Cryo Chamber Lovecraftian Collaboration – Yog-Sothoth (2017)

Il Guardiano della Soglia, La Chiave e la Porta, La Guida, Il Tutto-in-Uno e L’Uno-in-Tutto, L’Altrove.

Disco collettivo di dark ambient dalla label dello svedese Simon Heath aka Atrium Carceri, che ho già recensito in passato.

Come qualche occhio edotto ha già notato dal titolo, l’opera è un tributo a H.P. Lovecraft e al suo universo, dedicata in particolare alla divinità omonima del ciclo di Cthulhu facente parte dei Grandi Antichi, ai quali già molti musicisti si sono ispirati. Continua a leggere Cryo Chamber Lovecraftian Collaboration – Yog-Sothoth (2017)

Relapse Sampler 2017

Anche quest’anno mi voglio dedicare alla rassegna del puntuale e ricco campionario dell’etichetta metallara Relapse Records, come ho fatto già negli anni scorsi.

Trentaquattro tracce che spaziano come vedremo dal metal più aggro all’elettronica e all’acustico.
Non sarà una recensione esaustiva, ma solo dei commenti traccia per traccia al primo ascolto.

Per i lettori e gli ascoltatori frettolosi metterò un “∗” vicino ai pezzi da non perdere. Iniziamo. Continua a leggere Relapse Sampler 2017

Sedna / Postvorta – Split (2017)

Molti metallari hanno bisogno di nuovo metal. E li capisco. Ma per fortuna ho buone notizie per loro.

Potete avere un assaggio di un ottimo split di post-metal made in Italy con un pay-what-you-want di Drown Within Records .
Si tratta ancora dei Sedna (già intervistati qui insieme ai Seventh Genocide, sempre IT) stavolta insieme ai Postvorta, formazione decisamente più doomeggiante che trovate nella seconda metà del disco.

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Gospel – Gospel

Autore: Gospel
Titolo Album: Gospel
Anno: 2017
Casa Discografica: Costello’s Records
Genere musicale: blues, garage rock
Voto: 8
Tipo: CD
Sito web: www.costellos.it/#/CostellosRecords/2670

Membri band:
Lorenzo Balice – voce, chitarra
Stefano Dal Lago – basso, cori
Andrea Roncari – batteria
Riccardo Ligorio – tastiere, chitarra, cori

Tracklist:
1. Ogni Piccola Guerra
2. La Rivalsa
3. Scarpe Inglesi
4. Maggio
5. Lampo Fulmine
6. Fango E Terra
7. Abbi Pietà Di Me
8. Piccola Donna
9. Giuda
10. La Mattina Di Natale

Quando scrivere canzoni e suonarle ha una funzione terapeutica. Buttare fuori il proprio mondo, la propria interiorità fatta di tormenti e sentimenti e darla in pasto agli altri. Esponendosi ma anche liberandosi. La catarsi musicale è un vecchio trucco cui i talentuosi e appassionati hanno fatto sempre ricorso. E quando si decide di raccontarsi così non c’è niente di meglio di una chitarra acustica che attinga dal blues, ma anche dal folk e dal soul. Ed è proprio questo il percorso intrapreso 5 anni fa da Lorenzo Balice. Nato come cantautore, butta giù canzoni rispondendo agli umori del momento senza velleità eccessive. Succede che poi però le canzoni crescono e cresce la voglia di comunicarle al mondo. E il soliloquio della chitarra acustica non basta più. Quindi si cercano altri strumenti e altre sensibilità per arricchire il tutto. Il progetto si amplia a coinvolgere Stefano Dal Lago al basso e Andrea Roncari alla batteria. E in seguito trova posto anche una seconda chitarra e tastiere nella persona di Riccardo Ligorio. La band è nata e dà alla luce il suo primo, omonimo, album Gospel. 10 tracce in italiano, con un sound che spazia dal blues al rock, al soul. Riff potenti, chitarre fuzzate ma anche acustiche dolci e cullanti che tradiscono il variegato set di influenze, da Jack White ai Black Keys e alla black music fino a Neil Young. Bella la alternanza che si crea fra pezzi dal ritmo più propriamente serrato in cui basso e batteria procedono a denti stretti e pezzi più melodici resi così bene dalla dolcezza della chitarra acustica e dall’uso delle tastiere tipicamente 70s. Le tematiche affrontate nei testi sono introspettive raccontando di vita vissuta e sentimenti, si spazia da malinconiche riflessioni ad energiche ed arrabbiate confessioni. Molto bello questo rock italico viscerale e romantico che mi fa tanto pensare ai Timoria e ai primi Subsonica. Un esordio potente per questa band che promette davvero molto bene.

Sara Fabrizi

Godspeed You! Black Emperor – Luciferian Towers (2017)

Tutte le sonorità alle quali la formazione Canadese ci ha abituato e qualcosa in più.

Orchestrale, magnificente post-rock d’autore. Tra i pochi nomi che sono sopravvissuti all’epidemia di elettronicosi acuta degli anni ’10.
L’ispirazione sono le inventate “torri luciferiane” e tutta una serie di concetti socio-politici esposti dalla band (tra cui “lo smantellamento del complesso industriale-carcerario” e la fine dei concetti di invasione e di confine).
Elucubrare su una rappresentazione di tali torre luciferiane è il pensiero che è bene accompagnare all’ascolto.

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The Byrds – Mr. Tambourine Man

Autore: The Byrds

Titolo Album: Mr. Tambourine Man
Anno: 1965

Casa Discografica: Columbia Records
Genere musicale: folk rock

Voto: 8
Tipo: LP

Sito web: http://www.thebyrds.com/

Membri band:
Jim McGuinn – chitarra a 12 corde, voce
Gene Clark – tamburello, voce
David Crosby – chitarra ritmica, voce
Chris Hillman – basso
Michael Clarke – batteria

Tracklist:
1. Mr. Tambourine Man
2. I’ll Feel a Whole Lot Better
3. Spanish Harlem Incident
4. You Won’t Have to Cry
5. Here Without You
6. The Bells of Rhymney
7. All I Really Want to Do
8. I Knew I’d Want You
9. It’s No Use
10. Don’t Doubt Yourself, Babe
11. Chimes of Freedom
12. We’ll Meet Again

Il debut album di The Byrds si chiama Mr. Tambourine Man. Come la title track che è una cover del celebre inno dylaniano. Cover fatta immediatamente dopo l’originale, in quel 1965 così cruciale per Dylan, l’anno che segna il suo passaggio dal folk al rock, o quantomeno al folk rock. L’anno della sua elettrificazione, che tanto fece storcere il naso ai puristi del folk. Con tanto di Pete Seeger che ordina di staccare la corrente mentre il menestrello d’America si esibisce al Newport Folk Festival. The Byrds iniziano la loro storia con una cover, e con un album che altro non è che una raccolta di cover e di qualche inedito. Ma che raccolta, e che cover, e che inediti! Quella che potrebbe sembrare un’operazione di facile riproposizione in veste nuova del già noto, della sua furba trasformazione in hit accattivanti e vendibilissime, diventa un album pietra miliare del rock. Perché per la prima volta il folk uscito dal Greenwich Village perde quell’aura eccessivamente greve ed impegnata per diventare musicalità pura, leggerezza, anche ballabilità. Il folk si elettrifica e si rockeggia con The Byrds. Causa ed effetto, al contempo, della svolta dylaniana. Dylan pungolato dalla voglia di elettrico che c’è nell’aria, che a sua volta contribuisce a legittimare questo tipo di operazione di “snaturamento” del folk. La neonata, composita, band californiana fu abile ad inserirsi in questo nuovo mood. Le liriche dylaniane e il suo canto di impegno e denuncia, che sia McGuinn che Crosby avevano metabolizzato quando militavano nel Greenwich Village, si sposa con il mersey-beat di influenza beatlesiana così presente in Gene Clark. Ed ecco a voi un potente, storico, album d’esordio. Il primo brano è la title track che divenne subito una hit di enorme successo grazie alle armonie vocali, al tintinnio tipico della 12 string di McGuinn (quello che appunto basandosi su un verso della canzone verrà battezzato come “jingle jangle”) e a una grandissima melodia. Dylan quando l’ascoltò la prima volta rimase spiazzato e disse “Wow! Ci puoi anche ballare!”. Poche cover al mondo hanno una tale personalità, bellezza e potere dirompente come questa. Mr. Tambourine di The Byrds è proprio un’altra canzone, gode di vita autonoma. E’ di fatto la canzone proto-rock americana per antonomasia. Possiede una grazia, un sentore onirico che davvero fa chiudere gli occhi e sognare. Perché se è vero che “Nobody sings Dylan like Dylan” è pur vero che The Byrds ci sono andati estremamente vicini. Non è la sola cover dylaniana dell’album, ve ne sono altre 3: Spanish Harlem Incident, All I Really Want To Do e Chimes Of Freedom. Tutte e 3 eseguite con quel piglio irresistibile che proietta i brani folk del menestrello in un nuovo universo ad un passo dal rock. Particolare menzione è necessaria per la cover di Chimes Of Freedom. La portata contro-culturale di questo brano stupendo e profondo, nel testo, nella melodia, in tutto, tanto da essere a mio parere già di per sé sufficiente a “giustificare” il recente Nobel, viene come estesa fino a “democraticizzarla”. Da appannaggio di pochi diventa patrimonio di tutti. Forte di una melodia azzeccatissima, di intrecci vocali da magone, viene veicolata al di fuori del mondo del folk e si staglia nel più ampio universo del (folk) rock. Le altre cover presenti nell’album sono: The Bells Of Rhymney, riproposizione di un vecchio brano di Pete Seeger e tributo quindi alla tradizione della canzone popolare americana; Don’t Doubt About Yourself, Babe, cover di un brano di Jackie DeShannon, piuttosto country e rockeggiante; We’ll Meet Again, cover di un brano di Ross Parker e Hughie Charles, un’incantevole ballad piena di speranza post-bellica riproposta in stile Byrds, pezzo conclusivo dell’album tra l’altro. Gli altri 5 brani sono inediti, per lo più partoriti dal genio creativo di Gene Clark tanto da considerarsi come parte del suo personale canzoniere (fin da subito il suo destino da solista inizia a delinearsi, lascerà The Byrds nel 1967). I’ll Feel A Whole Lot Better, You Won’t Have To Cry, I Knew I’d Want You, It’s No Use, Here Without You. Clark li scrisse con il contributo di McGuinn e di Crosby i quali rispettivamente apportarono ai brani il valore aggiunto dei riff chitarristici della 12 corde e geniali intuizioni sonore (che saranno poi il nerbo della carriera di Crosby). Here Without You in particolare ci mostra il lato più romantico e dolce di The Byrds, ovvero l’animo gentile di Gene Clark che ritroveremo in seguito nei suoi pezzi solisti di più incontrovertibile bellezza (For A Spanish Guitar, Polly). In tutti e 5 i brani c’è un sapiente uso del tamburello che conferisce aggraziato ritmo e tradisce tutta la provenienza mersey-beat di Gene Clark. Si passa dalla giocosità di I’ll Feel A Whole Lot Better, brano spensierato e dal ritmo coinvolgente, alla dolcezza di I Knew I’d Want You, una vera ballad resa benissimo dalle armonie vocali, all’anima molto beat (e beatlesiana!) di You Won’t Have To Cry. Tra riproposizione (originalissima) di brani di altri e pezzi nuovi The Byrds esordiscono tracciando i loro capisaldi derivanti dalle diverse anime della band rappresentate dalla chitarra di Roger McGuinn, dall’anima beat di Gene Clark e dal sound già anarchico e surreale di David Crosby.

Sara Fabrizi

Caligula’s Horse – In Contact (2017)

Indovinate chi è tornato. Quel bel gruppo australiano che fa prog.

Mi piacque qualche anno fa il loro The Tide, the Thief & River’s End ma mi sono perso il successivo Bloom del 2015.
Ho trovato però questo ultimo lavoro molto ispirato, nell’ambito del prog metal tradizionale, a la Haken/Riverside. Dico tradizionale perché spesso ascolto anche prog poco ortodosso.

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Leprous – Malina (2017)

Malina è la dea del sole degli Inuit stanziati in Groenlandia.

Malina e suo fratello, il dio della luna Anningan, vivevano insieme. Durante una terribile lotta con il grasso rese nero il volto del fratello. A seguito dello spavento volò il più alto possibile in cielo e divenne il Sole. Anningan la rincorse e si tramutò in Luna.

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Freddy And The Panthoms: Decline Of The West

Autore: Freddy And The Panthoms

Titolo Album: Decline Of The West
Anno: 2017

Casa Discografica: Mighty Music / Target Group
Genere musicale: rock, blues rock, psychedelic

Voto: 8
Tipo: CD

Sito web: http://www.freddyandthephantoms.com/

Membri band:
Frederik Schnoor – Vocals, Guitars
Rune Hansen – Drums, Tamburines, Backing Vocals
Morten Rahm – Pedalsteel, Guitars
Mads Wilken – Bass, Backing Vocals
Anders Haahr – Organ, Backing Vocals

Tracklist:
1. Decline Of The West
2. Kentucky Killer
3. City Of Crime
4. Call Me The Creature
5. Behind The Curtain
6. The Last Cafè
7. Transition Blues
8. NYC 1965
9. Brownstone Badlands
10. The Wild Ones (Revisited)
11. Mr. Pig

Quando il Blues Rock soffia forte dalla Danimarca. Freddy And The Phantoms da Copenaghen con un mix di swampy blues, heavy desert rock, epic rock ballads. Nati nel 2010 e con all’attivo 4 album e live tour di impatto, si sono affermati subito come una delle blues rock band più amate in Danimarca e non solo. Grazie al respiro così internazionale del loro sound (sembrano americani nel midollo) e ai loro live show così intensi stanno conquistando un pubblico sempre più vasto. La loro quarta fatica, Decline Of The West, uscito per la label Mighty Music lo scorso aprile, è la summa di questa forte “danish attitude to blues”. Il titolo dell’album è piuttosto emblematico, alludendo ad una fase di declino, crisi e tramonto che sta attraversando la nostra civiltà occidentale. Ed è proprio durante la registrazione dell’album che è venuta fuori prepotentemente questa profezia in relazione soprattutto al clima di paura e terrore che sta segnando Europa e Stati Uniti portando a derive come la xenofobia che finisce col prevalere sui valori e sentimenti più umani come la solidarietà. Le 11 tracce di Decline Of The West trattano proprio queste tematiche con gli strumenti appropriatissimi del blues rock. Soprattutto il lato di sofferenza e dramma esistenziale, così caro al sostrato culturale che ha prodotto la madre di tutti i generi, è qui reso in maniera grandiosa ed intensa dando luogo ad una vera e propria odissea bluesy che si dipana lungo le 11 microstorie narrate nei brani. Un piglio quasi da concept album quindi che racchiude una varietà stilistica interessante, spaziando da rock ballads drammatiche, dove ho sentito forte l’eco di Neil Young, a pezzi tipicamente desert rock, dove è palese l’anima southern alla Lynyrd Skynyrd, a pezzi molto swamp blues, un po’ alla Creedence maniera, a pezzi più rockeggianti ed apparentemente più easy dove però l’impronta profonda e drammatica del blues non viene mai meno. La stessa title track è intrisa di queste atmosfere un po’ fumose che “insidiano” la leggerezza di un impianto tipicamente classic rock. Da segnalare il very rare special guest dell’ottava traccia, NYC 1965: trattasi del chitarrista americano Billy Cross, già session man di Bob Dylan, Link Wray, Meat Loaf. Questa preziosa collaborazione conferisce un’aura quasi di magia al già nostalgico rock’n’roll del brano. C’è un brano poi, la nona traccia, Brownstone Badlands, dove è forte l’impronta springsteeiana. E’ la tipica cavalcata rock alla Boss maniera: batteria portante e incalzante, molto spazio alle keyboards veloci e vivaci, chitarre energiche e positive. Un modo scanzonato di raccontare realtà non proprio facili e felici. Dicevo dell’eco di Young: c’è la settima traccia, Transition Blues, dove l’apertura è proprio Ohio per poi proseguire nei cardini delle chitarre acide del grande canadese ma lasciando spazio anche al veloce irish rock blues alla Rory Gallagher. Il set di influenze è composito e naturalmente in tema con il genere prescelto. La loro abilità sta, a mio parere, nell’aver saputo trattare temi drammaticamente attuali con le sonorità tipiche di un insieme di generi e micro-generi che da sempre hanno a cuore il lato sociale, e non solo individuale, delle vicende umane. Inscrivendo il tutto in una importante epopea blues che, pur non potendo offrire soluzioni facili ai problemi trattati, offre comunque uno spunto di riflessione e una chiave di lettura.

Sara Fabrizi