Gospel – Gospel

Autore: Gospel
Titolo Album: Gospel
Anno: 2017
Casa Discografica: Costello’s Records
Genere musicale: blues, garage rock
Voto: 8
Tipo: CD
Sito web: www.costellos.it/#/CostellosRecords/2670

Membri band:
Lorenzo Balice – voce, chitarra
Stefano Dal Lago – basso, cori
Andrea Roncari – batteria
Riccardo Ligorio – tastiere, chitarra, cori

Tracklist:
1. Ogni Piccola Guerra
2. La Rivalsa
3. Scarpe Inglesi
4. Maggio
5. Lampo Fulmine
6. Fango E Terra
7. Abbi Pietà Di Me
8. Piccola Donna
9. Giuda
10. La Mattina Di Natale

Quando scrivere canzoni e suonarle ha una funzione terapeutica. Buttare fuori il proprio mondo, la propria interiorità fatta di tormenti e sentimenti e darla in pasto agli altri. Esponendosi ma anche liberandosi. La catarsi musicale è un vecchio trucco cui i talentuosi e appassionati hanno fatto sempre ricorso. E quando si decide di raccontarsi così non c’è niente di meglio di una chitarra acustica che attinga dal blues, ma anche dal folk e dal soul. Ed è proprio questo il percorso intrapreso 5 anni fa da Lorenzo Balice. Nato come cantautore, butta giù canzoni rispondendo agli umori del momento senza velleità eccessive. Succede che poi però le canzoni crescono e cresce la voglia di comunicarle al mondo. E il soliloquio della chitarra acustica non basta più. Quindi si cercano altri strumenti e altre sensibilità per arricchire il tutto. Il progetto si amplia a coinvolgere Stefano Dal Lago al basso e Andrea Roncari alla batteria. E in seguito trova posto anche una seconda chitarra e tastiere nella persona di Riccardo Ligorio. La band è nata e dà alla luce il suo primo, omonimo, album Gospel. 10 tracce in italiano, con un sound che spazia dal blues al rock, al soul. Riff potenti, chitarre fuzzate ma anche acustiche dolci e cullanti che tradiscono il variegato set di influenze, da Jack White ai Black Keys e alla black music fino a Neil Young. Bella la alternanza che si crea fra pezzi dal ritmo più propriamente serrato in cui basso e batteria procedono a denti stretti e pezzi più melodici resi così bene dalla dolcezza della chitarra acustica e dall’uso delle tastiere tipicamente 70s. Le tematiche affrontate nei testi sono introspettive raccontando di vita vissuta e sentimenti, si spazia da malinconiche riflessioni ad energiche ed arrabbiate confessioni. Molto bello questo rock italico viscerale e romantico che mi fa tanto pensare ai Timoria e ai primi Subsonica. Un esordio potente per questa band che promette davvero molto bene.

Sara Fabrizi

The Byrds – Mr. Tambourine Man

Autore: The Byrds

Titolo Album: Mr. Tambourine Man
Anno: 1965

Casa Discografica: Columbia Records
Genere musicale: folk rock

Voto: 8
Tipo: LP

Sito web: http://www.thebyrds.com/

Membri band:
Jim McGuinn – chitarra a 12 corde, voce
Gene Clark – tamburello, voce
David Crosby – chitarra ritmica, voce
Chris Hillman – basso
Michael Clarke – batteria

Tracklist:
1. Mr. Tambourine Man
2. I’ll Feel a Whole Lot Better
3. Spanish Harlem Incident
4. You Won’t Have to Cry
5. Here Without You
6. The Bells of Rhymney
7. All I Really Want to Do
8. I Knew I’d Want You
9. It’s No Use
10. Don’t Doubt Yourself, Babe
11. Chimes of Freedom
12. We’ll Meet Again

Il debut album di The Byrds si chiama Mr. Tambourine Man. Come la title track che è una cover del celebre inno dylaniano. Cover fatta immediatamente dopo l’originale, in quel 1965 così cruciale per Dylan, l’anno che segna il suo passaggio dal folk al rock, o quantomeno al folk rock. L’anno della sua elettrificazione, che tanto fece storcere il naso ai puristi del folk. Con tanto di Pete Seeger che ordina di staccare la corrente mentre il menestrello d’America si esibisce al Newport Folk Festival. The Byrds iniziano la loro storia con una cover, e con un album che altro non è che una raccolta di cover e di qualche inedito. Ma che raccolta, e che cover, e che inediti! Quella che potrebbe sembrare un’operazione di facile riproposizione in veste nuova del già noto, della sua furba trasformazione in hit accattivanti e vendibilissime, diventa un album pietra miliare del rock. Perché per la prima volta il folk uscito dal Greenwich Village perde quell’aura eccessivamente greve ed impegnata per diventare musicalità pura, leggerezza, anche ballabilità. Il folk si elettrifica e si rockeggia con The Byrds. Causa ed effetto, al contempo, della svolta dylaniana. Dylan pungolato dalla voglia di elettrico che c’è nell’aria, che a sua volta contribuisce a legittimare questo tipo di operazione di “snaturamento” del folk. La neonata, composita, band californiana fu abile ad inserirsi in questo nuovo mood. Le liriche dylaniane e il suo canto di impegno e denuncia, che sia McGuinn che Crosby avevano metabolizzato quando militavano nel Greenwich Village, si sposa con il mersey-beat di influenza beatlesiana così presente in Gene Clark. Ed ecco a voi un potente, storico, album d’esordio. Il primo brano è la title track che divenne subito una hit di enorme successo grazie alle armonie vocali, al tintinnio tipico della 12 string di McGuinn (quello che appunto basandosi su un verso della canzone verrà battezzato come “jingle jangle”) e a una grandissima melodia. Dylan quando l’ascoltò la prima volta rimase spiazzato e disse “Wow! Ci puoi anche ballare!”. Poche cover al mondo hanno una tale personalità, bellezza e potere dirompente come questa. Mr. Tambourine di The Byrds è proprio un’altra canzone, gode di vita autonoma. E’ di fatto la canzone proto-rock americana per antonomasia. Possiede una grazia, un sentore onirico che davvero fa chiudere gli occhi e sognare. Perché se è vero che “Nobody sings Dylan like Dylan” è pur vero che The Byrds ci sono andati estremamente vicini. Non è la sola cover dylaniana dell’album, ve ne sono altre 3: Spanish Harlem Incident, All I Really Want To Do e Chimes Of Freedom. Tutte e 3 eseguite con quel piglio irresistibile che proietta i brani folk del menestrello in un nuovo universo ad un passo dal rock. Particolare menzione è necessaria per la cover di Chimes Of Freedom. La portata contro-culturale di questo brano stupendo e profondo, nel testo, nella melodia, in tutto, tanto da essere a mio parere già di per sé sufficiente a “giustificare” il recente Nobel, viene come estesa fino a “democraticizzarla”. Da appannaggio di pochi diventa patrimonio di tutti. Forte di una melodia azzeccatissima, di intrecci vocali da magone, viene veicolata al di fuori del mondo del folk e si staglia nel più ampio universo del (folk) rock. Le altre cover presenti nell’album sono: The Bells Of Rhymney, riproposizione di un vecchio brano di Pete Seeger e tributo quindi alla tradizione della canzone popolare americana; Don’t Doubt About Yourself, Babe, cover di un brano di Jackie DeShannon, piuttosto country e rockeggiante; We’ll Meet Again, cover di un brano di Ross Parker e Hughie Charles, un’incantevole ballad piena di speranza post-bellica riproposta in stile Byrds, pezzo conclusivo dell’album tra l’altro. Gli altri 5 brani sono inediti, per lo più partoriti dal genio creativo di Gene Clark tanto da considerarsi come parte del suo personale canzoniere (fin da subito il suo destino da solista inizia a delinearsi, lascerà The Byrds nel 1967). I’ll Feel A Whole Lot Better, You Won’t Have To Cry, I Knew I’d Want You, It’s No Use, Here Without You. Clark li scrisse con il contributo di McGuinn e di Crosby i quali rispettivamente apportarono ai brani il valore aggiunto dei riff chitarristici della 12 corde e geniali intuizioni sonore (che saranno poi il nerbo della carriera di Crosby). Here Without You in particolare ci mostra il lato più romantico e dolce di The Byrds, ovvero l’animo gentile di Gene Clark che ritroveremo in seguito nei suoi pezzi solisti di più incontrovertibile bellezza (For A Spanish Guitar, Polly). In tutti e 5 i brani c’è un sapiente uso del tamburello che conferisce aggraziato ritmo e tradisce tutta la provenienza mersey-beat di Gene Clark. Si passa dalla giocosità di I’ll Feel A Whole Lot Better, brano spensierato e dal ritmo coinvolgente, alla dolcezza di I Knew I’d Want You, una vera ballad resa benissimo dalle armonie vocali, all’anima molto beat (e beatlesiana!) di You Won’t Have To Cry. Tra riproposizione (originalissima) di brani di altri e pezzi nuovi The Byrds esordiscono tracciando i loro capisaldi derivanti dalle diverse anime della band rappresentate dalla chitarra di Roger McGuinn, dall’anima beat di Gene Clark e dal sound già anarchico e surreale di David Crosby.

Sara Fabrizi

Freddy And The Panthoms: Decline Of The West

Autore: Freddy And The Panthoms

Titolo Album: Decline Of The West
Anno: 2017

Casa Discografica: Mighty Music / Target Group
Genere musicale: rock, blues rock, psychedelic

Voto: 8
Tipo: CD

Sito web: http://www.freddyandthephantoms.com/

Membri band:
Frederik Schnoor – Vocals, Guitars
Rune Hansen – Drums, Tamburines, Backing Vocals
Morten Rahm – Pedalsteel, Guitars
Mads Wilken – Bass, Backing Vocals
Anders Haahr – Organ, Backing Vocals

Tracklist:
1. Decline Of The West
2. Kentucky Killer
3. City Of Crime
4. Call Me The Creature
5. Behind The Curtain
6. The Last Cafè
7. Transition Blues
8. NYC 1965
9. Brownstone Badlands
10. The Wild Ones (Revisited)
11. Mr. Pig

Quando il Blues Rock soffia forte dalla Danimarca. Freddy And The Phantoms da Copenaghen con un mix di swampy blues, heavy desert rock, epic rock ballads. Nati nel 2010 e con all’attivo 4 album e live tour di impatto, si sono affermati subito come una delle blues rock band più amate in Danimarca e non solo. Grazie al respiro così internazionale del loro sound (sembrano americani nel midollo) e ai loro live show così intensi stanno conquistando un pubblico sempre più vasto. La loro quarta fatica, Decline Of The West, uscito per la label Mighty Music lo scorso aprile, è la summa di questa forte “danish attitude to blues”. Il titolo dell’album è piuttosto emblematico, alludendo ad una fase di declino, crisi e tramonto che sta attraversando la nostra civiltà occidentale. Ed è proprio durante la registrazione dell’album che è venuta fuori prepotentemente questa profezia in relazione soprattutto al clima di paura e terrore che sta segnando Europa e Stati Uniti portando a derive come la xenofobia che finisce col prevalere sui valori e sentimenti più umani come la solidarietà. Le 11 tracce di Decline Of The West trattano proprio queste tematiche con gli strumenti appropriatissimi del blues rock. Soprattutto il lato di sofferenza e dramma esistenziale, così caro al sostrato culturale che ha prodotto la madre di tutti i generi, è qui reso in maniera grandiosa ed intensa dando luogo ad una vera e propria odissea bluesy che si dipana lungo le 11 microstorie narrate nei brani. Un piglio quasi da concept album quindi che racchiude una varietà stilistica interessante, spaziando da rock ballads drammatiche, dove ho sentito forte l’eco di Neil Young, a pezzi tipicamente desert rock, dove è palese l’anima southern alla Lynyrd Skynyrd, a pezzi molto swamp blues, un po’ alla Creedence maniera, a pezzi più rockeggianti ed apparentemente più easy dove però l’impronta profonda e drammatica del blues non viene mai meno. La stessa title track è intrisa di queste atmosfere un po’ fumose che “insidiano” la leggerezza di un impianto tipicamente classic rock. Da segnalare il very rare special guest dell’ottava traccia, NYC 1965: trattasi del chitarrista americano Billy Cross, già session man di Bob Dylan, Link Wray, Meat Loaf. Questa preziosa collaborazione conferisce un’aura quasi di magia al già nostalgico rock’n’roll del brano. C’è un brano poi, la nona traccia, Brownstone Badlands, dove è forte l’impronta springsteeiana. E’ la tipica cavalcata rock alla Boss maniera: batteria portante e incalzante, molto spazio alle keyboards veloci e vivaci, chitarre energiche e positive. Un modo scanzonato di raccontare realtà non proprio facili e felici. Dicevo dell’eco di Young: c’è la settima traccia, Transition Blues, dove l’apertura è proprio Ohio per poi proseguire nei cardini delle chitarre acide del grande canadese ma lasciando spazio anche al veloce irish rock blues alla Rory Gallagher. Il set di influenze è composito e naturalmente in tema con il genere prescelto. La loro abilità sta, a mio parere, nell’aver saputo trattare temi drammaticamente attuali con le sonorità tipiche di un insieme di generi e micro-generi che da sempre hanno a cuore il lato sociale, e non solo individuale, delle vicende umane. Inscrivendo il tutto in una importante epopea blues che, pur non potendo offrire soluzioni facili ai problemi trattati, offre comunque uno spunto di riflessione e una chiave di lettura.

Sara Fabrizi

The Byrds

Formazione composita e in continuo divenire, sperimentazione di diversi generi , contributo all’invenzione di alcuni generi, uso pionieristico della chitarra Rickenbacker a 12 corde da cui il sound denominato jingle jangle, posto di assoluto riguardo fra le band di musica popolare americana degli anni ’60. Definire i californiani The Byrds richiede molteplici descrizioni e diverse chiavi di lettura. Operanti nell’ambito del folk rock ma non esauribili in esso, non ancora propriamente rock ma ad un passo da esso, psichedelici a tratti, per farla breve The Byrds elettrificarono il primo Dylan (quello del folk puro) mostrando al mondo della tradizione popolare americana che il futuro era la chitarra elettrica. Band spartiacque, dunque, e di rottura con il passato . Ma andarono ben oltre questa funzione di traghettatori verso il rock americano di fine decennio. Inventarono un loro sound, tutto loro: fatto di elettrica, armonie vocali e generose concessioni ad una prima embrionale psichedelia. Come detto prima la loro è una formazione composita. Del gruppo dei Byrds hanno originariamente fatto parte musicisti che, nel corso degli anni, hanno poi goduto di successo come solisti o internamente ad altre band. I cinque Byrds co-fondatori del gruppo sono stati: Jim McGuinn – che nel 1966 ha adottato il nome di Roger McGuinn (chitarra Rickenbacker a 12 corde e voce) – il cantante e chitarrista David Crosby, Gene Clark (autore di molti brani, voce, chitarra, tamburello e percussioni, morto nel 1991), Chris Hillman (basso, chitarra, mandolino) e Michael Clarke (batteria, percussioni, deceduto nel 1992). Formazione fluida e in continuo divenire. I Byrds sono più un punto di riferimento che un gruppo definito. Sono il luogo dove prima Gene Clark, poi David Crosby e Chris Hillman, infine Gram Parsons, tutti grandi cantautori e forti personalità, hanno pubblicato alcune delle loro opere giovanili. Vi è un minimo comun denominatore: Roger McGuinn, l’uomo che con i suoi arrangiamenti, le sue produzioni, la sua chitarra a 12 corde e le sue mille ricerche acustiche ha fatto il suono ora pop, ora folk, ora country, ora jazz, ora acido, dei Byrds. E’ come se ci fossero 3 anime che scandiscono le 3 macro-fasi della storia Byrds: la fase che fuse Dylan e il merseybeat, quella che coniò il rock spaziale-psichedelico, e quella che si lanciò nel country-rock. Ciascuna di queste tre fasi è stata caratterizzata dal leader che ne ha impersonato l’ispirazione e scritto il materiale: la coppia Clark-McGuinn all’inizio, Crosby nel mezzo, McGuinn alla fine. Le loro tre forti personalità artistiche, dolce e introversa quella di Gene Clark, sognante e irreale quella di David Crosby, pratica e professionale quella di Roger McGuinn, daranno vita a carriere soliste che saranno la naturale prosecuzione della rispettiva fase dei Byrds. Roger (o Jim) McGuinn e David Crosby (che si erano conosciuti nel 1960 a Los Angeles) avevano appreso al Greenwich Village l’arte del folksinger post-dylaniano ed erano emigrati in California a divulgarne il verbo. A Los Angeles fecero conoscenza con il bluegrass delle praterie (e le sue scintillanti armonie chitarristiche) e con il merseybeat che dilagava dopo la tourneè dei Beatles (e con le sue cristalline armonie vocali). Il retaggio del bluegrass era particolarmente forte in Chris Hillman (mandolinista di San Diego, reclutato al basso, già titolare della bluegrass band Hillmen) e il merseybeat era la passione di Gene Clark (proveniente da Kansas City, ex membro dei New Christy Minstrels). Alla batteria sedette fino al 1967 Michael Clarke. Agli inizi, comunque, i Byrds si proposero più modestamente di rendere omaggio alla grande tradizione dei folksinger, e in particolare a quello che stava diventando il mito nazionale: Bob Dylan. L’idea geniale fu quella di arrangiare le canzoni di Dylan come se si trattasse di hit della surf music o del merseybeat, cioè impiegando armonie vocali a più parti (alla Beach Boys), chitarre elettriche come si usavano in Gran Bretagna, e accelerando il ritmo in modo da rendere le melodia più allegra e orecchiabile. I Byrds esasperarono soprattutto le chitarre, ben tre (ma soprattutto la Rickenbacker 12 corde di McGuinn). Irruppero sulla scena della musica rock nell’estate del 1965 con la loro versione, eterea e orecchiabile, di Mr Tambourine Man, trasformata soprattutto da un tornado di jingle-jangle chitarristici. Quella umile cover segnò l’avvento di un genere nuovo: il folk-rock. Genere che combinava il genio lirico di Dylan e l’astuzia melodica dei Beatles. Un altro grande successo fu la cover di Turn Turn Turn (scritta da Seeger e cantata in tono quasi biblico). Nel giro di un anno uscirono anche i primi due album, entrambi sminuiti dal fatto d’essere essenzialmente raccolte di 45 giri e di cover. Il grande merito del primo, Mr Tambourine Man (CBS, 1965), è in realtà quello di aver imposto uno standard di produzione improntato alla pulizia formale. In questo album gli accenti “dylaniani” si sposano a una sbrigliata fantasia esecutiva. Scampanellii di chitarre e intrecci vocali si danno a equilibrismi sempre più mozzafiato. Il successivo Turn Turn Turn è però meno eccitante del primo album. Incalzati dal genere acid-rock che avevano contribuito a creare, i Byrds cominciarono a rinnovarsi già nel 1966. I nuovi orizzonti musicali erano rappresentati dall’LSD e dall’induismo: Eight Miles High (capolavoro di McGuinn, con un assolo ispirato da John Coltrane) e il suo retro Why ne furono i rispettivi manifesti. Il nuovo corso creò però i primi attriti all’interno del gruppo e Gene Clark decise di abbandonare il complesso mentre stavano registrando Fifth Dimension (CBS, 1966). I testi del nuovo album superavano nettamente la barriera del mero intrattenimento adolescenziale e cominciavano a parlare di “viaggi” immaginari. Gli strumenti si prendevano licenze ritmiche e armoniche sempre più sfacciate. La struttura della canzone era sempre più libera. Un blues strumentale (Captain Soul), un country epico (Fifth Dimension) e un bluegrass spaziale (Spaceman) segnarono la fine del periodo delle hit, esemplificata dalla presa di potere da parte di Crosby. Crosby è l’ispiratore assoluto del quarto disco, Younger Than Yesterday (CBS, 1967). Questo disco rappresenta il contributo artistico più valido e importante lasciato dai Byrds alla musica del loro tempo. Il complesso, che si era presentato fin dall’inizio come l’alternativa fantastica all’intellettualismo dylaniano, esce dalla tradizione del maestro del Greenwich Village e inaugura un nuovo filone che rimescola folk, blues, jazz, oriente, elettronica e dissonanze vocali. All’interno del complesso si crea allora un conflitto di tendenze fra Crosby e Mc Guinn, che vede di malocchio quella svolta lisergica. Alla fine la bilancia pende in favore di McGuinn: Crosby se ne va e, con un ambiguo Notorious Byrd Brothers (Columbia, giugno 1968), i Byrds stendono un ideale ponte fra rock psichedelico e country di Nashville, fra rivoluzione e tradizione. Nella formazione entrano musicisti di quella scuola, fra cui Gram Parsons. Il disco che sancì la nascita del country-rock, e in un certo senso il suo manifesto, è Sweetheart Of The Rodeo (Columbia, agosto 1968). La formazione di questo album si rivelò però provvisoria, in quanto Hillman e Parsons (autore anche dei brani migliori, Hickory Wind e One Hundred Years From Now), intrapresero per conto proprio la strada del nuovo genere, lasciando solo McGuinn. Da quel momento McGuinn, ricostruito il complesso con altri reduci di Nashville come il batterista Gene Parsons, il chitarrista Larence White e il bassista Skip Battin, si mantenne sul sentiero del country-rock più “autostradale”, cioè un suono piacevolmente vicino all’easy-listening. Ballad Of The Easy Rider (Columbia, 1969) vanta ancora Ballad Of Easy Rider (testo in gran parte di Dylan, anche se non accreditato), Gunga Din e Jesus Is Just Alright. Dr Byrds And Mr Hyde (Columbia, 1969) non contiene nulla di significativo. Lover Of The Bayou e Chestnut Mare sono le perle del doppio Untitled (1970), metà dal vivo e metà in studio. Byrdmaniax (1971) e Farther Along (1972) sono gli ultimi album. McGuinn tentò invano di risalire la china mettendo insieme, per un disco nostalgico, la formazione originale. Il The Byrds (Asylum, 1973) che ne venne fuori è una raccolta di belle canzoni senza seguito. Allora McGuinn sciolse definitivamente i Byrds e si lanciò nell’avventura solista. Hillman e Parsons formeranno poi i Flying Burrito Brothers. Un’altra mezza reunion sarà l’album di McGuinn Clark Hillman (Capitol, 1979), ancor meno saliente. E` curioso che negli anni ’90 fu l’ex batterista Michael Clarke a impossessarsi del marchio Byrds e a battere i club nostalgici con una formazione che in realtà non aveva che un solo membro dei Byrds. (Naturalmente gli altri Byrds lo scomunicarono). The Byrds (1990) è un box-set quadruplo che ripercorre la loro carriera. Tramontarono, ma avendo prima lasciato un segno indelebile nella storia della musica popolare e del rock americano.

Sara Fabrizi

Simon & Garfunkel – Bridge Over Troubled Water

Autore: Simon & Garfunkel

Titolo Album: Bridge Over Troubled Water
Anno: 1970

Casa Discografica: Columbia Records
Genere musicale: folk rock

Voto: 10
Tipo: LP

Sito web: http://www.simonandgarfunkel.com/

Membri band:
Paul Simon – voce, chitarra
Art Garfunkel – voce
Joe Osborn – basso
Larry Knechtel – pianoforte
Fred Carter, Jr. – chitarra
Hal Blaine – batteria
Jimmie Haskell – archi
Ernie Freeman – archi
John Faddis – ottoni
Randy Brecker – ottoni
Lew Soloff – ottoni
Alan Rubin – ottoni
Los Incas – strumenti peruviani

Tracklist:
1. Bridge Over Troubled Water
2. El Condor Pasa (If I Could)
3. Cecilia
4. Keep The Customer Satisfied
5. So Long, Frank Lloyd Wright
6. The Boxer
7. Baby Driver
8. The Only Living Boy In New York
9. Why Don’t You Write Me
10. Bye Bye Love
11. Song For The Asking

L’ultimo disco di Simon & Garfunkel, subito dopo ci sarà lo scioglimento del duo, vede la luce nel 1970 a seguito di un anno difficile per i rapporti fra i due. Dopo i successi vertiginosi e crescenti di album in album, dopo la consacrazione avvenuta con Bookends, un anno di stasi e difficoltà. Passano i mesi e non sembra esserci niente di concreto. Di fatto l’unico disco di S & G a vedere la luce nel ’69 è il singolo The Boxer, grande successo (n. 7 USA, n. 6 UK). Il resto dell’anno passa tra incomprensioni e allettanti, inediti, sbocchi di carriera: come quello capitato a Garfunkel, che accetta l’invito di Mike Nichols (una vecchia conoscenza) a far parte del cast del suo nuovo film, “Comma 22”. Il regista assicura ad Arty che le riprese (in Messico) non lo distoglieranno troppo dal lavoro in studio e che non gli ruberanno più di un paio di mesi. Le cose non vanno comunque per il verso giusto: la pellicola richiede ulteriore tempo e Simon, per la prima volta, si sente snobbato, messo da parte. Inizia a scrivere canzoni, tra l’amaro e il malinconico, su questa perdita temporanea. Paradossalmente il suo songwriting attinge nuova linfa dalle difficoltà e getta le basi per l’ultimo capitolo del magico sodalizio artistico e personale. Al ritorno dell’amico dal Sud America e dopo una manciata di concerti a fine anno, la coppia porta finalmente a termine il lavoro. Basterebbe già solo lasciar parlare i numeri per spiegare la grandezza di questo ultimo album: oltre dieci milioni di copie vendute, 85 settimane nelle classifiche americane (di cui 10 al numero 1), quattro singoli nella top ten e un Grammy come miglior disco dell’anno. Per un’istantanea quantitativa potrebbero bastare, ma non spiegheranno mai il tripudio emozionale di cui sono intrisi i brani, il loro preciso posto nella peculiare architettura del nostro magico duo folk, il lascito che investe l’ascoltatore di ieri e di oggi. Bridge Over Troubled Water è la testimonianza ultima dell’evolversi del loro rapporto umano ed artistico. Riesce a darci un’idea precisa di dove Paul e Arty siano approdati. Da amici in simbiosi a due figure distinte bisognose di intraprendere ognuna un diverso percorso, lontano dall’altro. Dal folk ad un pop raffinato e ad una matura canzone d’autore. E quasi in maniera paradossale sarà proprio il loro emanciparsi dalle impostazioni e dagli schemi iniziali (quelli per cui si caratterizzano, quelli per cui li ricordiamo) a fargli guadagnare l’apice, la vetta del successo e del riconoscimento a livello mondiale. Questo loro ultimo album è semplicemente una scatola magica che contiene un po’ di tutto: l’innovazione e la tradizione, il tendere verso il futuro e il richiamo alle radici. 11 pezzi per una durata di 36 minuti e 46 secondi in uno stato di grazia assoluta. Tutto è perfetto, i testi, gli arrangiamenti, le voci, l’alchimia, la successione dei brani. Ad aprire il disco è la monumentale title track, Bridge Over Troubled Water. Una splendida ballata per piano, cantata dal solo Garfunkel che qui ci offre la sua migliore prestazione vocale. Un brano che cresce di intensità fino all’esplosione orchestrale e al coraggioso acuto finale. “When you’re weary, feeling small, when tears are in your eyes, I’ll dry them all (all), I’m on your side, oh, when times get rough and friends just can’t be found, like a bridge over troubled water I will lay me down”. Bastano questi versi iniziali per capire il senso di conforto e amore che il brano ci regala. Che sia stato scritto per una donna, per un amico, per ogni persona di cui si desideri il bene, questo pezzo rimane una delle perle più fulgide della musica moderna. Dopo questo incipit straordinario troviamo El Condor Pasa. Un brano che è l’esito della personale riscrittura di un traditional peruviano da parte di Paul Simon, che inizia già a manifestare in maniera evidente la propensione per la world music e la ricerca musicale che svilupperà poi appieno nei suoi album solisti. Melodie folk andine per un testo fatto di suggestioni e metafore sulla libertà. Uno stupefacente risultato, ottenuto anche grazie all’aiuto del gruppo peruviano Los Incas nella registrazione. Il terzo brano è Cecilia. Altro indizio che Paul Simon si sta decisamente orientando verso la musica extra-anglosassone. Un pezzo presumibilmente dedicato ad una donna che gli ha spezzato il cuore, che però narra questa storia non con un mood malinconico bensì con un travolgente ed allegro ritmo afro-ispanico. Il brano successivo è Keep The Customer Satisfied che insieme a Baby Driver è una chiara testimonianza di come il talento di Paul Simon sia maturato verso il pop, forse un po’ debitore di un maestro come Brian Wilson dei Beach Boys. Due brani molto accattivanti, molto vendibili, molto figli dell’epoca, molto pop. In questo album così variegato troviamo anche un tentativo di jazz/bossa in So Long, Frank Lloyd Wright. Un brano che parla di un addio e probabilmente cela il dispiacere e la consapevolezza di Paul per la fine del suo rapporto con Arty. Discorso a parte va fatto per The Boxer. Al pari della title track è una gemma di perfezione musicale, metrica e testuale. La sua grazia acustica ha fatto scuola. I colpi secchi di batteria che riproducono il suono tipico del sacco che viene colpito dal boxer. Il suo delicato, e al contempo crudo e realista, affresco della vita di un giovane aspirante boxer in una New York priva di calore umano. Quei versi celebri che te la scolpiscono nel cuore per sempre “All lies and jests, still a man hears what he wants to hear and disregards the rest”. A mio parere, addirittura più della mitica title track, è The Boxer la summa della sensibilità artistica, dell’essenza stessa del duo. Perché dentro è espressa al massimo tutta la loro abilità nell’indagare e dipingere in maniera quasi impressionistica i tormenti dell’animo umano. Con una precisione, profondità e verosimiglianza degne di un’opera letteraria del verismo. Altro brano di una grazia acustica commovente è The Only Living Boy In New York. Anche qui si narra una storia di solitudine, il senso dell’abbandono quasi autobiografico che Paul riversa in questo album. Doveva pesargli sul cuore come un macigno l’imminente fine della magica simbiosi con Arty. In questo brano la prestazione vocale di Garfunkel è di una dolcezza ed intensità estasianti. Quella batteria che cresce poi, come a volerci dare forza, a volerci consolare. Gli ultimi 3 brani dell’album sono quasi di alleggerimento, e forse ce n’è bisogno per riprender fiato dopo lo tsunami emozionale che ci ha investito con i brani citati prima. Why Don’t You Write Me è un pezzo ritmato e coinvolgente, un brano pop indolente e scanzonato. Bye Bye Love è una cover-tributo (registrata live) ai mitici Everly Brothers, maestri, ispiratori e punto di partenza per la formazione artistica del nostro duo. La scelta di inserire questo pezzo verso la fine dell’ultimo album è sicuramente funzionale a sottolineare le radici che restano nonostante le doverose evoluzioni. A chiudere l’album è Song For The Asking. Una ballad dolce e soave, come nella migliore tradizione di Paul e Arty. La voce di Garfunkel è limpida come sempre. Le armonie delicate, come da copione. Come a voler dire, ok ci stiamo separando, il sogno sta finendo, ma la nostra essenza, la nostra eredità musicale ed umana non andrà mai persa, è tutta qui, tutta per voi.

Sara Fabrizi

Simon & Garfunkel – Bookends

Autore: Simon & Garfunkel

Titolo Album: Bookends
Anno: 1968

Casa Discografica: Columbia Records
Genere musicale: folk rock

Voto: 8
Tipo: LP

Sito web: http://www.simonandgarfunkel.com/

Membri band:

Paul Simon – voce, chitarra
Art Garfunkel – voce
Hal Blaine – percussioni
Joe Osborn – basso elettrico
Larry Knechtel – pianoforte, tastiere

Tracklist:
1. Bookends Theme
2. Save The Life Of My Child
3. America
4. Overs
5. Voices Of Old People
6. Old Friends
7. Bookends
8. Fakin’It
9. Punky’s Dilemma
10. Mrs. Robinson
11. A Hazy Shade Of Winter
12. At The Zoo

Reduci dal successo della colonna sonora del film The Graduate, in cui confluiscono pezzi degli album precedenti, inediti scritti per il film e una Mrs Robinson in nuce, il nostro duo crea Bookends. Album prodotto per la prima volta in proprio e del tutto sui generis. Pur rappresentando l’evoluzione della vena folk maturata fin dal debut album, con tutti i suoi stilemi e le sue influenze, Bookends ne è al contempo superamento ed affrancamento. Sappiamo bene che il folk di S&G è di un tenue impegno sociale, bensì piuttosto intimista e quindi teso ad indagare sensazioni ed emozioni di 2 giovani ragazzi nella New York metà anni ’60. Una poetica delle piccole cose, la delicata celebrazione del quotidiano. In Bookends queste istanze si manifestano con tutta la loro forza, facendone un disco che è l’elegia della quotidianità e della normalità. Narrate però con fare poetico. Microstorie, nate osservando al di fuori della propria finestra. Uomini e donne che camminano per le strade della città, che si intrattengono a parlare del più e del meno, che ricordano gli amori passati, un viaggio. I piccoli grandi eroi della vita di tutti i giorni. Non i grandi contestatori galvanizzati dal tripudio sociale ed emotivo del periodo. Non la voglia di spaccare il mondo, ma il desiderio di salvarne il buono che rimane. La copertina dell’album, che ritrae Paul ed Arty in primo piano che ci guardano con occhi sinceri e puliti, la dice lunga sul loro stile, sul loro approccio al mondo e all’arte che, in questo disco, raggiunge un apice e fonda una loro nuova originalità. Dal folk ad un pop-folk colto e raffinatissimo. 12 pezzi in stato di grazia, da ascoltare tutti di un fiato. Un lato A che narra storie incentrate sullo scorrere del tempo, un lato B che raccoglie i pezzi scartati nella produzione della soundtrack del Laureato. Un aspetto da concept album che racconta le varie sfaccettature del ciclo della vita. L’inizio dell’album è dolce, con un brevissimo brano strumentale, Bookends Theme, che poi tornerà nella settima traccia con l’aggiunta di voci. Il secondo brano è Save The Life Of My Child. Qui assistiamo ad un allontanamento dalla tradizionale delicatezza del duo con l’uso di un sintetizzatore distorto. Contiene inoltre un estratto di The Sound Of Silence. Capiamo subito che si tratta di un disco di ricerca e di maggiore sperimentazione. La seconda traccia sfuma nella meravigliosa ballad America. Una delle più belle del canzoniere di Paul Simon. Racconta il viaggio di due giovani amanti, le loro speranze, le loro illusioni. Probabilmente autobiografica, l’intro con quell’incantevole “mm mm mm..” e la conclusione con l’organo già fanno tutto. In mezzo chitarre delicate ed impeccabili ed una batteria incalzante quanto basta. Una vera gioia per le orecchie. Ad America segue Overs. Breve brano delicato e sussurrato, recupera quella leggiadria a cui Paul e Arty ci avevano abituati. La quinta traccia è Voices Of Old People. Un pezzo fatto esclusivamente di dialoghi fra anziani. Un intermezzo parlato, registrato personalmente da Arty in varie case di cura ed ospizi. Scelta singolare questa, ma funzionale alla tematica dell’inesorabile scorrere del tempo che è uno dei fili rossi dell’album. La traccia seguente è Old Friends. Una celebrazione dell’amicizia che ci accompagna vita natural durante. Brano acustico arricchito da fiati e archi che gli conferiscono maggiore profondità e respiro. Quindi entriamo nella seconda parte dell’album. Qui troviamo Fakin’ It e Punky’s Dilemma che ricorrono all’uso di effetti sonori, loop di percussioni, interludi parlati. A riprova di come questo sia un disco di sperimentazione. E qui troviamo anche la versione definitiva di quella Mrs. Robinson che nella soundtrack di The Graduate era stata solo accennata, svelandone le potenzialità ma non l’intera bellezza. Non volevano “bruciarla” Paul e Arty. Erano consapevoli di aver creato una song-capolavoro. Una hit potentissima con quel ritornello mandato a memoria da almeno 3 generazioni, e tale da trascinare ai vertici delle classifiche un album che di commerciale aveva davvero ben poco. Un brano leggendario, scritto ispirandosi alla Mrs Robinson del film. Il brano salì al primo posto della classifica statunitense Billboard Hot 100 per tre settimane. Per Simon & Garfunkel fu il secondo “numero uno” dopo The Sound of Silence. L’intro ritmata di voci è semplicemente roba che non ti leverai mai più dalla mente. A seguire A Hazy Shade Of Winter, interessante brano con sonorità elettriche rock, a tratti quasi un tentativo di hard rock ante licteram. Ed infine At The Zoo. L’intero album sfuma e si conclude con un delicata canzone acustica. Evocativa e ritmata alla classica Simon&Garfunkel maniera. Quasi un ritorno alle rassicuranti origini del loro marchio di fabbrica. Eppure Bookends è un disco di rottura, maturazione ed evoluzione. Paul e Arty sembravano ormai aver dato tutto il loro meglio. In realtà erano già pronti per il loro meraviglioso commiato, che sarà l’album successivo.

Sara Fabrizi

Simon & Garfunkel – Parsley, Sage, Rosemary And Thyme

Autore: Simon & Garfunkel

Titolo Album: Parsley, Sage, Rosemary And Thyme
Anno: 1966

Casa Discografica: Columbia Records
Genere musicale: folk

rock Voto: 9
Tipo: LP

Sito web: http://www.simonandgarfunkel.com/

Membri band:

Paul Simon – voce, chitarra
Art Garfunkel – voce

Tracklist:
1.Scarborough Fair/Canticle
2. Patterns
3. Cloudy
4. Homeward Bound
5. The Big Bright Green Pleasure Machine
6. The 59th Street Bridge Song (Feelin’ Groovy)
7. The Dangling Conversation
8. Flowers Never Bend With The Rainfall
9. A Simple Desultory Philippic (Or How I Was Robert McNamara’d Into Submission)
10. For Emily, Whenever I May Find Her
11. A Poem On The Underground Wall
12. 7 O’Clock News/Silent Night

Il nostro duo folk-rock, ormai consacrato da Sounds Of Silence, scalpitava di idee e creatività al punto da voler mettere in cantiere ed ultimare un altro album prima che l’anno 1966 finisse. Durante l’estate avevano buttato giù un po’ di canzoni e acquisito sempre più libertà creativa nei confronti della Columbia Records che, entusiasta per le strepitose vendite realizzate, non ebbe remore a lasciare tutto nella mani di Paul e Art. Il processo compositivo rimase lo stesso: Paul scriveva testi e musiche; insieme a Garfunkel le perfezionava e le arrangiava in studio; cantava col partner le tracce definitive. Tutto filava liscio e naturale. La maturazione musicale avviene di disco in disco e questo terzo tassello ne è una chiara prova. Ciò che salta subito all’orecchio è il perfezionamento degli arrangiamenti. Tutto diventa più raffinato, più ricercato. A partire dal titolo dei brani che prendono nomi piuttosto impegnativi. Il titolo stesso dell’album non è da meno, riprendendo il secondo verso della prima traccia. Parsley, Sage, Rosemary And Thyme, forte della maggiore maturità creativa del duo, dell’affinamento certosino del loro sound sempre più caratterizzante ed unico, diverrà un album best-seller ascoltato fino a consumarlo come poche altre pietre miliari. Il brano di apertura è Scarborough Fair/Canticle. Un canto tradizionale inglese del XVI secolo che tratta la storia di un soldato e che viene reso in una splendida ed onirica versione folk-psichedelica. Un autentico gioiello, da brividi sulla pelle. Uno di quei pezzi che al primissimo ascolto ti viene da pensare di non aver mai sentito nulla di così indescrivibilmente bello. Il secondo brano è Patterns. Pezzo molto godibile, qui il folk si apre a contaminazioni mediorientali. Una bella ritmica scandita dalle perfette armonizzazioni vocali cui ormai il duo ci ha abituati. Molto ricercato, senza mai cadere nello stucchevole. Il terzo brano è il delicato e dolce Cloudy. Insieme a The Dangling Conversation, settima traccia, rientra tra quei pezzi S&G che suonano come vere dichiarazioni d’innocenza. C’è la soavità e le atmosfere quasi rarefatte del primo album. L’anima più pura e primordiale del duo. Anche l’ottava traccia, Flowers Never Bend With The Rainfall è una perla nello stile degli esordi. E’ come se ci fossero dei pezzi S&G che sono più S&G degli altri. Quel marchio di fabbrica fatto di melodie delicate, atmosfere oniriche, armonizzazioni vocali che scavano nell’anima. Ed è lodevole che di album in album, pur nella giusta inevitabile crescita e relativo approdo a qualcosa di diverso, abbiano mantenuto una manciata di pezzi “classici” che sono lo zoccolo duro della loro identità. Stesso discorso vale anche per la decima traccia, For Emily, Whenever I May Find Her. Brano romantico, pervaso da suggestioni antiche ed oniriche rese nel consolidato sound del duo. Degna di particolare nota è la prestazione vocale di Art Garfunkel. I suoi toni dolci e misurati qui conoscono un crescendo emozionale notevole. Forse una prova generale di ciò che dovrà fare la sua voce nell’immensa title track dell’ultimo album, Bridge Over Troubled Water. Di dolcezza e malinconia è piena anche A Poem On The Underground Wall, undicesima traccia. Atmosfere metropolitane che celano poesia. La poesia è ovunque, anche in una fredda frenetica città come New York. Il pensiero mi va alla successiva grandiosa The Boxer, contenuta anch’essa nell’ultimo album. Azzardo a dire che quest’album contenga in nuce, in qualche modo, i semi dei successivi capolavori. Parsley, Sage, Rosemary And Thyme è un disco vario, ed eclettico. Si sentono forte la maestria e dimestichezza acquisite da Paul e Arty. E’ un album che contiene anche un brano che è una sorta di sperimentazione testuale surrealista, A Simple Desultory Philippic (nona traccia) dove a mo’ di filippica, appunto, si prendono in giro un po’ bonariamente cantanti e personaggi illustri dell’epoca (tra cui Bob Dylan, Mick Jagger, Andy Warhol). Un brano con uno stile folk-rock molto vicino al sound del Dylan post ’65. Troviamo in questo disco anche echi decisi del rock beatlesiano: The Big Bright Green Pleasure Machine (quinta traccia) è molto debitore della lezione inglese. The 59th Street Bridge Song è la sesta traccia, delicata, ritmo che cresce in delle vocalizzazioni piacevolissime. C’è posto anche per un’amara invettiva in questo album. L’ultima traccia, 7 O’Clock News/Silent Night è uno stridente accostamento del traditional Silent Night con un drammatico bollettino radiofonico. La tematica dell’impegno sociale, che potrebbe sembrare avulsa dal folk intimista del duo, è solo latente. E poi c’è lei, Homeward Bound. Quarta traccia, pezzo di sicuro e facile impatto. Una hit all’epoca. L’alternanza fra un placido, tenue, folk e un country veloce e ritmato, l’accelerazione che si crea in questo pezzo lo rendono accattivante e memorabile. Uno di quei brani che fanno bene al cuore. In che modo Paul e Arty riusciranno a stupirci ancora?

Sara Fabrizi

Spookyman- Spookyman

Autore: Spookyman

Titolo Album: Spookyman
Anno: 2016

Casa Discografica: Autoproduzione
Genere musicale: Blues, Soul, Folk, Ballad, Gothabilly

Voto: 9
Tipo: CD

Sito web: http://www.spookyman-music.com/

Membri band:
Giulio Allegretti a.ka. Spookyman – voce, chitarra, banjo, armonica, tamburello, kazoo e foot percussions

Guests:
Antonia Harper – back vocals
Matteo Acclavio – baritone sax
Carmine De Michelis – piano
Guglielmo Nodari – lap steel

Tracklist:
1. Friendly Woman
2. Bad Things
3. Distress
4. Remember Rain
5. Keep Movin’
6. Cotton Fields
7. Help Me
8. Breakfast By The Window
9. October Song
10. In Dreamin’
11. Maryann
12. In The Rain

Il Blues delle origini, quello nato sul Delta del Mississipi, con il suo carico di malinconia e forza di reazione è un’attrazione verso cui tutti i musicisti finiscono col gravitare. Del resto tutto nasce dal Blues. E Giulio Allegretti, in arte Spookyman, deve saperlo bene. Giovane, classe 1986, romano, e proveniente da esperienze musicali variegate (garage, country, rockabilly), ad un certo punto viene risucchiato nel vortice del Blues. E si reinventa one man band, suonando di tutto e di più (voce, chitarra, armonica, kazoo, stomp-box, valigia, cembalo), scrivendo pezzi malinconici ed autobiografici, eseguendoli con il piglio deciso ed altamente emozionale dei grandi che di sicuro lo hanno ispirato. Robert Johnson, Skip James, Bukka White, R. L. Burneside, John Lee Hooker. Solo per citarne alcuni. Tutta la grande tradizione del Delta Blues rivive in un album, il suo omonimo debut album, che suona attuale come solo la madre di tutti i generi può essere.
12 tracce intense, pulite e d’impatto. Anche nella performance live, cui ho avuto la fortuna di assistere, la sua capacità di comunicare la sua musica rimane fresca, diretta. Salvo poi “sporcarsi” di emozioni degne dell’esecuzione di un autentico bluesman. Spookyman racconta storie, le sue storie, che poi sono quelle di ognuno. C’è una donna, che fa capolino in diversi brani (Friendly Woman, Maryann) oggetto prediletto della narrazione blues. Se il Blues è pervaso di malinconia, sarà di sicuro l’amore a causare questo struggimento. E poi c’è il richiamo a condizioni antiche di sfruttamento e sofferenza (Cotton Fields), la dignitosa incessante lotta per la loro liberazione portata avanti dai neri d’America. Tematica che poi può diventare paradigmatica di ogni condizione umana di sopruso. Non è difficile sentire propri questi pezzi, e intravedere in essi il mondo. Il pathos dei pezzi più “sofferti” viene smorzato in altri brani che sembrano più leggeri e spensierati pur mantenendo quella malinconia di fondo come un marchio di fabbrica (Distress, Remember Rain). Una menzione a parte voglio farla per Keep Movin’. Subito rapita, trasportata in scenari lontani. C’ho visto e sentito Howlin’ Wolf. Quella ritmica incalzante, che scandisce così bene suono e parole. Quell’energia propositiva alla Smokestack Lightnin’ ce l’ho sentita dentro. Non serve aggiungere altro. Ogni amante del genere capirà. Un blues classico, un vero “bluesettone”, è Bad Things. Molto roots, bella ritmica, molto convincente. Proseguendo nell’ascolto del disco troviamo anche un pezzo decisamente blues rock, Help Me. Qui l’energia di un Rory Gallagher, di un John Fogerty. Ma anche, perché no, dei primi Black Sabbath quando Ozzy and co. facevano generose concessioni al Blues. Un brano quindi che a tratti sconfina nell’hard rock. Bella questa varietà stilistica all’interno dell’album. Un fortissimo filo conduttore fatto di Mississipi sound che ogni tanto cede ad altre suggestioni. Ci sono anche ballads folk in questo disco, come Breakfast By The Window e October Song. Quest’ultima in particolare presenta anche un richiamo alla tradizione degli stornelli romani, un’abile contaminazione che rende l’album ancora più godibile. Poi c’è un pezzo dal sound delicato, leggero ed estivo, In Dreamin’. Un brano con suggestioni soul molto fresco che mi fa pensare ad un artista recente, ma comunque inscrivibile nella scuola dei grandi interpreti blues, come Jack Johnson. Il pezzo di chiusura è una sognante ballad, dai ritmi molto rilassati e soft. In The Rain evoca una pioggia estiva, rigenerante, il miglior modo di chiudere il disco. Riprendiamo fiato, metabolizziamo e facciamo tesoro di tutto il Blues che, in diverse varianti, Spookyman ci ha egregiamente elargito.

Sara Fabrizi

Buzzy Lao – Hula

Autore: Buzzy Lao

Titolo Album: Hula
Anno: 2016

Casa Discografica: INRI
Genere musicale: neo blues, roots reggae, alternative folk

Voto: 8
Tipo: CD

Sito web: http://www.buzzylao.com/

Membri band:
Buzzy Lao – voce, chitarra, weissenborn, footdrum
Mattia Bonifacino – basso, cori
Tiziano Salerno – batteria, percussioni

Tracklist:
1. Ora Che
2. Credi Di Amare
3. Stella Magica
4. Anche Il Vento Ti Cambierà
5. Lacrime D’Amore
6. Guerra Da Nascondere
7. Luna
8. Chiedi Chiedi
9. Le Luci Della Mia Ombra
10. Hanno Ucciso L’Amore
11. Buonanotte
12. Sentirai
13. Qualcosa C’E’

Dove un forte amore e propensione per il blues si contamina con il cantautorato italiano e con suggestioni decisamente black (roots reggae e tribali) troviamo Buzzy Lao. Interessante, giovane, cantautore/bluesman torinese che frulla insieme le sue preferenze e background musicale con una lunga esperienza nel Regno Unito. E così ti sforna Hula, un debut album di 13 tracce che pescano da generi diversi tenuti insieme dal filo rosso del blues. Dal folk al soul di ultima generazione al rock. Un melting pot di sonorità maturate in un arco di tempo relativamente breve (rilascia il primo singolo Lacrime D’Amore nel gennaio del 2015, l’album esce lo scorso 21 ottobre) e che esplodono fino a concretizzarsi in un lavoro che ha tanto il sapore della gavetta, dell’impegno alacre fatti anche dal tour in tutta Italia e dalla campagna di crowdfunding promossa per produrre e finanziare l’album. Una storia di passione quella che caratterizza il percorso professionale di questo giovane artista. La stessa passione che ritroviamo nei suoi testi che parlano della sua vita interiore (amori, amicizie, dolori) ma anche della vita esteriore (tematiche di impegno e di denuncia delle ingiustizie sociali, razziali e culturali). E che ritroviamo anche nel suo modo di suonare, in quell’uso eclettico e sincero della chitarra Weissenborn molto usata nella scena alternative blues (Ben Harper e John Butler). Man mano che si procede nell’ascolto di questi 13 brani, tutti così diversi tutti così unitari nello stile e nell’anima, si delinea chiaramente lo scenario neo-blues dove si colloca Buzzy Lao. Deve essere stata una gran bella soddisfazione per l’artista tornare in patria dopo un’esperienza fuori e aver potuto rielaborare sensibilità e stimoli provenienti da contesti diversi per realizzare canzoni in lingua italiana ma suonate in maniera così “internazionale”. E’ un disco che cattura, che ti prende per mano, track by track, e ti guida lungo il percorso artistico-personale-umano dell’autore e ti fa vedere con i suoi occhi il mondo. Un percorso il cui punto d’arrivo è da considerarsi l’album nella sua totalità, come strumento di riflessione e anche di superamento e guarigione. Raccontando e raccontandosi tramite la musica si può metabolizzare ogni dolore e ogni sconfitta e trarne stimolo per nuovi obiettivi, per una rinnovata propositività e positività. E si può anche spronare un cambiamento non solo individuale ma anche sociale. La funzione catartica dell’arte nella variante intimistica ed impegnata del cantautorato. Passando dai brani più cantautorali come Ora Che, Le Luci Della Mia Ombra, Qualcosa C’E’, a quelli più reggae e roots come Stella Magica, Hanno Ucciso L’Amore, fino a quelli più genuinamente blues come Credi Di Amare, Guerra Da Nascondere, Chiedi Chiedi, la tensione che si avverte fra racconto di sé e racconto del mondo è molto bella, a tratti commovente. Perché rivela la capacità dell’artista di mettersi a nudo e regolare i conti con sé stesso senza mai trascurare l’attenzione per la società, per i suoi mali, per il suo necessario cambiamento. E la commistione dei generi, sempre sotto l’egida del “dio blues”, è a mio parere perfettamente funzionale a questo approccio.

Sara Fabrizi

Florio’s – Isolamento Momentaneo

Autore: Florio’s

Titolo Album: Isolamento Momentaneo
Anno: 2016

Casa Discografica: Autoproduzione
Genere musicale: rock

Voto: 8
Tipo: CD

Sito web: http://www.floriosband.it/
Membri band:
Valeria Maria Pucci – voce
Marco Nardone – chitarra
Davide Pascarella – basso
Riccardo Bianchi – batteria

Tracklist:
1. Dove
2. Lasciare Il Vuoto Dentro
3. Final Exit
4. Nel Tuo Inferno
5. In Cerca Di Te
6. Ho Sbagliato Tutto
7. Isolamento Momentaneo

Florio’s Atto Secondo. Dopo l’esordio del 2015, l’EP Restare Lucidi, la rock band cassinate torna con un nuovo lavoro. Partorito tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017, Isolamento Momentaneo si pone un po’ come il raccolto di ciò che si era seminato prima. Una semina fatta di live, non solo nel Lazio ma in giro per l’Italia, e di partecipazione a contest che spesso li hanno visti vittoriosi. E fatta di songwriting e alacre lavoro in studio, naturalmente. Un album fatto di 6 brani inediti e una cover. La formula rock, decisa e a tratti aggressiva, che si pone in contrasto ed esalta la voce pulita della giovane cantante funziona bene anche questa volta. Confermando un mood iniziale che nel passaggio dall’EP all’album ha subito un fisiologico inasprimento a mio parere. La musica dei Florio’s è di un rock arrabbiato, energico e a tratti impudente. Ideale per veicolare le tematiche trattate nei testi. Si parla di disagio, di rabbia, di delusioni, di disincanto, di solitudine, di perdita di un amore e di ricerca di affetto e punti di riferimento. Demoni e tormenti, di giovani e meno giovani, permeano il songwriting dei 4 musicisti e trovano nel loro modo di essere rock il perfetto veicolo espressivo. E’ come se letteralmente vomitassero addosso a chi ascolta tutta la loro rabbia e disagio mettendo in atto una catarsi che li libera a suono di riff martellanti e chitarre distorte. Ed è come se da questo rituale di esorcizzazione e purificazione rinascessero finalmente liberati e maggiormente propositivi. L’ascoltatore è reso partecipe in questo vortice di energia catartica e riesce ad entrare molto bene nei brani, a farli propri. Il brano che apre l’album, che è anche il primo singolo estratto, è Dove. Un incipit dal gusto punk rock. Veloce, martellante, lascia quasi subito spazio alla voce che, acuta e suadente, quasi urlando ci parla di amore. Di un amore perduto e perso di vista. Una fiamma che non brucia più e che si invoca, per un ritorno forse. Il tormento amoroso in questo brano trova nella parte strumentale un catalizzatore e una valvola di sfogo al contempo. La seconda traccia è Lasciare Il Vuoto Dentro, brano dalla sonorità ironica che esalta la voglia di tagliare col passato, bruciarlo e ricominciare da zero. La terza traccia è Final Exit. Final Exit è il nome di un kit per il suicidio ideato da una donna americana. Il tema affrontato è la violenza che può avere molte facce, non solo quella dei lividi. Qui si racconta la rassegnazione alla violenza da parte di una donna, il punto più basso di questa condizione. Un tema così attuale e tristemente serio è reso con molta veemenza da un ritmo martellante e quasi ossessivo. Chitarre infuocate e batteria lanciatissima. La quarta traccia è Nel Tuo Inferno. Un incipit molto dolce e rilassato che cela un’amara nostalgia. L’argomento trattato è un amore finito male con le riflessioni tristemente lucide che comporta. Tutto il brano è più lento dei precedenti. Non ci sono riff martellanti. Non c’è un rock gridato ma un sound molto più tenue che cresce un po’ per veicolare il ritornello “..sono stato nel tuo inferno, sono stato io il tuo inferno..” Il quinto brano è una cover. Si tratta del rifacimento alla Florio’s maniera del brano tradizionale In Cerca Di Te. Scritto nel ’45 e poi ampiamente reinterpretato, la versione dei Florio’s è vivace, rock e godibile. La scelta di piazzare questa cover è dettata quasi certamente dalla coerenza della tematica trattata con il resto dell’album: la ricerca di un amore perso e il sentirsi soli nella folla sono sfaccettature molto presenti. Cupa ed ossessiva quanto basta, la cover conferisce maggiore verve nella struttura del disco. La sesta traccia è Ho Sbagliato Tutto. Un titolo che esprime dubbio e tormento. Il brano racconta quando si arriva a perdere la propria dignità per l’altro. Essere disposti a qualsiasi gesto per ottenere una carezza, anche inventarsi un’altra identità o raccontarsi un’altra verità. In un contesto di incertezza e sbagli, sempre in agguato nelle relazioni con gli altri, l’invito è quello di “rimanere lucidi”. Un pezzo veloce, un ritmo vivace, a tratti cupo, che si sposa perfettamente con il testo. A chiudere l’album è la title track, Isolamento Momentaneo. Brano cupo, più dei precedenti. Le tinte sono fosche. Il tema trattato è la solitudine affettiva e le ipocondrie annesse. Il senso di isolamento che ci attanaglia. E’ un vero grido di aiuto, per placare la nostra sete di affetto, di considerazione. Nel ritornello il ritmo cresce e con esso la voce che urla la sua richiesta di un abbraccio. Il disco si chiude con una disarmante e gridata genuinità. Un album di un rock sincero e diretto.

Sara Fabrizi