Abiura – Piccola Storia Di Una Bimba E Del Suo Aquilone Di Idee

Autore: Abiura

Titolo Album: Piccola Storia Di Una Bimba E Del Suo Aquilone Di Idee
Anno: 2015

Casa Discografica: Autoproduzione
Genere musicale: rock

Voto:7
Tipo: CD

Sito web: https://www.facebook.com/zavarock/
Membri band:
Pietro “Sanpiè” Santilli – voce
Marco “Zavarock” Zavarella– chitarre
Francesco Antinarella – basso
Alfo “Novecento” Di Pillo – batteria

Tracklist:
1. La Bimba
2. Il Nonno Della Bimba (Il Vecchio)
3. Sorella
4. Il Destino (Di Un Uomo)
5. La Scelta
6. La Strada
7. L’Attesa
8. Madre
9. Dietro La Finestra
10. Il Ritornoabiura-piccola-storia-di-una-bimba-e-del-suo-aquilone-di-idee-150x150
11. Festa

Piccola Storia di Una Bimba E Del Suo Aquilone Di Idee è la prima fatica degli Abiura. Album dato alla luce sotto la sapiente guida del tecnico del suono e musicista Giorgio Pontone. L’impronta è palesemente rock, quello di matrice italiana che trova in Litfiba, Timoria e Omar Pedrini i maggiori rappresentanti. 11 tracce che narrano microstorie a loro volta inscrivibili in una macrostoria che è quella di una bimba, appunto. Una bimba che cresce sognando la sua libertà, la realizzazione dei suoi sogni incarnati dal suo aquilone. Una bimba che deve confrontarsi con la famiglia di cui fa parte, con le varie figure più o meno autoritarie che la circondano. Combattuta fra il suo desiderio di realizzazione e la lealtà ed attaccamento ai valori della sua famiglia, al richiamo di un ossequio e di un’obbedienza senza tempo. Ma la bimba cresce, diventa una donna, e va via di casa per trovare la sua dimensione seguendo il volo del suo aquilone di idee. Ormai grande e indipendente vive la sua vita, fa le sue esperienze raggiungendo o mancando gli obiettivi che si era proposta. Eppure il richiamo delle radici è forte, mentre la fermezza della scelta di andare via vacilla. La bimba (donna) fa ritorno a casa dove ad accoglierla ci sono i luoghi della sua infanzia, il lago sulle cui sponde giocava. L’aquilone è sempre stretto al suo polso ma non la condurrà più lontano. E’ giunto il momento del ricongiungimento con i propri cari, con la propria terra natale. Ed è il momento di celebrare il ritorno tramite la festa con tutto il suo valore simbolico. La festa, sacra e profana, che ricongiunge gli uomini fra loro e con Dio. Tutto torna al suo posto, quello giusto, concludendo così la parabola esistenziale della giovane donna. L’aquilone è ancora stretto al suo polso, forse un giorno, se vorrà, potrà ancora volare.
Un album da cantastorie, moderni menestrelli rock. Affrontano la tematica del distacco e del ritorno alle proprie origini. Della tensione fra il noto e il rassicurante, che a volte è soffocante, e l’ignoto, il nuovo, così attraente per la libera realizzazione dell’essere umano. E lo fanno in un concept album che racconta un percorso. La vena di rock italico è egualmente presente in ogni pezzo. Forte, a mio parere, la citazione dei Litfiba di Pelù. Unico neo è forse un po’ di monotonia di fondo. I pezzi sono tutti rock, ma tutti alla stessa maniera. Non noto un crescendo, un’evoluzione del sound di brano in brano, che invece dovrebbe essere in qualche modo speculare all’evolversi della storia narrata. Manca un po’ quella varietà e quella crescita che mi piace osservare in un concept album. Rimane comunque un buon album italiano, di un buon rock.

Sara Fabrizi

Mardi Gras – Creedence Clearwater Revival

Autore: Creedence Clearwater Revival

Titolo Album: Mardi Gras
Anno: 1972

Casa Discografica: Fantasy Records
Genere musicale: rock

Voto: 6
Tipo: LP

Sito web: http://www.creedence-online.net/

Membri band:
John Fogerty – chitarra, tastiere, voce
Doug Clifford – batteria, voce
Stu Cook – basso, chitarra, voce

Tracklist:
1. Lookin’ For A Reason
2. Take It Like A Friend
3. Need Someone To Hold
4. Tearin’ Up The Country
5. Someday Never Comes
6. What Are You Gonna Do?
7. Sail Away
8. Hello Mary Lou
9. Door To Door
10. Sweet Hitch-Hiker

Mardi Gras è il settimo ed ultimo album dei CCR. Subito dopo si sciolsero, mettendo fine a una stagione intensissima e fulminante in cui dettarono le regole base della grammatica del rock. L’essenzialità di chitarra-basso-batteria, con doverose concezioni al sax e alle tastiere, che pesca nel passato del folk, del country, del blues, dello swamp-rock, del rock’n’roll e li frulla insieme sotto l’egida del carisma e voce graffiante del leader John, inventando di fatto il rock americano. Quello degli anni ’70. Per tutti e per i cultori. Commerciale e raffinato. Semplice e colto. Che scala le classifiche, che mette d’accordo pubblico e critica. Che offre un fertile humus per i futuri rock singer e songwriter. Eppure questo sogno fatto di scelte sempre azzeccatissime e vincenti volgeva al termine. Dopo il fantasmagorico Pendulum, summa e canto del cigno, nonché celebrazione della versatilità del frontman della band, malumori interni e stallo creativo decreteranno lo spegnersi del sacro fuoco del rock’n’roll nei 4 ragazzi di El Cerrito. Il maggiore dei Fogerty, Tom, da sempre in dissidio con il fratello John che di fatto lo oscurava, lascia i CCR e tenta la via della carriera solista. Eppure ciò che resta della band, John, Stu e Doug, decidono di rimboccarsi le maniche e sfornare un ultimo album. Questa volta la supremazia fogerthiana nel songwriting è meno tangibile. Per la prima volta Stu e Doug affiancano John nella scrittura, composizione e produzione del disco. E per la prima volta la lead voice non è sempre John, anche bassista e batterista si cimentano nella prova vocale. Sarà che siamo così abituati ad identificare i CCR con il marchio vocale inconfondibile di John che ascoltare dei pezzi la cui voce principale non è la sua ci fa strano. Ci disorienta. Ci fa capire che qualcosa è cambiato, per sempre finito. Lodevole il fatto che in questo ultimo album ci sia un maggiore gioco di squadra. E chissà da quanto Stu e Doug sognavano una cosa del genere, per lungo tempo eclissati dall’astro fulgido di John, pur costituendo di fatto la sezione ritmica e quindi il groove della band. Mardi Gras è un disco da questo punto di vista più “democratico” ma, mi duole ammetterlo, è l’unico “sbagliato”. Irriconoscibile, privo di quel sound inconfondibile e sempre nuovo e vario che tanto ci ha fatto amare i Creedence. E’ un disco di una semplicità formale e tematica disarmante. Sebbene si cimentino nella composizione anche gli altri due, guarda caso i numeri migliori (o perlomeno che si elevano dalla mediocrità dell’album) sono quelli di John. Sweet Hitch-Hiker e Someday Never Comes, entrambe di paternità foghertiana, sono gli unici 2 barlumi di luce. La prima è l’ultimo grande rock’n’roll firmato Creedence che raggiunge anche buone posizioni in classifica. La seconda è la ballad dell’album: dura, bella, commovente. Cantata con un tono tra l’implorante e l’energico, ultima grande prova vocale di John. Vorrei che Mardi Gras fosse ricordato per questo pezzo, vorrei che vi si identificasse. Perché è l’ultimo guizzo di quella vena struggente, romantica e cosmica di John che mi ha stregata fin da Put A Spell On You, dal primo pezzo del primo album. I restanti pezzi a mio parere non sono degni di nota, fatta eccezione per il lodevole maggiore sforzo partecipativo degli altri 2 membri della band. Anche l’operazione cover, che da sempre li aveva visti rimaneggiare classici roots e blues donando loro nuova vita sotto forma di pezzi assolutamente vincenti, qui fallisce. La cover di Hello Mary Lou di Gene Pitney è priva di quella verve tipica creedence_clearwater_revival_-_mardi_grasdel revival targato CCR. Assistiamo in questo ultimo album a un tentativo forzoso di rimaneggiare il sound Creedence, ma ciò che ne viene fuori non sa di buono, bensì di stanchezza. Poco dopo un tour per tentare di (auto?) celebrarsi e quindi lo scioglimento e la carriera solista di John, che altro non sarà poi che un attingere a piene mani al vasto repertorio CCR. Facile che ciò accada quando una band si accentra e identifica a tal punto con il frontman/leader. Eppure ai Creedence possiamo e dobbiamo perdonare sia il protagonismo a tratti eccessivo di John, sia questo ultimo deludente album. Il loro merito, aver inventato l’abc del rock americano, è talmente grande da far sicuramente dimenticare una piccola defaillance.

Sara Fabrizi

Bruce Springsteen, The Boss, al Circo Massimo

Un concerto di Bruce Springsteen è un’esperienza unica, da fare almeno una volta nella vita. Chissà quante volte avrete già sentito queste parole. Parole che si riempiranno di tangibile verità quando e se avrete la fortuna di assistervi. L’ho sperimentato sulla mia pelle due giorni fa al Circo Massimo e vi assicuro che è così. Che siate ammiratori, fan sfegatati, semplici amanti del rock, anche se non conoscete mezza delle sue canzoni (impossibile!) andate a vederlo. Vi cambia la vita, vi restituisce ordine nei pensieri, speranza nel cuore, serenità nell’anima..in un momento storico-sociale dove terrore e sconforto la fanno da padrone. The Boss è una sorta di sciamano, un santone che infonde positività in nome del dio Rock, forse l’unico che andrebbe davvero adorato…La platea del Circo Massimo sabato 16 ha partecipato a questo grande rito collettivo di purificazione, da ogni male e da ogni pensiero di male. In uno scenario incantato dove si respira aria di eternità e classicità, con un clima addirittura ideale (caldo ma non troppo), con un venticello che pareva cullarti, al tramonto, alle 20 e 15 per l’esattezza, ha inizio questo non stop di musica e amore che dura per ben 4 ore. Amore per la musica e per la vita, reso visibile anche da una semplice ma bellissima coreografia di cuori preparata dai fan delle prime file. E’ come se la città di Roma avesse creato un nido sicuro dove poter godere di tanta arte, e di tanta vita. Sì, perché in un concerto del Boss il confine fra le due è davvero molto labile. Mai nessuno come il nostro rocker americano, attivo da più di 40 anni, è riuscito a comunicare in maniera così diretta la sua Musica, mettendo il Rock a disposizione della collettività. Continua a leggere Bruce Springsteen, The Boss, al Circo Massimo

CCR: Pendulum

Autore: Creedence Clearwater Revival

Titolo Album: Pendulum
Anno: 1970

Casa Discografica: Fantasy Records
Genere musicale: rock

Voto: 9
Tipo: LP

Sito web: http://www.creedence-online.net/

Membri band:
John Fogerty – chitarra, piano, sassofono, voce
Tom Fogerty – chitarra ritmica
Doug Clifford – batteria
Stu Cook – basso

Tracklist:
1. Pagan Baby
2. Sailor’s Lament
3. Chamaleon
4. Have You Ever Seen The Rain?
5. (Wish I Could) Hideaway
6. Born To Move
7. Hey Tonight
8. It’s Just A Thought
9. Molina
10. Rude Awakening, No.2

Pendulum, sesto album dei CCR, penultimo lavoro della loro breve, iperattiva, folgorante carriera. Critica e pubblico da sempre divisi nel valutare quest’album così “schizofrenico”, così completo, così ricco di spunti, di generi, di suoni, di strumenti (persino i fiati!), così deviante (eppure rispettoso) dalla rassicurante formula Creedence di un rock basico che frulla insieme country, folk, blues, soul e ce li restituisce insieme in un sound che è il rock, per le masse e per gli esperti, per tutti semplicemente potentemente rock. John Fogerty, voce e leader assoluto, qui rafforza addirittura la sua leadership. Lui qui è tutto: autore di tutte le musiche e testi. Qui come mai negli album precedenti sfodera tutta la sua grinta di polistrumentista. Un album apice della sua vena creativa, il canto del cigno. Qualche dissidio interno con il fratello Tom, da sempre insofferente all’eccessivo protagonismo di John, porterà il maggiore dei Fogerty ad abbandonare la band. Dopo Pendulum la creatività di John si affievolisce, ma come dargli torto? In soli 4 anni era stato fonte inesauribile di meravigliose azzeccatissime canzoni, creatore della “rock Creedence formula”, era stato contaminatore di generi, aveva riportato in vita (revival!) pezzi della tradizione blues, folk e rock’n’roll donando loro nuova vita e respiro. Aveva spianato la strada ai cantautori successivi. Non curiamoci del fatto che fosse un po’ arrogante, quale genio non lo è? Godiamoci questo viaggio track by track in questo suo e loro sesto folgorante lavoro. Continua a leggere CCR: Pendulum

MGM – Sunny Days Gone By

Autore: MGM

Titolo Album: Sunny Days Gone By
Anno: 2016

Casa Discografica: Autoproduzione
Genere musicale: hard rock

Voto: 8
Tipo: CD

Sito web: www.facebook.com/mgm.rock/?fref=ts

Membri band:
Sebastiano Scittarelli: basso e voce
Peter Cornacchia: chitarra e voce
Fabrizio Musto: batteria e percussioni
Marco Capitanio: organo, piano, synth

Tracklist:
1. Magic Highway
2. Sometimes
3. Sunny Days Gone By
4. You Think It’s True
5. If You Don’t Fight
6. Plastic Soldier
7. Inside Lookin’ Out
8. Smokey Room

Prendi quattro grintosi musicisti del cassinate, la loro passione per il rock duro e puro di derivazione seventies, la loro volontà di far rivivere il sound sincero di quegli anni in inediti attuali e timeless al contempo e vedrai suonare davanti a te gli MGM. Attivi dal 2000, hanno conosciuto nel tempo solo una variazione nella line up quando nel 2008 Peter Cornacchia è subentrato ad Aurelio Gargiulo. Si sono fatti le ossa in sala prove ma soprattutto nei live, vera irrinunciabile location non solo della loro performance ma anche della loro crescita artistica, del loro stesso farsi arte. L’improvvisazione come etica musicale, il piacere di suonare e comunicare se stessi al pubblico, anche ristretto, anche magari poco avvezzo al genere proposto. Non la pretesa di scalare classifiche e ottenere consensi su vasta scala. Ma la volontà di regalare al proprio auditorio un’istantanea di se stessi e della passione che li anima. C’è una assoluta congruenza fra ciò che emerge da una mia breve intervista al chitarrista della band e ciò che è immediatamente palese all’ascolto. E’ come se i brani ti parlassero del processo creativo insito, dell’influenza di Hendrix, Led Zeppelin, Deep Purple, Pink Floyd, CSN, Black Sabbath, Santana, Jeff Beck e altri ancora. Influenze che però non si traducono mai in una copia, in un’esecuzione clone dell’originale. Anzi, c’è molta libera interpretazione, molto spazio alla sensibilità personale di ognuno dei quattro musicisti che, pur provenendo da un background simile, hanno poi naturalmente ognuno una propria personalità musicale fatta di ispirazione dai propri mostri sacri e abilità creativo-compositive autonome. Dunque ampio spazio a variazioni sui temi dei grandi dell’hard rock, variazioni e degenerazioni da cui poi scaturiscono veri e propri brani. E negli otto brani del loro primo full lenght tutto ciò è fortemente riscontrabile, anche ad un orecchio poco allenato a mio parere, tanto sincero è il loro sound e il modo di comunicarlo. Energia, potenza, impatto sono i tre aggettivi che mi vengono immediatamente in mente per descrivere i pezzi. Un potenza primitiva e sanguigna che si dipana per tutto l’album persino quando incontriamo una ballad. Sin dal primo brano, Magic Highway, veniamo trascinati in un vortice di sano rock’n’roll, veloce e di impatto che evidenzia, ad un certo punto del brano, delle armonie non convenzionali e non prevedibili frutto di una creatività spontanea. Il secondo brano, Sometimes, è costruito attorno ad un riff molto efficace. Tipico esempio di come una cellula minuscola possa poi ispirare il resto del brano strutturandolo di fatto. Il terzo brano è la ballad che è anche la title track, Sunny Days Gone By. Una malinconia limpida emerge all’ascolto, il gusto dolce ed amaro di qualcosa di bello ormai trascorso che lascia trasognati. Giorni pieni di sole ormai passati, appunto. Chissà perché la scelta di dare all’album il titolo di questo pezzo. Forse perché tutta quella energia primitiva che permea il disco aveva bisogno di essere incanalata nei meandri di un pezzo più rassicurante, più calmo, più riflessivo. Nelle note di una ballad dolce ma che è in grado di esprimere il tormento, l’impeto, l’emozione forte, sia essa positiva o negativa, che sono all’origine di ogni componimento musicale quasi meglio di pezzi più rock. E la chitarra, che ad un certo punto si infiamma in un assolo delicato ma deciso deviando dalla melodia principale, interpreta egregiamente questo mood. Con il quarto brano, You Think It’s True, veniamo riportati nel regno della potenza e del ritmo. Ancora un riff indovinatissimo da cui sgorga con nonchalance il resto del brano. Sembra quasi di vederlo il processo creativo degli MGM, tanto i brani ci comunicano spontaneità, improvvisazione, musica nel suo farsi. Ed è per questo motivo che sembra quasi di ascoltare un live album. I quattro musicisti sono riusciti a rendere in uno studio album il calore e l’energia libera e “schizofrenica” di una performance live. Abilità riscontrabile ai massimi livelli nel quinto brano, If You Don’t Fight. Batteria e basso a tutta. Sezione ritmica lanciatissima. Assoli di chitarra e organo infiammati. Il sesto brano, Plastic Soldier, trasuda forza e qualche concessione al funk. Il modo di cantare del cantante/bassista qui mi piace particolarmente. Ci sento dentro echi di Hendrix (Foxy Lady?) davvero trascinanti. Energia a profusione anche per il settimo brano, Inside Lookin’ Out. Anche qui grande voce. E’ come se il cantato del bassista abbia avuto per me un’evoluzione in termini di bravura lungo l’album. Nei pezzi finali davvero riesce a dare il meglio. Quasi come se venisse rispettato quel crescendo, quel pathos che sale, tipico di un live. Quando si parte decisi ma controllati e poi ci si scalda e si esplode nel corso della performance. Ed è un discorso che io applicherei anche agli altri strumenti in questo album. La forza e l’impeto da subito palesi si arricchiscono di calore e “umanità” di brano in brano. A chiudere il disco è Smokey Room. Brano interamente strumentale che sfocia nella jam. Molto spazio al synth. Toni più rilassati rispetto ai pezzi precedenti. Certo l’energia anche qui è tangibile ma è più tenue e latente, meno esplosiva. Nella mia ottica quasi una sorta di brano di “defaticamento”. Come per guidare l’auditorio verso la fine di un viaggio musicale che è stato adrenalinico e che ora lascia posto al silenzio. Dopo il dispiegamento di tante forze, ritmi e Sunny Days Gone Bybattiti accelerati da live il nostro cuore rock’n’roll ritrova la calma. Dopo l’ascolto dell’album la sensazione è di essere appena tornati da un concerto, con quel miscuglio di lasciti di energia e desiderio di assistere subito ad un altro.

Sara Fabrizi

Giorni Usati di Michele Anelli

Autore: Michele Anelli

Titolo Album: Giorni Usati
Anno: 2016

Casa Discografica: Adesiva Discografica
Genere musicale: rock cantautorale

Voto:7
Tipo: CD

Sito web: http://www.micheleanelli.org/

Membri band:
Michele Anelli – voce, chitarra elettrica, chitarra acustica
Andrea Lentullo – piano elettrico, synth, organo, vocoder
Matteo Priori – contrabbasso
Stefano Bertolotti – batteria
Francesco Giorgio – corno, tromba
Gianluca Visalli – viola, violino
Caterina Cantoni – violoncello
Federica Diana – cori
Francesco Marchetti – cori

Tracklist:
1. Lavoro Senza Emozioni
2. Leader
3. Adele E Le Rose
4. Alice
5. Giulia
6. Gospel
7. Eco
8. Tu Sei Me
9. Cento Strade
10. Giorni Usati

Giorni Usati rappresenta la svolta cantautorale nella carriera di Michele Anelli. Per lungo tempo frontman, autore e cantante dei Groovers, qui si reinventa come cantastorie, menestrello dell’attualità. Dopo un passato da garage-punker con la sua band degli anni ’80, The Stolen Cars, e dopo una carriera ventennale con The Groovers, si reinventa solista. Dunque incontra il tastierista Andrea Lentullo, che fornisce terreno fertile alle sue idee, e il contrabbassista Matteo Priori che apporta un intenso groove determinando la fisicità ritmica anche grazie al lavoro di tre differenti batteristi che si alternano nei brani. Ne scaturisce Giorni Usati. Continua a leggere Giorni Usati di Michele Anelli

COSMO’S FACTORY – CREEDENCE CLEARWATER REVIVAL

Autore: Creedence Clearwater Revival

Titolo Album: Cosmo’s Factory
Anno: 1970

Casa Discografica: Fantasy Records
Genere musicale: rock

Voto: 10
Tipo: LP

Sito web: http://www.creedence-online.net/
Membri band:
John Fogerty – chitarra, piano, sassofono, voce
Tom Fogerty – chitarra ritmica
Doug Clifford – batteria
Stu Cook – basso

Tracklist:
1. Ramble Tamble
2. Before You Accuse Me
3. Travelin’ Band
4. Ooby Dooby
5. Lookin’ Out My Back Door
6. Run Through The Jungle
7. Up Around The Bend
8. My Baby Left Me
9. Who’ll Stop The Rain
10. I Heard It Through The Grapevine
11. Long As I Can See The Light

Cosmo’s Factory è il quinto album targato CCR, e ne rappresenta la summa. Tra tutti gli album è il più vario ed enciclopedico per la sua attitudine a svelare tutte le svariate influenze della band. Vera e propria sintesi della loro arte, del loro modo di essere rock e di forgiarlo pescando a piene mani nel passato per creare qualcosa di inedito. Un album che arriva nel 1970, ossia un anno dopo il memorabilis 1969 che vide la fortunatissima trilogia Bayou Country, Green River e Willie And The Poor Boys. Continua a leggere COSMO’S FACTORY – CREEDENCE CLEARWATER REVIVAL

Limbo di Alessandro Di Traglia

Autore: Alessandro Di Traglia
Titolo Album: Limbo
Anno: 2016
Casa Discografica: autoproduzione
Genere musicale: rock
Tipo: CD
Sito web: http://tinyurl.com/adtyoutube
Membri band:
Alessandro Di Traglia – voce
Peter Cornacchia – chitarre elettriche e acustiche, mandolino, basso, cori, voce ne L’Amore Vincerà Di Nuovo
Ivo Di Traglia – batteria
Marco Lucci – piano, tastiere, hammond, rhodes
Marco Capitanio – hammond su Niente Da perdere
Paolo Cornacchia, Fabrizio Migliorelli, Cinzia Turchetta – cori

Tracklist:
1. Guardati Intorno
2. Limbo
3. Oggi No
4. Tu Lascia Piovere
5. Fragile
6. Niente Da Perdere
7. Prigradica
8. L’Amore Vincerà di Nuovo
9. Tu Sei Qui

Limbo è il primo album del cantautore pontecorvese Alessandro Di Traglia. Un disco rock, sano rock italiano. Melodico a tratti. Più potente, azzarderei quasi hard rock, in alcuni pezzi. Influenze musicali e sensibilità personali si sono amalgamate a creare 9 brani interessanti, mai scontati sia nei testi che nelle soluzioni musicali adottate. Se all’ascolto è chiaro l’eco di rock band 90s quali Afterhours, Timoria, Negrita, è anche deducibile un altro set di influenze che pur rimanendo più sullo sfondo ha comunque avuto un suo peso nel processo creativo dell’artista. Come mi rivela il cantautore stesso la sua primissima educazione musicale ha avuto un piglio decisamente metal: Black Sabbath, Iron Maiden, Stratovarius. E poi il grunge dei Nirvana, quasi inevitabile per ogni aspirante rocker che muove i suoi primi passi negli anni ’90. Una formazione musicale che lo ha nutrito ma che poi lo ha portato a scelte stilistiche e creative abbastanza distanti dall’heavy rock ascoltato nell’adolescenza. Limbo infatti è più inquadrabile nel rock melodico che in quello duro e pesante. Soprattutto per le tematiche introspettive ed intimiste affrontate nei pezzi, meglio veicolate da un rock classico e misurato che da ritmi martellanti e duri. Anche se, come accennavo prima, ci sono dei guizzi più hard in alcuni pezzi che non dispiacciono affatto ma conferiscono verve e un po’ di varietà stilistica andando a scongiurare il pericolo di un album altrimenti troppo monocorde. Di sicuro è stato fondamentale ai fini di questo risultato l’apporto dei musicisti che supportano il cantautore, molti dei quali hanno anche avuto un peso determinante nella fase compositiva e di realizzazione dell’album. In particolare il chitarrista Peter Cornacchia, che è anche produttore dell’album e autore del brano Prigradica, e il batterista Ivo Di Traglia.
Brano di apertura dell’album è Guardati Intorno. Pezzo veloce, ritmato, anche un po’ arrabbiato. Un brano che è un invito ad aprire gli occhi sulla realtà che ci circonda. Una realtà dura, spesso ostile, nella quale è difficile trovare una propria collocazione. Un’esortazione a trovare la propria identità, la propria strada, senza però farsi illusioni sulle persone e sul mondo che è fuori. Il secondo brano è Limbo, da cui il titolo dell’album. Una ballad un po’ amara. Un intro di chitarra dolce che dissolve nei cori e poi una chitarra più energica. Si va avanti così per l’intero pezzo. In un’alternanza fra il malinconico e l’arrabbiato. Echi di Afterhours hanno di sicuro ispirato l’artista. La melodia veicola un testo che parla di una crisi di identità, del limbo in cui ci si ritrova a vivere perché non si riconosce più se stessi. Una rock ballad molto sincera e fortemente sentita. Non deve essere un caso che la canzone abbia dato il titolo all’intero album. Il terzo pezzo, decisamente più rock, è Oggi No. Si parla di incertezze, di mancanza di punti saldi, della difficoltà e quasi del rifiuto ad accettare e a vivere la vita per quello che è. Una punta di nichilismo che però non sfocia nella rassegnazione. L’energica veste rock, hard rock, del pezzo conferisce al brano un qualcosa di propositivo a mio parere. Quindi si passa al quarto brano, Tu Lascia Piovere. Io lo vedo come quasi una sorta di evoluzione rispetto al brano precedente. Il nichilismo diventa presa di coscienza delle proprie capacità di reagire, della propria energia vitale. Una prorompente positività e forza nell’affrontare la vita, nel trovare le risposte. E tutto ciò non poteva che essere reso da un rock incalzante. Il quinto brano è Fragile. Ancora una ballad, un altro brano fortemente intimista. Sonorità delicate e malinconiche. Un lungo intro di chitarra acustica e mandolino. Un testo che è una candida ammissione di fragilità. Un appello, probabilmente rivolto alla persona amata, a non andarsene via. Il sesto brano è Niente Da Perdere. Una brano decisamente rockettaro e veloce. Aprono in modo piuttosto heavy batteria e chitarra elettrica. Un testo pieno di energia e di determinazione. Un appello ad andare per la propria strada, a credere solo in se stessi, ad andare fino in fondo perché non si ha niente da perdere. Il settimo brano è Prigradica. Brano interamente strumentale. Essenzialmente dolce. Cori che si alternano a chitarre delicate. Molto evocativo e rilassante. Funziona molto bene come introduzione al pezzo seguente a cui si lega in una sorta di continuum. Prigradica dissolve in L’Amore Vincerà Di Nuovo. Qui siamo di fronte a una cover, trattandosi di un pezzo della prog band Osanna. Bella la scelta di mettere una cover, interessante l’aver scelto proprio questo pezzo. Sia per la tematica del testo che parla di rinascita, di rivincita dell’amore sulla morte, e lo fa con i toni epici tipici di molte ballad prog. Sia per le musiche, dove melodie dolci sfumano in ritmi più rock e decisi. Quindi in perfetta coerenza con quello che secondo me è un po’ il filo rosso dell’intero album: l’alternanza fra delicato ed energico, fra tenue e rock, tra malinconico e fortemente propositivo. La cover conferisce respiro all’album, una sorta di divagazione che però non si pone in contrasto con il resto ma anzi ne rafforza il senso e l’unitarietà. A chiudere l’album è Tu Sei Qui. Di nuovo un brano intimista e malinconico. Testo evocativo che allude al desiderio di fuggire dalla vita che si ha, di liberarsi dal peso di una gabbia, di ritrovare la propria essenza più profonda. Un pezzo che invita alla riflessione e all’introspezione. Un finale intimamente rock. Come l’intero album.

Sara Fabrizi

Jack Thunder Band – What The Thunder Said

Jack-Thunder-Band-What-The-Thunder-Said-2-150x150Metti quattro ragazzi che nella provincia al confine fra Lombardia e Piemonte, nel 2015, decidono di trasportarci in centro America. E lo fanno scrivendo, suonando ed autoproducendo un album dal titolo eloquente, What The Thunder Said. Più che un viaggio, una vera e propria telecinesi che annulla in un attimo le distanze spaziali ma anche quelle temporali. Non solo veniamo catapultati fra montagne rocciose e mitici rivers, ci ritroviamo anche in una dimensione quasi a-temporale. Echi decisi di anni ’70 o di decenni ed epoche ancora precedenti, comunque di tempi in cui l’aspetto geografico e morfologico degli States è divenuto prepotente metafora della condizione e della psicologia umana. E la musica d’oltreoceano, dalla tradizione popolare americana fino al cantautorato recente, ha sempre indagato e cantato i legami fra natura ed uomo. Insolito e soprendente che sia una band italiana di recente formazione a cimentarsi in un questo ambito. Forse a testimonianza che alcuni miti e universi di significati trascendono davvero le barriere spazio-temporali. E forse proprio il legame con il territorio, l’osservare la natura selvaggia delle valli del Piemonte orientale e del fiume Ticino avrà condotto i quattro musicisti sulle sponde del Colorado River. E li avrà invogliati a scrivere e cantare storie che ruotano attorno al tema del river e della sua simbologia. Quasi come fossimo dentro un fumetto di Tex Willer. E proprio da uno dei personaggi apparsi in Tex la band mutua il suo nome: Jack Thunder Band. Continua a leggere Jack Thunder Band – What The Thunder Said

Recensione quarto album dei Creedence Clearwater Revival

51d5hSGlAsLAutore: Creedence Clearwater Revival

Titolo Album: Willy And The Poor Boys

Anno: 1969

Casa Discografica: Fantasy Records

Genere musicale: Rock

Voto: 10

Tipo: LP

Sito web: http://www.creedence-online.net/

Membri band:
John Fogerty – voce, chitarra, sax tenore, armonica a bocca, tastiere
Tom Fogerty – chitarra, voce
Stu Cook – basso
Douglas “Cosmo” Clifford– batteria, voce

Tracklist:
1. Down On The Corner
2. It Came Out Of The Sky
3. Cotton Fields
4. Poorboy Shuffle
5. Feelin’ Blue
6. Fortunate Son
7. Don’t Look Now
8. The Midnight Special
9. Side O’ The Road
10. Effigy

Il quarto album dei CCR è Willy And The Poor Boys. Uscito nel 1969, il terzo dei Creedence in quell’anno. Una band dunque che si permette di fare ben 3 album in 12 mesi. Questo può significare solo una cosa, anzi due: fervore creativo e scandaglio profondo del rock nelle sue matrici tradizionali di folk, blues e country facendole rivivere in un rock moderno, minimale e diretto. Alla Creedence maniera, come abbiamo ormai imparato a conoscerla. Continua a leggere Recensione quarto album dei Creedence Clearwater Revival