e scanzonato. Bye Bye Love è una cover-tributo (registrata live) ai mitici Everly Brothers, maestri, ispiratori e punto di partenza per la formazione artistica del nostro duo. La scelta di inserire questo pezzo verso la fine dell’ultimo album è sicuramente funzionale a sottolineare le radici che restano nonostante le doverose evoluzioni. A chiudere l’album è Song For The Asking. Una ballad dolce e soave, come nella migliore tradizione di Paul e Arty. La voce di Garfunkel è limpida come sempre. Le armonie delicate, come da copione. Come a voler dire, ok ci stiamo separando, il sogno sta finendo, ma la nostra essenza, la nostra eredità musicale ed umana non andrà mai persa, è tutta qui, tutta per voi.

Sara Fabrizi

Simon & Garfunkel – Bookends

Autore: Simon & Garfunkel

Titolo Album: Bookends
Anno: 1968

Casa Discografica: Columbia Records
Genere musicale: folk rock

Voto: 8
Tipo: LP

Sito web: http://www.simonandgarfunkel.com/

Membri band:

Paul Simon – voce, chitarra
Art Garfunkel – voce
Hal Blaine – percussioni
Joe Osborn – basso elettrico
Larry Knechtel – pianoforte, tastiere

Tracklist:
1. Bookends Theme
2. Save The Life Of My Child
3. America
4. Overs
5. Voices Of Old People
6. Old Friends
7. Bookends
8. Fakin’It
9. Punky’s Dilemma
10. Mrs. Robinson
11. A Hazy Shade Of Winter
12. At The Zoo

Reduci dal successo della colonna sonora del film The Graduate, in cui confluiscono pezzi degli album precedenti, inediti scritti per il film e una Mrs Robinson in nuce, il nostro duo crea Bookends. Album prodotto per la prima volta in proprio e del tutto sui generis. Pur rappresentando l’evoluzione della vena folk maturata fin dal debut album, con tutti i suoi stilemi e le sue influenze, Bookends ne è al contempo superamento ed affrancamento. Sappiamo bene che il folk di S&G è di un tenue impegno sociale, bensì piuttosto intimista e quindi teso ad indagare sensazioni ed emozioni di 2 giovani ragazzi nella New York metà anni ’60. Una poetica delle piccole cose, la delicata celebrazione del quotidiano. In Bookends queste istanze si manifestano con tutta la loro forza, facendone un disco che è l’elegia della quotidianità e della normalità. Narrate però con fare poetico. Microstorie, nate osservando al di fuori della propria finestra. Uomini e donne che camminano per le strade della città, che si intrattengono a parlare del più e del meno, che ricordano gli amori passati, un viaggio. I piccoli grandi eroi della vita di tutti i giorni. Non i grandi contestatori galvanizzati dal tripudio sociale ed emotivo del periodo. Non la voglia di spaccare il mondo, ma il desiderio di salvarne il buono che rimane. La copertina dell’album, che ritrae Paul ed Arty in primo piano che ci guardano con occhi sinceri e puliti, la dice lunga sul loro stile, sul loro approccio al mondo e all’arte che, in questo disco, raggiunge un apice e fonda una loro nuova originalità. Dal folk ad un pop-folk colto e raffinatissimo. 12 pezzi in stato di grazia, da ascoltare tutti di un fiato. Un lato A che narra storie incentrate sullo scorrere del tempo, un lato B che raccoglie i pezzi scartati nella produzione della soundtrack del Laureato. Un aspetto da concept album che racconta le varie sfaccettature del ciclo della vita. L’inizio dell’album è dolce, con un brevissimo brano strumentale, Bookends Theme, che poi tornerà nella settima traccia con l’aggiunta di voci. Il secondo brano è Save The Life Of My Child. Qui assistiamo ad un allontanamento dalla tradizionale delicatezza del duo con l’uso di un sintetizzatore distorto. Contiene inoltre un estratto di The Sound Of Silence. Capiamo subito che si tratta di un disco di ricerca e di maggiore sperimentazione. La seconda traccia sfuma nella meravigliosa ballad America. Una delle più belle del canzoniere di Paul Simon. Racconta il viaggio di due giovani amanti, le loro speranze, le loro illusioni. Probabilmente autobiografica, l’intro con quell’incantevole “mm mm mm..” e la conclusione con l’organo già fanno tutto. In mezzo chitarre delicate ed impeccabili ed una batteria incalzante quanto basta. Una vera gioia per le orecchie. Ad America segue Overs. Breve brano delicato e sussurrato, recupera quella leggiadria a cui Paul e Arty ci avevano abituati. La quinta traccia è Voices Of Old People. Un pezzo fatto esclusivamente di dialoghi fra anziani. Un intermezzo parlato, registrato personalmente da Arty in varie case di cura ed ospizi. Scelta singolare questa, ma funzionale alla tematica dell’inesorabile scorrere del tempo che è uno dei fili rossi dell’album. La traccia seguente è Old Friends. Una celebrazione dell’amicizia che ci accompagna vita natural durante. Brano acustico arricchito da fiati e archi che gli conferiscono maggiore profondità e respiro. Quindi entriamo nella seconda parte dell’album. Qui troviamo Fakin’ It e Punky’s Dilemma che ricorrono all’uso di effetti sonori, loop di percussioni, interludi parlati. A riprova di come questo sia un disco di sperimentazione. E qui troviamo anche la versione definitiva di quella Mrs. Robinson che nella soundtrack di The Graduate era stata solo accennata, svelandone le potenzialità ma non l’intera bellezza. Non volevano “bruciarla” Paul e Arty. Erano consapevoli di aver creato una song-capolavoro. Una hit potentissima con quel ritornello mandato a memoria da almeno 3 generazioni, e tale da trascinare ai vertici delle classifiche un album che di commerciale aveva davvero ben poco. Un brano leggendario, scritto ispirandosi alla Mrs Robinson del film. Il brano salì al primo posto della classifica statunitense Billboard Hot 100 per tre settimane. Per Simon & Garfunkel fu il secondo “numero uno” dopo The Sound of Silence. L’intro ritmata di voci è semplicemente roba che non ti leverai mai più dalla mente. A seguire A Hazy Shade Of Winter, interessante brano con sonorità elettriche rock, a tratti quasi un tentativo di hard rock ante licteram. Ed infine At The Zoo. L’intero album sfuma e si conclude con un delicata canzone acustica. Evocativa e ritmata alla classica Simon&Garfunkel maniera. Quasi un ritorno alle rassicuranti origini del loro marchio di fabbrica. Eppure Bookends è un disco di rottura, maturazione ed evoluzione. Paul e Arty sembravano ormai aver dato tutto il loro meglio. In realtà erano già pronti per il loro meraviglioso commiato, che sarà l’album successivo.

Sara Fabrizi

Simon & Garfunkel – Parsley, Sage, Rosemary And Thyme

Autore: Simon & Garfunkel

Titolo Album: Parsley, Sage, Rosemary And Thyme
Anno: 1966

Casa Discografica: Columbia Records
Genere musicale: folk

rock Voto: 9
Tipo: LP

Sito web: http://www.simonandgarfunkel.com/

Membri band:

Paul Simon – voce, chitarra
Art Garfunkel – voce

Tracklist:
1.Scarborough Fair/Canticle
2. Patterns
3. Cloudy
4. Homeward Bound
5. The Big Bright Green Pleasure Machine
6. The 59th Street Bridge Song (Feelin’ Groovy)
7. The Dangling Conversation
8. Flowers Never Bend With The Rainfall
9. A Simple Desultory Philippic (Or How I Was Robert McNamara’d Into Submission)
10. For Emily, Whenever I May Find Her
11. A Poem On The Underground Wall
12. 7 O’Clock News/Silent Night

Il nostro duo folk-rock, ormai consacrato da Sounds Of Silence, scalpitava di idee e creatività al punto da voler mettere in cantiere ed ultimare un altro album prima che l’anno 1966 finisse. Durante l’estate avevano buttato giù un po’ di canzoni e acquisito sempre più libertà creativa nei confronti della Columbia Records che, entusiasta per le strepitose vendite realizzate, non ebbe remore a lasciare tutto nella mani di Paul e Art. Il processo compositivo rimase lo stesso: Paul scriveva testi e musiche; insieme a Garfunkel le perfezionava e le arrangiava in studio; cantava col partner le tracce definitive. Tutto filava liscio e naturale. La maturazione musicale avviene di disco in disco e questo terzo tassello ne è una chiara prova. Ciò che salta subito all’orecchio è il perfezionamento degli arrangiamenti. Tutto diventa più raffinato, più ricercato. A partire dal titolo dei brani che prendono nomi piuttosto impegnativi. Il titolo stesso dell’album non è da meno, riprendendo il secondo verso della prima traccia. Parsley, Sage, Rosemary And Thyme, forte della maggiore maturità creativa del duo, dell’affinamento certosino del loro sound sempre più caratterizzante ed unico, diverrà un album best-seller ascoltato fino a consumarlo come poche altre pietre miliari. Il brano di apertura è Scarborough Fair/Canticle. Un canto tradizionale inglese del XVI secolo che tratta la storia di un soldato e che viene reso in una splendida ed onirica versione folk-psichedelica. Un autentico gioiello, da brividi sulla pelle. Uno di quei pezzi che al primissimo ascolto ti viene da pensare di non aver mai sentito nulla di così indescrivibilmente bello. Il secondo brano è Patterns. Pezzo molto godibile, qui il folk si apre a contaminazioni mediorientali. Una bella ritmica scandita dalle perfette armonizzazioni vocali cui ormai il duo ci ha abituati. Molto ricercato, senza mai cadere nello stucchevole. Il terzo brano è il delicato e dolce Cloudy. Insieme a The Dangling Conversation, settima traccia, rientra tra quei pezzi S&G che suonano come vere dichiarazioni d’innocenza. C’è la soavità e le atmosfere quasi rarefatte del primo album. L’anima più pura e primordiale del duo. Anche l’ottava traccia, Flowers Never Bend With The Rainfall è una perla nello stile degli esordi. E’ come se ci fossero dei pezzi S&G che sono più S&G degli altri. Quel marchio di fabbrica fatto di melodie delicate, atmosfere oniriche, armonizzazioni vocali che scavano nell’anima. Ed è lodevole che di album in album, pur nella giusta inevitabile crescita e relativo approdo a qualcosa di diverso, abbiano mantenuto una manciata di pezzi “classici” che sono lo zoccolo duro della loro identità. Stesso discorso vale anche per la decima traccia, For Emily, Whenever I May Find Her. Brano romantico, pervaso da suggestioni antiche ed oniriche rese nel consolidato sound del duo. Degna di particolare nota è la prestazione vocale di Art Garfunkel. I suoi toni dolci e misurati qui conoscono un crescendo emozionale notevole. Forse una prova generale di ciò che dovrà fare la sua voce nell’immensa title track dell’ultimo album, Bridge Over Troubled Water. Di dolcezza e malinconia è piena anche A Poem On The Underground Wall, undicesima traccia. Atmosfere metropolitane che celano poesia. La poesia è ovunque, anche in una fredda frenetica città come New York. Il pensiero mi va alla successiva grandiosa The Boxer, contenuta anch’essa nell’ultimo album. Azzardo a dire che quest’album contenga in nuce, in qualche modo, i semi dei successivi capolavori. Parsley, Sage, Rosemary And Thyme è un disco vario, ed eclettico. Si sentono forte la maestria e dimestichezza acquisite da Paul e Arty. E’ un album che contiene anche un brano che è una sorta di sperimentazione testuale surrealista, A Simple Desultory Philippic (nona traccia) dove a mo’ di filippica, appunto, si prendono in giro un po’ bonariamente cantanti e personaggi illustri dell’epoca (tra cui Bob Dylan, Mick Jagger, Andy Warhol). Un brano con uno stile folk-rock molto vicino al sound del Dylan post ’65. Troviamo in questo disco anche echi decisi del rock beatlesiano: The Big Bright Green Pleasure Machine (quinta traccia) è molto debitore della lezione inglese. The 59th Street Bridge Song è la sesta traccia, delicata, ritmo che cresce in delle vocalizzazioni piacevolissime. C’è posto anche per un’amara invettiva in questo album. L’ultima traccia, 7 O’Clock News/Silent Night è uno stridente accostamento del traditional Silent Night con un drammatico bollettino radiofonico. La tematica dell’impegno sociale, che potrebbe sembrare avulsa dal folk intimista del duo, è solo latente. E poi c’è lei, Homeward Bound. Quarta traccia, pezzo di sicuro e facile impatto. Una hit all’epoca. L’alternanza fra un placido, tenue, folk e un country veloce e ritmato, l’accelerazione che si crea in questo pezzo lo rendono accattivante e memorabile. Uno di quei brani che fanno bene al cuore. In che modo Paul e Arty riusciranno a stupirci ancora?

Sara Fabrizi

Spookyman- Spookyman

Autore: Spookyman

Titolo Album: Spookyman
Anno: 2016

Casa Discografica: Autoproduzione
Genere musicale: Blues, Soul, Folk, Ballad, Gothabilly

Voto: 9
Tipo: CD

Sito web: http://www.spookyman-music.com/

Membri band:
Giulio Allegretti a.ka. Spookyman – voce, chitarra, banjo, armonica, tamburello, kazoo e foot percussions

Guests:
Antonia Harper – back vocals
Matteo Acclavio – baritone sax
Carmine De Michelis – piano
Guglielmo Nodari – lap steel

Tracklist:
1. Friendly Woman
2. Bad Things
3. Distress
4. Remember Rain
5. Keep Movin’
6. Cotton Fields
7. Help Me
8. Breakfast By The Window
9. October Song
10. In Dreamin’
11. Maryann
12. In The Rain

Il Blues delle origini, quello nato sul Delta del Mississipi, con il suo carico di malinconia e forza di reazione è un’attrazione verso cui tutti i musicisti finiscono col gravitare. Del resto tutto nasce dal Blues. E Giulio Allegretti, in arte Spookyman, deve saperlo bene. Giovane, classe 1986, romano, e proveniente da esperienze musicali variegate (garage, country, rockabilly), ad un certo punto viene risucchiato nel vortice del Blues. E si reinventa one man band, suonando di tutto e di più (voce, chitarra, armonica, kazoo, stomp-box, valigia, cembalo), scrivendo pezzi malinconici ed autobiografici, eseguendoli con il piglio deciso ed altamente emozionale dei grandi che di sicuro lo hanno ispirato. Robert Johnson, Skip James, Bukka White, R. L. Burneside, John Lee Hooker. Solo per citarne alcuni. Tutta la grande tradizione del Delta Blues rivive in un album, il suo omonimo debut album, che suona attuale come solo la madre di tutti i generi può essere.
12 tracce intense, pulite e d’impatto. Anche nella performance live, cui ho avuto la fortuna di assistere, la sua capacità di comunicare la sua musica rimane fresca, diretta. Salvo poi “sporcarsi” di emozioni degne dell’esecuzione di un autentico bluesman. Spookyman racconta storie, le sue storie, che poi sono quelle di ognuno. C’è una donna, che fa capolino in diversi brani (Friendly Woman, Maryann) oggetto prediletto della narrazione blues. Se il Blues è pervaso di malinconia, sarà di sicuro l’amore a causare questo struggimento. E poi c’è il richiamo a condizioni antiche di sfruttamento e sofferenza (Cotton Fields), la dignitosa incessante lotta per la loro liberazione portata avanti dai neri d’America. Tematica che poi può diventare paradigmatica di ogni condizione umana di sopruso. Non è difficile sentire propri questi pezzi, e intravedere in essi il mondo. Il pathos dei pezzi più “sofferti” viene smorzato in altri brani che sembrano più leggeri e spensierati pur mantenendo quella malinconia di fondo come un marchio di fabbrica (Distress, Remember Rain). Una menzione a parte voglio farla per Keep Movin’. Subito rapita, trasportata in scenari lontani. C’ho visto e sentito Howlin’ Wolf. Quella ritmica incalzante, che scandisce così bene suono e parole. Quell’energia propositiva alla Smokestack Lightnin’ ce l’ho sentita dentro. Non serve aggiungere altro. Ogni amante del genere capirà. Un blues classico, un vero “bluesettone”, è Bad Things. Molto roots, bella ritmica, molto convincente. Proseguendo nell’ascolto del disco troviamo anche un pezzo decisamente blues rock, Help Me. Qui l’energia di un Rory Gallagher, di un John Fogerty. Ma anche, perché no, dei primi Black Sabbath quando Ozzy and co. facevano generose concessioni al Blues. Un brano quindi che a tratti sconfina nell’hard rock. Bella questa varietà stilistica all’interno dell’album. Un fortissimo filo conduttore fatto di Mississipi sound che ogni tanto cede ad altre suggestioni. Ci sono anche ballads folk in questo disco, come Breakfast By The Window e October Song. Quest’ultima in particolare presenta anche un richiamo alla tradizione degli stornelli romani, un’abile contaminazione che rende l’album ancora più godibile. Poi c’è un pezzo dal sound delicato, leggero ed estivo, In Dreamin’. Un brano con suggestioni soul molto fresco che mi fa pensare ad un artista recente, ma comunque inscrivibile nella scuola dei grandi interpreti blues, come Jack Johnson. Il pezzo di chiusura è una sognante ballad, dai ritmi molto rilassati e soft. In The Rain evoca una pioggia estiva, rigenerante, il miglior modo di chiudere il disco. Riprendiamo fiato, metabolizziamo e facciamo tesoro di tutto il Blues che, in diverse varianti, Spookyman ci ha egregiamente elargito.

Sara Fabrizi

Buzzy Lao – Hula

Autore: Buzzy Lao

Titolo Album: Hula
Anno: 2016

Casa Discografica: INRI
Genere musicale: neo blues, roots reggae, alternative folk

Voto: 8
Tipo: CD

Sito web: http://www.buzzylao.com/

Membri band:
Buzzy Lao – voce, chitarra, weissenborn, footdrum
Mattia Bonifacino – basso, cori
Tiziano Salerno – batteria, percussioni

Tracklist:
1. Ora Che
2. Credi Di Amare
3. Stella Magica
4. Anche Il Vento Ti Cambierà
5. Lacrime D’Amore
6. Guerra Da Nascondere
7. Luna
8. Chiedi Chiedi
9. Le Luci Della Mia Ombra
10. Hanno Ucciso L’Amore
11. Buonanotte
12. Sentirai
13. Qualcosa C’E’

Dove un forte amore e propensione per il blues si contamina con il cantautorato italiano e con suggestioni decisamente black (roots reggae e tribali) troviamo Buzzy Lao. Interessante, giovane, cantautore/bluesman torinese che frulla insieme le sue preferenze e background musicale con una lunga esperienza nel Regno Unito. E così ti sforna Hula, un debut album di 13 tracce che pescano da generi diversi tenuti insieme dal filo rosso del blues. Dal folk al soul di ultima generazione al rock. Un melting pot di sonorità maturate in un arco di tempo relativamente breve (rilascia il primo singolo Lacrime D’Amore nel gennaio del 2015, l’album esce lo scorso 21 ottobre) e che esplodono fino a concretizzarsi in un lavoro che ha tanto il sapore della gavetta, dell’impegno alacre fatti anche dal tour in tutta Italia e dalla campagna di crowdfunding promossa per produrre e finanziare l’album. Una storia di passione quella che caratterizza il percorso professionale di questo giovane artista. La stessa passione che ritroviamo nei suoi testi che parlano della sua vita interiore (amori, amicizie, dolori) ma anche della vita esteriore (tematiche di impegno e di denuncia delle ingiustizie sociali, razziali e culturali). E che ritroviamo anche nel suo modo di suonare, in quell’uso eclettico e sincero della chitarra Weissenborn molto usata nella scena alternative blues (Ben Harper e John Butler). Man mano che si procede nell’ascolto di questi 13 brani, tutti così diversi tutti così unitari nello stile e nell’anima, si delinea chiaramente lo scenario neo-blues dove si colloca Buzzy Lao. Deve essere stata una gran bella soddisfazione per l’artista tornare in patria dopo un’esperienza fuori e aver potuto rielaborare sensibilità e stimoli provenienti da contesti diversi per realizzare canzoni in lingua italiana ma suonate in maniera così “internazionale”. E’ un disco che cattura, che ti prende per mano, track by track, e ti guida lungo il percorso artistico-personale-umano dell’autore e ti fa vedere con i suoi occhi il mondo. Un percorso il cui punto d’arrivo è da considerarsi l’album nella sua totalità, come strumento di riflessione e anche di superamento e guarigione. Raccontando e raccontandosi tramite la musica si può metabolizzare ogni dolore e ogni sconfitta e trarne stimolo per nuovi obiettivi, per una rinnovata propositività e positività. E si può anche spronare un cambiamento non solo individuale ma anche sociale. La funzione catartica dell’arte nella variante intimistica ed impegnata del cantautorato. Passando dai brani più cantautorali come Ora Che, Le Luci Della Mia Ombra, Qualcosa C’E’, a quelli più reggae e roots come Stella Magica, Hanno Ucciso L’Amore, fino a quelli più genuinamente blues come Credi Di Amare, Guerra Da Nascondere, Chiedi Chiedi, la tensione che si avverte fra racconto di sé e racconto del mondo è molto bella, a tratti commovente. Perché rivela la capacità dell’artista di mettersi a nudo e regolare i conti con sé stesso senza mai trascurare l’attenzione per la società, per i suoi mali, per il suo necessario cambiamento. E la commistione dei generi, sempre sotto l’egida del “dio blues”, è a mio parere perfettamente funzionale a questo approccio.

Sara Fabrizi

Florio’s – Isolamento Momentaneo

Autore: Florio’s

Titolo Album: Isolamento Momentaneo
Anno: 2016

Casa Discografica: Autoproduzione
Genere musicale: rock

Voto: 8
Tipo: CD

Sito web: http://www.floriosband.it/
Membri band:
Valeria Maria Pucci – voce
Marco Nardone – chitarra
Davide Pascarella – basso
Riccardo Bianchi – batteria

Tracklist:
1. Dove
2. Lasciare Il Vuoto Dentro
3. Final Exit
4. Nel Tuo Inferno
5. In Cerca Di Te
6. Ho Sbagliato Tutto
7. Isolamento Momentaneo

Florio’s Atto Secondo. Dopo l’esordio del 2015, l’EP Restare Lucidi, la rock band cassinate torna con un nuovo lavoro. Partorito tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017, Isolamento Momentaneo si pone un po’ come il raccolto di ciò che si era seminato prima. Una semina fatta di live, non solo nel Lazio ma in giro per l’Italia, e di partecipazione a contest che spesso li hanno visti vittoriosi. E fatta di songwriting e alacre lavoro in studio, naturalmente. Un album fatto di 6 brani inediti e una cover. La formula rock, decisa e a tratti aggressiva, che si pone in contrasto ed esalta la voce pulita della giovane cantante funziona bene anche questa volta. Confermando un mood iniziale che nel passaggio dall’EP all’album ha subito un fisiologico inasprimento a mio parere. La musica dei Florio’s è di un rock arrabbiato, energico e a tratti impudente. Ideale per veicolare le tematiche trattate nei testi. Si parla di disagio, di rabbia, di delusioni, di disincanto, di solitudine, di perdita di un amore e di ricerca di affetto e punti di riferimento. Demoni e tormenti, di giovani e meno giovani, permeano il songwriting dei 4 musicisti e trovano nel loro modo di essere rock il perfetto veicolo espressivo. E’ come se letteralmente vomitassero addosso a chi ascolta tutta la loro rabbia e disagio mettendo in atto una catarsi che li libera a suono di riff martellanti e chitarre distorte. Ed è come se da questo rituale di esorcizzazione e purificazione rinascessero finalmente liberati e maggiormente propositivi. L’ascoltatore è reso partecipe in questo vortice di energia catartica e riesce ad entrare molto bene nei brani, a farli propri. Il brano che apre l’album, che è anche il primo singolo estratto, è Dove. Un incipit dal gusto punk rock. Veloce, martellante, lascia quasi subito spazio alla voce che, acuta e suadente, quasi urlando ci parla di amore. Di un amore perduto e perso di vista. Una fiamma che non brucia più e che si invoca, per un ritorno forse. Il tormento amoroso in questo brano trova nella parte strumentale un catalizzatore e una valvola di sfogo al contempo. La seconda traccia è Lasciare Il Vuoto Dentro, brano dalla sonorità ironica che esalta la voglia di tagliare col passato, bruciarlo e ricominciare da zero. La terza traccia è Final Exit. Final Exit è il nome di un kit per il suicidio ideato da una donna americana. Il tema affrontato è la violenza che può avere molte facce, non solo quella dei lividi. Qui si racconta la rassegnazione alla violenza da parte di una donna, il punto più basso di questa condizione. Un tema così attuale e tristemente serio è reso con molta veemenza da un ritmo martellante e quasi ossessivo. Chitarre infuocate e batteria lanciatissima. La quarta traccia è Nel Tuo Inferno. Un incipit molto dolce e rilassato che cela un’amara nostalgia. L’argomento trattato è un amore finito male con le riflessioni tristemente lucide che comporta. Tutto il brano è più lento dei precedenti. Non ci sono riff martellanti. Non c’è un rock gridato ma un sound molto più tenue che cresce un po’ per veicolare il ritornello “..sono stato nel tuo inferno, sono stato io il tuo inferno..” Il quinto brano è una cover. Si tratta del rifacimento alla Florio’s maniera del brano tradizionale In Cerca Di Te. Scritto nel ’45 e poi ampiamente reinterpretato, la versione dei Florio’s è vivace, rock e godibile. La scelta di piazzare questa cover è dettata quasi certamente dalla coerenza della tematica trattata con il resto dell’album: la ricerca di un amore perso e il sentirsi soli nella folla sono sfaccettature molto presenti. Cupa ed ossessiva quanto basta, la cover conferisce maggiore verve nella struttura del disco. La sesta traccia è Ho Sbagliato Tutto. Un titolo che esprime dubbio e tormento. Il brano racconta quando si arriva a perdere la propria dignità per l’altro. Essere disposti a qualsiasi gesto per ottenere una carezza, anche inventarsi un’altra identità o raccontarsi un’altra verità. In un contesto di incertezza e sbagli, sempre in agguato nelle relazioni con gli altri, l’invito è quello di “rimanere lucidi”. Un pezzo veloce, un ritmo vivace, a tratti cupo, che si sposa perfettamente con il testo. A chiudere l’album è la title track, Isolamento Momentaneo. Brano cupo, più dei precedenti. Le tinte sono fosche. Il tema trattato è la solitudine affettiva e le ipocondrie annesse. Il senso di isolamento che ci attanaglia. E’ un vero grido di aiuto, per placare la nostra sete di affetto, di considerazione. Nel ritornello il ritmo cresce e con esso la voce che urla la sua richiesta di un abbraccio. Il disco si chiude con una disarmante e gridata genuinità. Un album di un rock sincero e diretto.

Sara Fabrizi

Black Foxxes: I’m Not Well

Autore: Black Foxxes

Titolo Album: I’m Not Well
Anno: 2016

Casa Discografica: Search & Destroy / Spinefarm / Universal Music Group
Genere musicale: rock/ depression pop

Voto: 8
Tipo: CD

Sito web: http://www.blackfoxxes.bigcartel.com/

Membri band:
Mark Holley – voce e chitarra
Tristan Jane – basso
Ant Thornton – batteria

Tracklist:
1. I’m Not Well
2. Husk
3. Whatever Lets You Cope
4. How We Rest
5. River
6. Maple Summer
7. Bronte
8. Waking Up
9. Home
10. Slow James Forever
11. Pines

Torna il rock britannico, di un certo spessore. Non più il solito brit pop che strizza l’occhio all’ormai abusato onnipresente indie. Ma del vero rock, puro e duro. I Black Foxxes sono una rarità nello scenario inglese, ormai abitato da anni da gruppi tutti uguali che si fanno il verso a vicenda. I Black Foxxes sono un power trio proveniente dal Devon, dalla città di Exter per la precisione. Mark Holley, Tristan Jane e Ant Thornton hanno esordito nel 2014 con l’EP Pines che è stato un successo e da lì hanno lavorato alacremente fino a finire sotto l’egida della label Spinfarm Records, che fa capo alla Universal. I’m Not Well è il loro album d’esordio e ha di certo contribuito a rendere il 2016 un anno più decisamente rock. 11 tracce per la totale durata di 43 minuti che ti catturano e inquietano dall’inizio alla fine. Le liriche sono intrise di dipendenze, rinascite, disagi e frustrazioni. C’è rabbia ed energia, rese benissimo dalle atmosfere rock caratterizzate da una forte intensità emotiva derivante sia dal cantato del vocalist, brillantemente urlato, sia da un’esecuzione minuziosa e che non disdegna gli effetti. L’album si apre con la title track, I’m Not Well, in cui l’interpretazione vocale di Mark è davvero notevole e sembra quasi voler squarciare un cielo grigio e minaccioso con la sua forza limpida. Ne segue la breve Husk e poi la emotivamente carica Whatever Lets You Cope. Il pattern dei brani rimane abbastanza costante durante tutto il disco, con una costruzione musicale che fa molto affidamento sull’espressività vocale di Holley, ancora ben rappresentata nella quarta traccia, How We Rust, che presenta, nella parte finale, qualche concessione alla psichedelia. Ne segue River, una sorta di semi-lento dove i toni si abbassano un pò, ed è un bene a mio parere perché introduce un momento di riposo e riflessione che stempera la forte adrenalinicità del disco. Le parti più lente si alternano a qualche concessione vocale piuttosto gridata. Un bell’esempio di varietà stilistica all’interno di un pezzo. Interessante è la sesta traccia, Maple Summer, con un esordio più southern rock e aggressivo, che dona varietà ad un album altrimenti un po’ troppo uniforme. In questo pezzo i decibel si alzano e la voce di Mark svetta. Segue Bronte, brano più introspettivo. L’ottava e la nona traccia, rispettivamente Waking Up e Home, si caratterizzano per un massiccio dispiego di chitarre elettriche e riverberi. La decima traccia è Slow Jams Forever, un pezzo in cui ritroviamo tutto il sound caratterizzante della band. E’ qui che dispiegano tutte le loro particolarità, facendone un po’ il proprio marchio distintivo. Pines è il brano di chiusura. Qui si raccontano le incertezze della vita e si tirano le fila del disco facendo leva su un’esecuzione molto intensa ed emotiva. Un altro brano semi-lento che poi cresce dando naturalmente spazio e risalto alla timbrica emozionale del cantante.
Un album rock, di rabbia, ribellione e riflessione che arriva all’anima.

Sara Fabrizi

Simon & Garfunkel: Sounds Of Silence

Autore: Simon & Garfunkel

Titolo Album: Sounds Of Silence
Anno: 1966

Casa Discografica: Columbia Records
Genere musicale: folk rock

Voto: 8
Tipo: LP

Sito web: http://www.simonandgarfunkel.com/
Membri band:
Paul Simon – voce, chitarra
Art Garfunkel – voce
Glenn Campbell – chitarra
Hall Blaine – batteria

Tracklist:
1. The Sound Of Silence
2. Leaves That Are Green
3. Blessed
4. Kathy’s Song
5. Somewhere They Can’t Find Me
6. Anji
7. Richard Cory
8. A Most Peculiar Man
9. April Come She Will
10. We’ve Got A Groovey Thing Goin’
11. I Am A Rock

Il secondo album del già emblematico duo folk arriva nel 1966. Non un anno qualunque, bensì l’anno della maturazione del rock americano. Escono nel 1966 Pet Sounds, Revolver, Blonde On Blonde. Tutti album cruciali che segnano, nella discografia e nell’approccio all’arte dei relativi autori, la fine dell’età dell’innocenza e della spensieratezza per approdare alla riflessività ed inquietudine dell’età adulta. Ed è anche un passaggio epocale: il decennio 60s dopo lo splendore dei primi anni rivela le sue contraddizioni, le sue falle, le sue inquietudini, le sue ombre. La guerra del Vietnam e un pubblico di giovani non più giovanissimi, ma ormai adulti, che non ancheggiano più dinanzi ai juke box a suono di rock’ n ‘roll ma che riflettono, contestano, fuggono dalla realtà. E la Musica come sempre diventa specchio della società, delle sue istanze, delle sue richieste. In questo contesto calza a pennello il folk rock soave ma a tratti amaro di Simon & Garfunkel. L’album precedente, Wednesday Morning, 3 A.M., come noto, non fu un successo immediato anche se pose le basi per il loro futuro e forgiò il loro stile unico. Ed è con questo primo album che il secondo condivide una canzone, The Sound Of Silence. Embrionale, scarna, solo voci e chitarra acustica la versione del ’64, elettrificata e con l’aggiunta di altri strumenti la versione del ’66. Una nuova versione voluta dalla casa discografica che aveva subodorato che hit sarebbe potuta diventare se “ammodernata” secondo l’elettrificazione a cui il folk rock stava cedendo in quel periodo. E così fu. Paul e Arty ci si ritrovarono quasi dentro e batterono questa strada. Il periodo che Paul Simon aveva trascorso in Inghilterra ne alimentò la vena poetico-compositiva e ne affinò la tecnica durante le sue esibizioni nei club inglesi. L’uggiosa Gran Bretagna con le sue atmosfere malinconiche e rarefatte fu fertile humus per le storie intimiste raccontate dal nostro cantautore e che non aspettavano altro che incontrare la voce soave di Art Garfunkel. Nacque così Sounds Of Silence. 11 tracce registrate nel dicembre del 1965 presso i CBS Studios di Nashville e pubblicate il 17 gennaio 1966. L’intero album è pervaso da un’atmosfera autunnale, da un forte richiamo alla ciclicità delle stagioni della vita, dal passaggio dalla giovinezza spensierata al disincanto dell’età adulta. Un suono dolce ed avvolgente che veicola storie che, per contrasto, raccontano del freddo dell’anima, delle disillusioni, della solitudine. Lo avevano intuito bene i nostri folksinger che aria tirava. Avevano capito che di fronte alle inquietudini che stavano facendo capolino nella società del periodo i giovani avrebbe avuto voglia di fuggire. E avrebbero cercato altrove la loro dimensione, chi nella psichedelia, chi nelle droghe, chi in un forte impegno sociale, chi in un mondo quasi incantato dove solo poter riflettere e leccarsi le ferite. E quest’ultima dimensione esistenziale è quella a cui apre la musica di Simon & Garfunkel. Ogni pezzo di Sounds Of Silence è intriso di questo sentimentalismo amaro, di questa perdita di ingenuità, di questa maturazione socio-musicale. The Sound Of Silence apre l’album ed è, come già detto, il singolare caso della title track. Forte della sua malinconia aggraziata e del suo accattivante impatto elettrico diventa un pezzo miliare del folk rock. Ed esprime meglio di qualunque altra canzone al mondo il tramonto di un’era, la desolante atmosfera della “fine della festa” (o dell’estate) in cui ormai tutti sono andati via: sono rimasti solo due ragazzi (vedi la copertina dell’album), una chitarra e il silenzio che li avvolge nel freddo della notte, trasportandoli in un mondo poetico e visionario. Il secondo brano è Leaves That Are Green, un pezzo più esuberante ma comunque emblematico del rapido trascorrere del tempo. Ricorre alla classica immagine delle foglie autunnali che celano il ricordo di amori perduti, di una passata stagione in cui le foglie erano ancora verdi e il cuore era pieno d’amore. Il suo ritmo delicato ricorda le composizioni dei menestrelli medievali. Una lieve allegria, o meglio una malinconia più serena, che veicola un tema non propriamente allegro. Il terzo brano è Blessed. Un bel ritmo, belle le chitarre elettriche e la batteria. Un bel crescendo. Sta maturando il nostro duo e qui dà prova di saper suonare il rock. Il quarto pezzo è Kathy’s Song. Meravigliosa ballad, il ricordo di un amore perduto. Suoni morbidi ed acustici, malinconia evocativa, vero momento di estasi artistica. Un brano che si cuce addosso a Paul e Arty come una seconda pelle. Il quinto pezzo è Somewhere They Can’t Find Me. Qui si parla della fuga dagli uomini, della preferibilità della solitudine. Il tutto reso da una ritmica incalzante e da un sax che conferisce vigore. Il sesto brano è Anji. Interamente strumentale, forse una prova, riuscitissima, del virtuosismo e della tecnica di Paul Simon. Il settimo pezzo è Richard Cory. Si narra la storia di questo Richard e le sue inquietudini. C’è il tema della fuga, non solo dagli uomini ma anche dalla vita stessa. A veicolare ciò ci sono chitarre e batteria incalzanti e una decisa prestazione vocale di Arty. L’ottavo pezzo è A Most Peculiar Man. Qui torniamo nell’alveo della dolcezza malinconica resa da armonizzazioni vocali lievi ma incisive e perfette, come sempre. Quindi giungiamo al nono pezzo, April Come She Will. Breve, struggente, brano a metà fra una filastrocca per bambini e una storia incantata. Un pezzo che tratta il tema della ciclicità delle stagioni reso simbolicamente dal racconto di un amore che sboccia in primavera per concludersi in autunno. Ripreso da una canzone popolare, una ninna nanna, che si perde nella notte dei tempi, ha questo sapore agrodolce di una nostalgia quasi atavica, quasi connaturata alla caducità della vita stessa. A mio parere uno dei massimi vertici espressivo-evocativi del folk rock. Merita di essere trascritta tutta: “April come she will when streams are ripe and swelled with rain;
May, she will stay, resting in my arms again. June, she’ll change her tune, in restless walks she’ll prowl the night; July, she will fly and give no warning to her flight. August, die she must, the autumn winds blow chilly and cold; September I’ll remember a love once new has now grown old.”
Il decimo brano è We’ve Got A Groovey Thing Goin. Unica vera concessione dell’album al rock’n’roll di cui ripropone le ritmiche e le espressioni tipiche (“Baby, baby”). Ma si percepisce qualcosa di amaro, nel testo ma anche nella musica, che si pone in stridente contrasto con lo spirito tipicamente gioioso e leggero del rock’n’roll. A chiudere l’album è I Am A Rock. Il termine rock non si riferisce al genere musicale, bensì alla semplice e nuda roccia. L’elemento naturale che tenta di resistere agli urti della vita. Metafora della perdita di sensibilità, dell’indurimento, della mancanza di sentimenti che spesso sopraggiungono dopo aver sperimentato i dolori della vita. Esseri umani reificati allo stato di una roccia. Uomini che, pur di non soffrire più, scelgono di diventare freddi e insensibili, trovando nella poesia l’unico conforto. “ I am a rock, I am an island..”. “ And a rock can feel no pain, and an island never cries”. Un canto di resa, di abbandono. Una musica delicatamente ritmata e a tratti allegra cela una riflessione amara. Contrasto stridente ma stupendo. I nostri due timidi folksinger sono cresciuti e ora sfornano veri capolavori.

Sara Fabrizi

Simon & Garfunkel – Wednesday Morning, 3 A.M.

Autore: Simon & Garfunkel

Titolo Album: Wednesday Morning, 3 A.M.

Anno: 1964

Casa Discografica: Columbia Records

Genere musicale: folk rock

Voto: 8

Tipo: LP

Sito web: http://www.simonandgarfunkel.com/

Membri band:
Paul Simon – voce, chitarra acustica
Art Garfunkel – voce
Barry Kornfeld – chitarra acustica
Bill Lee – contrabbasso

Tracklist:
1. You Can Tell The World
2. Last Night I Had The Strangest Dream
3. Bleecker Street
4. Sparrow
5. Benedictus
6. The Sound Of Silence
7. He Was My Brother
8. Peggy-O
9. Go Tell It On The Mountain
10. The Sun Is Burning
11. The Times They Are a-Changin’
12. Wednesday Morning, 3 A.M.

L’album d’esordio del neocostituito duo folk fu un flop di vendite, inizialmente. Era il 1964 e il mondo, forse, non era pronto per la novità che apportavano i due giovani newyorkesi. Erano da poco sbarcati i Beatles negli States e il concetto stesso di musica pop si legava in maniera quasi univoca a loro. Non c’era ancora posto nel cuore del pubblico giovane per le soavi melodie, le armonie vocali e il loro delicato rock’n’roll in chiave folk. E per quanto riguarda il folk, chi all’epoca diceva folk diceva Bob Dylan. Eppure i due timidi ragazzi, amici fin dall’infanzia e artisticamente complementari, si stavano ricavando un loro spazio preciso, una loro personalissima strada, stavano inconsapevolmente costruendo il loro mito. E a riprova di quanto spesso la risposta del mercato non sia indicativa del valore di un disco c’è il fatto che solo due anni dopo quest’album venne rivalutato. Era accaduto un evento curioso ma che, di fatto, fu cruciale per far spiccare il volo al duo folk. Il produttore discografico Tom Wilson ebbe una grande idea: recuperare uno dei pezzi forti dell’album precedente di S &G, The Sound Of Silence, e regalargli una nuova verniciatura elettrica, secondo la recente moda di Dylan e del folk-rock. Chiamò così in studio i sessionmen Bobby Gregg (batteria), Bib Bushnell (basso) e Al Gorgoni (chitarra elettrica) e fece loro sovraincidere le rispettive parti sull’originale. Il risultato fu convincente: la Columbia decise all’insaputa totale degli autori di far uscire il pezzo a 45 giri. In brevissimo tempo la canzone volò al primo posto delle classifiche, vendette un milione di copie e costrinse uno spiazzato Paul Simon, che si trovava in Inghilterra, al precipitoso ritorno in patria. Alla luce di ciò il loro debut album, stroncato dalle vendite, non fu affatto un insuccesso, bensì l’inizio acerbo e inconsapevole di una stagione d’oro per Simon & Garfunkel. Una manciata di anni, dal 1964 al loro scioglimento nel 1970, di successo planetario derivante da una geniale ricetta fatta di storie semplici e tormenti interiori raccontati da un folk-rock delicato e misurato ma evocativo ed emozionante come nessuno ancora aveva saputo fare. Un marchio di fabbrica che li rese unici, che ha reso imperituro il loro mito ben oltre il loro scioglimento, fornendo terreno fertile di ispirazione per tutti i folksinger a seguire, influenzando artisti ancora oggi. Un’eredità enorme per il rock, nella sua variante tenue e apparentemente semplice che spesso chiamiamo folk. E in Wednesday Morning, 3 A.M. è già contenuta embrionalmente la promessa di tutto ciò. 12 brani fatti di melodie immediate, delicate chitarre e un pizzico di tradizione popolare. Un rock solo accennato. Poco più di 40 minuti che già però rendono molto bene l’idea del buono che ne verrà. Ad aprire l’album è You Can Tell The World, un allegro rock’n’roll perfetto per l’epoca, una cover dei The Seekers ma nello stile dei tanto adorati Everly Brothers. Un ritornello gioiosamente ossessivo “brought joy joy joy into my heart”. Il secondo brano è Last Night I Had The Strangest Dream. Ancora una cover, questa volta di Ed McCurdy. Una sorta di filastrocca spensierata di chiara matrice folk-country. Ciò che colpisce già da questi primi due brani sono le loro voci, come si cercano, come si trovano, come si coprono, armonizzando in piacevolissimo modo. Il terzo brano è Bleecker Street. Dolce e leggero, ancora acerbo ma una cartina tornasole di quello che sarà l’inconfondibile stile vocale di Art Garfunkel. Oserei dire che è un esempio di impressionismo in musica, è come una pennellata delicata ma decisa che ritrae e consegna all’eternità un istante. “Voices leaving from a sad café, smiling faces try to understand; I saw a shadow touch a shadow’s hand on Bleecker Street”. Inaugura un modo di dipingere la realtà che sarà la forza del duo in brani successivi e di grande successo. Il quarto brano è Sparrow. Una favola tratta dalla tradizione letteraria inglese. La storia del fragile passero che cerca una briciola d’amore. Tocca nel profondo, parole e melodia sono in simbiosi perfetta. Come nei migliori brani di S & G. Con il quinto brano, Benedictus, siamo nell’ambito della tradizione popolare religiosa. Si tratta di un rifacimento liturgico che, probabilmente, è solo un pretesto dei due per fornirci un’eccelsa prova vocale. Quindi siamo al sesto brano, The Sound Of Silence. Versione embrionale del futuro classico. Registrato per sole voci e chitarra acustica. Un brano nudo, con le 2 voci che si alternano e sovrappongono e una sola chitarra. In seguito sarebbero stati aggiunti strumenti elettrici e batteria, ma la prima incisione risulta oggi, a 52 anni di distanza, di un fascino arcano ed enigmatico. Impossibile non rabbrividire all’ascolto. Paul Simon tocca qui uno dei suoi vertici espressivi: disegna metafore sul tema dell’incomunicabilità umana, racconta sogni e incubi con una lucidità poetica autentica e inarrivabile, riuscendo nel tentativo ultimo di fornire un suono al silenzio. Il suo capolavoro creativo, indubbiamente. Il settimo brano è He Was My Brother, uno dei loro pezzi più dylaniani per la tematica affrontata tipica del folk impegnato. Imperversa la guerra in Vietnam e, sebbene i due newyorkesi abbiano scelto di non allinearsi a partiti politici e movimenti preferendo scandagliare i tormenti dell’animo umano nel quotidiano, un’ode contro la guerra serviva, era doverosa. E la condanna dell’ars bellica arriva in questa canzone che parla di un giovane di soli 23 anni morto ammazzato mentre combatteva per i suoi fratelli. “They shot my brother dead because he hated what was wrong”. Poche semplici parole, cantate con delicatezza e decisione su una melodia immediata. Non servono troppi giri di parole per “cantarla alla guerra”, loro lo sanno e centrano perfettamente l’obiettivo. Non sarà la più complessa e cervellotica fra le anti-war songs ma è una delle più dirette e commoventi. L’ottavo brano è Peggy-O. Una sublime filastrocca, candida e rassicurante. Perfetta per mettere alla prova le loro armonizzazioni vocali. Con il nono brano, Go Tell It On The Mountain, siamo sempre nell’ambito dei canti tradizionali-religiosi, retaggio probabilmente delle loro prime esperienze musicali di ragazzini. Un pezzo gioioso che annuncia al mondo intero la nascita di Gesù. Un ulteriore modo di “provare” i prodigi delle loro voci armonizzate. Il decimo brano è l’incantevole Sun Is Burning. Si tratta di una cover dell’omonimo pezzo di The Ian Campbell Folk Group. La parabola del Sole è innestata su una bellissima linea melodica. Simon & Garfunkel arricchiscono la versione originale del valore aggiunto delle loro voci, rendendo soave un pezzo già stupendo. L’undicesimo brano è ancora una cover, questa volta dylaniana: The Times They Are a-Changin’. Un tributo davvero appassionato che rivela tutta l’ammirazione dei 2 folksinger per il maestro Dylan. Scelgono di coverizzare un pezzo che è considerato il manifesto del folk impegnato e danno vita a una versione fluida ed accattivante. Il brano conclusivo è la title track: wednedsay-morning-3-amWednesday Morning, 3 A.M. Pura poesia. E’ un ritratto da brividi, è il peso di azioni sconsiderate: “My life seems unreal, my crime an illusion: a scene badly written in wich I must play”. La luna piena delle notti d’inverno, il magone terribile della stupidità. Eppure è anche speranza: è la sicurezza del tiepido corpo dell’amore, è l’attesa del mattino, giusto poche ore più in là, a riscaldare il freddo dell’animo. E’ come se le voci e le chitarre dialogassero nel raccontarsi a vicenda questa storia di tormento. Una piccola storia, eppure degna di essere narrata in musica. Quella di Simon & Garfunkel è la poetica musicale delle piccole cose. Con questo album nasceva qualcosa di unico e straordinario.
Sara Fabrizi