Spookyman- Spookyman

Autore: Spookyman

Titolo Album: Spookyman
Anno: 2016

Casa Discografica: Autoproduzione
Genere musicale: Blues, Soul, Folk, Ballad, Gothabilly

Voto: 9
Tipo: CD

Sito web: http://www.spookyman-music.com/

Membri band:
Giulio Allegretti a.ka. Spookyman – voce, chitarra, banjo, armonica, tamburello, kazoo e foot percussions

Guests:
Antonia Harper – back vocals
Matteo Acclavio – baritone sax
Carmine De Michelis – piano
Guglielmo Nodari – lap steel

Tracklist:
1. Friendly Woman
2. Bad Things
3. Distress
4. Remember Rain
5. Keep Movin’
6. Cotton Fields
7. Help Me
8. Breakfast By The Window
9. October Song
10. In Dreamin’
11. Maryann
12. In The Rain

Il Blues delle origini, quello nato sul Delta del Mississipi, con il suo carico di malinconia e forza di reazione è un’attrazione verso cui tutti i musicisti finiscono col gravitare. Del resto tutto nasce dal Blues. E Giulio Allegretti, in arte Spookyman, deve saperlo bene. Giovane, classe 1986, romano, e proveniente da esperienze musicali variegate (garage, country, rockabilly), ad un certo punto viene risucchiato nel vortice del Blues. E si reinventa one man band, suonando di tutto e di più (voce, chitarra, armonica, kazoo, stomp-box, valigia, cembalo), scrivendo pezzi malinconici ed autobiografici, eseguendoli con il piglio deciso ed altamente emozionale dei grandi che di sicuro lo hanno ispirato. Robert Johnson, Skip James, Bukka White, R. L. Burneside, John Lee Hooker. Solo per citarne alcuni. Tutta la grande tradizione del Delta Blues rivive in un album, il suo omonimo debut album, che suona attuale come solo la madre di tutti i generi può essere.
12 tracce intense, pulite e d’impatto. Anche nella performance live, cui ho avuto la fortuna di assistere, la sua capacità di comunicare la sua musica rimane fresca, diretta. Salvo poi “sporcarsi” di emozioni degne dell’esecuzione di un autentico bluesman. Spookyman racconta storie, le sue storie, che poi sono quelle di ognuno. C’è una donna, che fa capolino in diversi brani (Friendly Woman, Maryann) oggetto prediletto della narrazione blues. Se il Blues è pervaso di malinconia, sarà di sicuro l’amore a causare questo struggimento. E poi c’è il richiamo a condizioni antiche di sfruttamento e sofferenza (Cotton Fields), la dignitosa incessante lotta per la loro liberazione portata avanti dai neri d’America. Tematica che poi può diventare paradigmatica di ogni condizione umana di sopruso. Non è difficile sentire propri questi pezzi, e intravedere in essi il mondo. Il pathos dei pezzi più “sofferti” viene smorzato in altri brani che sembrano più leggeri e spensierati pur mantenendo quella malinconia di fondo come un marchio di fabbrica (Distress, Remember Rain). Una menzione a parte voglio farla per Keep Movin’. Subito rapita, trasportata in scenari lontani. C’ho visto e sentito Howlin’ Wolf. Quella ritmica incalzante, che scandisce così bene suono e parole. Quell’energia propositiva alla Smokestack Lightnin’ ce l’ho sentita dentro. Non serve aggiungere altro. Ogni amante del genere capirà. Un blues classico, un vero “bluesettone”, è Bad Things. Molto roots, bella ritmica, molto convincente. Proseguendo nell’ascolto del disco troviamo anche un pezzo decisamente blues rock, Help Me. Qui l’energia di un Rory Gallagher, di un John Fogerty. Ma anche, perché no, dei primi Black Sabbath quando Ozzy and co. facevano generose concessioni al Blues. Un brano quindi che a tratti sconfina nell’hard rock. Bella questa varietà stilistica all’interno dell’album. Un fortissimo filo conduttore fatto di Mississipi sound che ogni tanto cede ad altre suggestioni. Ci sono anche ballads folk in questo disco, come Breakfast By The Window e October Song. Quest’ultima in particolare presenta anche un richiamo alla tradizione degli stornelli romani, un’abile contaminazione che rende l’album ancora più godibile. Poi c’è un pezzo dal sound delicato, leggero ed estivo, In Dreamin’. Un brano con suggestioni soul molto fresco che mi fa pensare ad un artista recente, ma comunque inscrivibile nella scuola dei grandi interpreti blues, come Jack Johnson. Il pezzo di chiusura è una sognante ballad, dai ritmi molto rilassati e soft. In The Rain evoca una pioggia estiva, rigenerante, il miglior modo di chiudere il disco. Riprendiamo fiato, metabolizziamo e facciamo tesoro di tutto il Blues che, in diverse varianti, Spookyman ci ha egregiamente elargito.

Sara Fabrizi

Buzzy Lao – Hula

Autore: Buzzy Lao

Titolo Album: Hula
Anno: 2016

Casa Discografica: INRI
Genere musicale: neo blues, roots reggae, alternative folk

Voto: 8
Tipo: CD

Sito web: http://www.buzzylao.com/

Membri band:
Buzzy Lao – voce, chitarra, weissenborn, footdrum
Mattia Bonifacino – basso, cori
Tiziano Salerno – batteria, percussioni

Tracklist:
1. Ora Che
2. Credi Di Amare
3. Stella Magica
4. Anche Il Vento Ti Cambierà
5. Lacrime D’Amore
6. Guerra Da Nascondere
7. Luna
8. Chiedi Chiedi
9. Le Luci Della Mia Ombra
10. Hanno Ucciso L’Amore
11. Buonanotte
12. Sentirai
13. Qualcosa C’E’

Dove un forte amore e propensione per il blues si contamina con il cantautorato italiano e con suggestioni decisamente black (roots reggae e tribali) troviamo Buzzy Lao. Interessante, giovane, cantautore/bluesman torinese che frulla insieme le sue preferenze e background musicale con una lunga esperienza nel Regno Unito. E così ti sforna Hula, un debut album di 13 tracce che pescano da generi diversi tenuti insieme dal filo rosso del blues. Dal folk al soul di ultima generazione al rock. Un melting pot di sonorità maturate in un arco di tempo relativamente breve (rilascia il primo singolo Lacrime D’Amore nel gennaio del 2015, l’album esce lo scorso 21 ottobre) e che esplodono fino a concretizzarsi in un lavoro che ha tanto il sapore della gavetta, dell’impegno alacre fatti anche dal tour in tutta Italia e dalla campagna di crowdfunding promossa per produrre e finanziare l’album. Una storia di passione quella che caratterizza il percorso professionale di questo giovane artista. La stessa passione che ritroviamo nei suoi testi che parlano della sua vita interiore (amori, amicizie, dolori) ma anche della vita esteriore (tematiche di impegno e di denuncia delle ingiustizie sociali, razziali e culturali). E che ritroviamo anche nel suo modo di suonare, in quell’uso eclettico e sincero della chitarra Weissenborn molto usata nella scena alternative blues (Ben Harper e John Butler). Man mano che si procede nell’ascolto di questi 13 brani, tutti così diversi tutti così unitari nello stile e nell’anima, si delinea chiaramente lo scenario neo-blues dove si colloca Buzzy Lao. Deve essere stata una gran bella soddisfazione per l’artista tornare in patria dopo un’esperienza fuori e aver potuto rielaborare sensibilità e stimoli provenienti da contesti diversi per realizzare canzoni in lingua italiana ma suonate in maniera così “internazionale”. E’ un disco che cattura, che ti prende per mano, track by track, e ti guida lungo il percorso artistico-personale-umano dell’autore e ti fa vedere con i suoi occhi il mondo. Un percorso il cui punto d’arrivo è da considerarsi l’album nella sua totalità, come strumento di riflessione e anche di superamento e guarigione. Raccontando e raccontandosi tramite la musica si può metabolizzare ogni dolore e ogni sconfitta e trarne stimolo per nuovi obiettivi, per una rinnovata propositività e positività. E si può anche spronare un cambiamento non solo individuale ma anche sociale. La funzione catartica dell’arte nella variante intimistica ed impegnata del cantautorato. Passando dai brani più cantautorali come Ora Che, Le Luci Della Mia Ombra, Qualcosa C’E’, a quelli più reggae e roots come Stella Magica, Hanno Ucciso L’Amore, fino a quelli più genuinamente blues come Credi Di Amare, Guerra Da Nascondere, Chiedi Chiedi, la tensione che si avverte fra racconto di sé e racconto del mondo è molto bella, a tratti commovente. Perché rivela la capacità dell’artista di mettersi a nudo e regolare i conti con sé stesso senza mai trascurare l’attenzione per la società, per i suoi mali, per il suo necessario cambiamento. E la commistione dei generi, sempre sotto l’egida del “dio blues”, è a mio parere perfettamente funzionale a questo approccio.

Sara Fabrizi

Florio’s – Isolamento Momentaneo

Autore: Florio’s

Titolo Album: Isolamento Momentaneo
Anno: 2016

Casa Discografica: Autoproduzione
Genere musicale: rock

Voto: 8
Tipo: CD

Sito web: http://www.floriosband.it/
Membri band:
Valeria Maria Pucci – voce
Marco Nardone – chitarra
Davide Pascarella – basso
Riccardo Bianchi – batteria

Tracklist:
1. Dove
2. Lasciare Il Vuoto Dentro
3. Final Exit
4. Nel Tuo Inferno
5. In Cerca Di Te
6. Ho Sbagliato Tutto
7. Isolamento Momentaneo

Florio’s Atto Secondo. Dopo l’esordio del 2015, l’EP Restare Lucidi, la rock band cassinate torna con un nuovo lavoro. Partorito tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017, Isolamento Momentaneo si pone un po’ come il raccolto di ciò che si era seminato prima. Una semina fatta di live, non solo nel Lazio ma in giro per l’Italia, e di partecipazione a contest che spesso li hanno visti vittoriosi. E fatta di songwriting e alacre lavoro in studio, naturalmente. Un album fatto di 6 brani inediti e una cover. La formula rock, decisa e a tratti aggressiva, che si pone in contrasto ed esalta la voce pulita della giovane cantante funziona bene anche questa volta. Confermando un mood iniziale che nel passaggio dall’EP all’album ha subito un fisiologico inasprimento a mio parere. La musica dei Florio’s è di un rock arrabbiato, energico e a tratti impudente. Ideale per veicolare le tematiche trattate nei testi. Si parla di disagio, di rabbia, di delusioni, di disincanto, di solitudine, di perdita di un amore e di ricerca di affetto e punti di riferimento. Demoni e tormenti, di giovani e meno giovani, permeano il songwriting dei 4 musicisti e trovano nel loro modo di essere rock il perfetto veicolo espressivo. E’ come se letteralmente vomitassero addosso a chi ascolta tutta la loro rabbia e disagio mettendo in atto una catarsi che li libera a suono di riff martellanti e chitarre distorte. Ed è come se da questo rituale di esorcizzazione e purificazione rinascessero finalmente liberati e maggiormente propositivi. L’ascoltatore è reso partecipe in questo vortice di energia catartica e riesce ad entrare molto bene nei brani, a farli propri. Il brano che apre l’album, che è anche il primo singolo estratto, è Dove. Un incipit dal gusto punk rock. Veloce, martellante, lascia quasi subito spazio alla voce che, acuta e suadente, quasi urlando ci parla di amore. Di un amore perduto e perso di vista. Una fiamma che non brucia più e che si invoca, per un ritorno forse. Il tormento amoroso in questo brano trova nella parte strumentale un catalizzatore e una valvola di sfogo al contempo. La seconda traccia è Lasciare Il Vuoto Dentro, brano dalla sonorità ironica che esalta la voglia di tagliare col passato, bruciarlo e ricominciare da zero. La terza traccia è Final Exit. Final Exit è il nome di un kit per il suicidio ideato da una donna americana. Il tema affrontato è la violenza che può avere molte facce, non solo quella dei lividi. Qui si racconta la rassegnazione alla violenza da parte di una donna, il punto più basso di questa condizione. Un tema così attuale e tristemente serio è reso con molta veemenza da un ritmo martellante e quasi ossessivo. Chitarre infuocate e batteria lanciatissima. La quarta traccia è Nel Tuo Inferno. Un incipit molto dolce e rilassato che cela un’amara nostalgia. L’argomento trattato è un amore finito male con le riflessioni tristemente lucide che comporta. Tutto il brano è più lento dei precedenti. Non ci sono riff martellanti. Non c’è un rock gridato ma un sound molto più tenue che cresce un po’ per veicolare il ritornello “..sono stato nel tuo inferno, sono stato io il tuo inferno..” Il quinto brano è una cover. Si tratta del rifacimento alla Florio’s maniera del brano tradizionale In Cerca Di Te. Scritto nel ’45 e poi ampiamente reinterpretato, la versione dei Florio’s è vivace, rock e godibile. La scelta di piazzare questa cover è dettata quasi certamente dalla coerenza della tematica trattata con il resto dell’album: la ricerca di un amore perso e il sentirsi soli nella folla sono sfaccettature molto presenti. Cupa ed ossessiva quanto basta, la cover conferisce maggiore verve nella struttura del disco. La sesta traccia è Ho Sbagliato Tutto. Un titolo che esprime dubbio e tormento. Il brano racconta quando si arriva a perdere la propria dignità per l’altro. Essere disposti a qualsiasi gesto per ottenere una carezza, anche inventarsi un’altra identità o raccontarsi un’altra verità. In un contesto di incertezza e sbagli, sempre in agguato nelle relazioni con gli altri, l’invito è quello di “rimanere lucidi”. Un pezzo veloce, un ritmo vivace, a tratti cupo, che si sposa perfettamente con il testo. A chiudere l’album è la title track, Isolamento Momentaneo. Brano cupo, più dei precedenti. Le tinte sono fosche. Il tema trattato è la solitudine affettiva e le ipocondrie annesse. Il senso di isolamento che ci attanaglia. E’ un vero grido di aiuto, per placare la nostra sete di affetto, di considerazione. Nel ritornello il ritmo cresce e con esso la voce che urla la sua richiesta di un abbraccio. Il disco si chiude con una disarmante e gridata genuinità. Un album di un rock sincero e diretto.

Sara Fabrizi


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