Sedna / Postvorta – Split (2017)

Molti metallari hanno bisogno di nuovo metal. E li capisco. Ma per fortuna ho buone notizie per loro.

Potete avere un assaggio di un ottimo split di post-metal made in Italy con un pay-what-you-want di Drown Within Records .
Si tratta ancora dei Sedna (già intervistati qui insieme ai Seventh Genocide, sempre IT) stavolta insieme ai Postvorta, formazione decisamente più doomeggiante che trovate nella seconda metà del disco.

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Gospel – Gospel

Autore: Gospel
Titolo Album: Gospel
Anno: 2017
Casa Discografica: Costello’s Records
Genere musicale: blues, garage rock
Voto: 8
Tipo: CD
Sito web: www.costellos.it/#/CostellosRecords/2670

Membri band:
Lorenzo Balice – voce, chitarra
Stefano Dal Lago – basso, cori
Andrea Roncari – batteria
Riccardo Ligorio – tastiere, chitarra, cori

Tracklist:
1. Ogni Piccola Guerra
2. La Rivalsa
3. Scarpe Inglesi
4. Maggio
5. Lampo Fulmine
6. Fango E Terra
7. Abbi Pietà Di Me
8. Piccola Donna
9. Giuda
10. La Mattina Di Natale

Quando scrivere canzoni e suonarle ha una funzione terapeutica. Buttare fuori il proprio mondo, la propria interiorità fatta di tormenti e sentimenti e darla in pasto agli altri. Esponendosi ma anche liberandosi. La catarsi musicale è un vecchio trucco cui i talentuosi e appassionati hanno fatto sempre ricorso. E quando si decide di raccontarsi così non c’è niente di meglio di una chitarra acustica che attinga dal blues, ma anche dal folk e dal soul. Ed è proprio questo il percorso intrapreso 5 anni fa da Lorenzo Balice. Nato come cantautore, butta giù canzoni rispondendo agli umori del momento senza velleità eccessive. Succede che poi però le canzoni crescono e cresce la voglia di comunicarle al mondo. E il soliloquio della chitarra acustica non basta più. Quindi si cercano altri strumenti e altre sensibilità per arricchire il tutto. Il progetto si amplia a coinvolgere Stefano Dal Lago al basso e Andrea Roncari alla batteria. E in seguito trova posto anche una seconda chitarra e tastiere nella persona di Riccardo Ligorio. La band è nata e dà alla luce il suo primo, omonimo, album Gospel. 10 tracce in italiano, con un sound che spazia dal blues al rock, al soul. Riff potenti, chitarre fuzzate ma anche acustiche dolci e cullanti che tradiscono il variegato set di influenze, da Jack White ai Black Keys e alla black music fino a Neil Young. Bella la alternanza che si crea fra pezzi dal ritmo più propriamente serrato in cui basso e batteria procedono a denti stretti e pezzi più melodici resi così bene dalla dolcezza della chitarra acustica e dall’uso delle tastiere tipicamente 70s. Le tematiche affrontate nei testi sono introspettive raccontando di vita vissuta e sentimenti, si spazia da malinconiche riflessioni ad energiche ed arrabbiate confessioni. Molto bello questo rock italico viscerale e romantico che mi fa tanto pensare ai Timoria e ai primi Subsonica. Un esordio potente per questa band che promette davvero molto bene.

Sara Fabrizi

Godspeed You! Black Emperor – Luciferian Towers (2017)

Tutte le sonorità alle quali la formazione Canadese ci ha abituato e qualcosa in più.

Orchestrale, magnificente post-rock d’autore. Tra i pochi nomi che sono sopravvissuti all’epidemia di elettronicosi acuta degli anni ’10.
L’ispirazione sono le inventate “torri luciferiane” e tutta una serie di concetti socio-politici esposti dalla band (tra cui “lo smantellamento del complesso industriale-carcerario” e la fine dei concetti di invasione e di confine).
Elucubrare su una rappresentazione di tali torre luciferiane è il pensiero che è bene accompagnare all’ascolto.

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The Byrds – Mr. Tambourine Man

Autore: The Byrds

Titolo Album: Mr. Tambourine Man
Anno: 1965

Casa Discografica: Columbia Records
Genere musicale: folk rock

Voto: 8
Tipo: LP

Sito web: http://www.thebyrds.com/

Membri band:
Jim McGuinn – chitarra a 12 corde, voce
Gene Clark – tamburello, voce
David Crosby – chitarra ritmica, voce
Chris Hillman – basso
Michael Clarke – batteria

Tracklist:
1. Mr. Tambourine Man
2. I’ll Feel a Whole Lot Better
3. Spanish Harlem Incident
4. You Won’t Have to Cry
5. Here Without You
6. The Bells of Rhymney
7. All I Really Want to Do
8. I Knew I’d Want You
9. It’s No Use
10. Don’t Doubt Yourself, Babe
11. Chimes of Freedom
12. We’ll Meet Again

Il debut album di The Byrds si chiama Mr. Tambourine Man. Come la title track che è una cover del celebre inno dylaniano. Cover fatta immediatamente dopo l’originale, in quel 1965 così cruciale per Dylan, l’anno che segna il suo passaggio dal folk al rock, o quantomeno al folk rock. L’anno della sua elettrificazione, che tanto fece storcere il naso ai puristi del folk. Con tanto di Pete Seeger che ordina di staccare la corrente mentre il menestrello d’America si esibisce al Newport Folk Festival. The Byrds iniziano la loro storia con una cover, e con un album che altro non è che una raccolta di cover e di qualche inedito. Ma che raccolta, e che cover, e che inediti! Quella che potrebbe sembrare un’operazione di facile riproposizione in veste nuova del già noto, della sua furba trasformazione in hit accattivanti e vendibilissime, diventa un album pietra miliare del rock. Perché per la prima volta il folk uscito dal Greenwich Village perde quell’aura eccessivamente greve ed impegnata per diventare musicalità pura, leggerezza, anche ballabilità. Il folk si elettrifica e si rockeggia con The Byrds. Causa ed effetto, al contempo, della svolta dylaniana. Dylan pungolato dalla voglia di elettrico che c’è nell’aria, che a sua volta contribuisce a legittimare questo tipo di operazione di “snaturamento” del folk. La neonata, composita, band californiana fu abile ad inserirsi in questo nuovo mood. Le liriche dylaniane e il suo canto di impegno e denuncia, che sia McGuinn che Crosby avevano metabolizzato quando militavano nel Greenwich Village, si sposa con il mersey-beat di influenza beatlesiana così presente in Gene Clark. Ed ecco a voi un potente, storico, album d’esordio. Il primo brano è la title track che divenne subito una hit di enorme successo grazie alle armonie vocali, al tintinnio tipico della 12 string di McGuinn (quello che appunto basandosi su un verso della canzone verrà battezzato come “jingle jangle”) e a una grandissima melodia. Dylan quando l’ascoltò la prima volta rimase spiazzato e disse “Wow! Ci puoi anche ballare!”. Poche cover al mondo hanno una tale personalità, bellezza e potere dirompente come questa. Mr. Tambourine di The Byrds è proprio un’altra canzone, gode di vita autonoma. E’ di fatto la canzone proto-rock americana per antonomasia. Possiede una grazia, un sentore onirico che davvero fa chiudere gli occhi e sognare. Perché se è vero che “Nobody sings Dylan like Dylan” è pur vero che The Byrds ci sono andati estremamente vicini. Non è la sola cover dylaniana dell’album, ve ne sono altre 3: Spanish Harlem Incident, All I Really Want To Do e Chimes Of Freedom. Tutte e 3 eseguite con quel piglio irresistibile che proietta i brani folk del menestrello in un nuovo universo ad un passo dal rock. Particolare menzione è necessaria per la cover di Chimes Of Freedom. La portata contro-culturale di questo brano stupendo e profondo, nel testo, nella melodia, in tutto, tanto da essere a mio parere già di per sé sufficiente a “giustificare” il recente Nobel, viene come estesa fino a “democraticizzarla”. Da appannaggio di pochi diventa patrimonio di tutti. Forte di una melodia azzeccatissima, di intrecci vocali da magone, viene veicolata al di fuori del mondo del folk e si staglia nel più ampio universo del (folk) rock. Le altre cover presenti nell’album sono: The Bells Of Rhymney, riproposizione di un vecchio brano di Pete Seeger e tributo quindi alla tradizione della canzone popolare americana; Don’t Doubt About Yourself, Babe, cover di un brano di Jackie DeShannon, piuttosto country e rockeggiante; We’ll Meet Again, cover di un brano di Ross Parker e Hughie Charles, un’incantevole ballad piena di speranza post-bellica riproposta in stile Byrds, pezzo conclusivo dell’album tra l’altro. Gli altri 5 brani sono inediti, per lo più partoriti dal genio creativo di Gene Clark tanto da considerarsi come parte del suo personale canzoniere (fin da subito il suo destino da solista inizia a delinearsi, lascerà The Byrds nel 1967). I’ll Feel A Whole Lot Better, You Won’t Have To Cry, I Knew I’d Want You, It’s No Use, Here Without You. Clark li scrisse con il contributo di McGuinn e di Crosby i quali rispettivamente apportarono ai brani il valore aggiunto dei riff chitarristici della 12 corde e geniali intuizioni sonore (che saranno poi il nerbo della carriera di Crosby). Here Without You in particolare ci mostra il lato più romantico e dolce di The Byrds, ovvero l’animo gentile di Gene Clark che ritroveremo in seguito nei suoi pezzi solisti di più incontrovertibile bellezza (For A Spanish Guitar, Polly). In tutti e 5 i brani c’è un sapiente uso del tamburello che conferisce aggraziato ritmo e tradisce tutta la provenienza mersey-beat di Gene Clark. Si passa dalla giocosità di I’ll Feel A Whole Lot Better, brano spensierato e dal ritmo coinvolgente, alla dolcezza di I Knew I’d Want You, una vera ballad resa benissimo dalle armonie vocali, all’anima molto beat (e beatlesiana!) di You Won’t Have To Cry. Tra riproposizione (originalissima) di brani di altri e pezzi nuovi The Byrds esordiscono tracciando i loro capisaldi derivanti dalle diverse anime della band rappresentate dalla chitarra di Roger McGuinn, dall’anima beat di Gene Clark e dal sound già anarchico e surreale di David Crosby.

Sara Fabrizi

Caligula’s Horse – In Contact (2017)

Indovinate chi è tornato. Quel bel gruppo australiano che fa prog.

Mi piacque qualche anno fa il loro The Tide, the Thief & River’s End ma mi sono perso il successivo Bloom del 2015.
Ho trovato però questo ultimo lavoro molto ispirato, nell’ambito del prog metal tradizionale, a la Haken/Riverside. Dico tradizionale perché spesso ascolto anche prog poco ortodosso.

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Leprous – Malina (2017)

Malina è la dea del sole degli Inuit stanziati in Groenlandia.

Malina e suo fratello, il dio della luna Anningan, vivevano insieme. Durante una terribile lotta con il grasso rese nero il volto del fratello. A seguito dello spavento volò il più alto possibile in cielo e divenne il Sole. Anningan la rincorse e si tramutò in Luna.

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Freddy And The Panthoms: Decline Of The West

Autore: Freddy And The Panthoms

Titolo Album: Decline Of The West
Anno: 2017

Casa Discografica: Mighty Music / Target Group
Genere musicale: rock, blues rock, psychedelic

Voto: 8
Tipo: CD

Sito web: http://www.freddyandthephantoms.com/

Membri band:
Frederik Schnoor – Vocals, Guitars
Rune Hansen – Drums, Tamburines, Backing Vocals
Morten Rahm – Pedalsteel, Guitars
Mads Wilken – Bass, Backing Vocals
Anders Haahr – Organ, Backing Vocals

Tracklist:
1. Decline Of The West
2. Kentucky Killer
3. City Of Crime
4. Call Me The Creature
5. Behind The Curtain
6. The Last Cafè
7. Transition Blues
8. NYC 1965
9. Brownstone Badlands
10. The Wild Ones (Revisited)
11. Mr. Pig

Quando il Blues Rock soffia forte dalla Danimarca. Freddy And The Phantoms da Copenaghen con un mix di swampy blues, heavy desert rock, epic rock ballads. Nati nel 2010 e con all’attivo 4 album e live tour di impatto, si sono affermati subito come una delle blues rock band più amate in Danimarca e non solo. Grazie al respiro così internazionale del loro sound (sembrano americani nel midollo) e ai loro live show così intensi stanno conquistando un pubblico sempre più vasto. La loro quarta fatica, Decline Of The West, uscito per la label Mighty Music lo scorso aprile, è la summa di questa forte “danish attitude to blues”. Il titolo dell’album è piuttosto emblematico, alludendo ad una fase di declino, crisi e tramonto che sta attraversando la nostra civiltà occidentale. Ed è proprio durante la registrazione dell’album che è venuta fuori prepotentemente questa profezia in relazione soprattutto al clima di paura e terrore che sta segnando Europa e Stati Uniti portando a derive come la xenofobia che finisce col prevalere sui valori e sentimenti più umani come la solidarietà. Le 11 tracce di Decline Of The West trattano proprio queste tematiche con gli strumenti appropriatissimi del blues rock. Soprattutto il lato di sofferenza e dramma esistenziale, così caro al sostrato culturale che ha prodotto la madre di tutti i generi, è qui reso in maniera grandiosa ed intensa dando luogo ad una vera e propria odissea bluesy che si dipana lungo le 11 microstorie narrate nei brani. Un piglio quasi da concept album quindi che racchiude una varietà stilistica interessante, spaziando da rock ballads drammatiche, dove ho sentito forte l’eco di Neil Young, a pezzi tipicamente desert rock, dove è palese l’anima southern alla Lynyrd Skynyrd, a pezzi molto swamp blues, un po’ alla Creedence maniera, a pezzi più rockeggianti ed apparentemente più easy dove però l’impronta profonda e drammatica del blues non viene mai meno. La stessa title track è intrisa di queste atmosfere un po’ fumose che “insidiano” la leggerezza di un impianto tipicamente classic rock. Da segnalare il very rare special guest dell’ottava traccia, NYC 1965: trattasi del chitarrista americano Billy Cross, già session man di Bob Dylan, Link Wray, Meat Loaf. Questa preziosa collaborazione conferisce un’aura quasi di magia al già nostalgico rock’n’roll del brano. C’è un brano poi, la nona traccia, Brownstone Badlands, dove è forte l’impronta springsteeiana. E’ la tipica cavalcata rock alla Boss maniera: batteria portante e incalzante, molto spazio alle keyboards veloci e vivaci, chitarre energiche e positive. Un modo scanzonato di raccontare realtà non proprio facili e felici. Dicevo dell’eco di Young: c’è la settima traccia, Transition Blues, dove l’apertura è proprio Ohio per poi proseguire nei cardini delle chitarre acide del grande canadese ma lasciando spazio anche al veloce irish rock blues alla Rory Gallagher. Il set di influenze è composito e naturalmente in tema con il genere prescelto. La loro abilità sta, a mio parere, nell’aver saputo trattare temi drammaticamente attuali con le sonorità tipiche di un insieme di generi e micro-generi che da sempre hanno a cuore il lato sociale, e non solo individuale, delle vicende umane. Inscrivendo il tutto in una importante epopea blues che, pur non potendo offrire soluzioni facili ai problemi trattati, offre comunque uno spunto di riflessione e una chiave di lettura.

Sara Fabrizi

The Byrds

Formazione composita e in continuo divenire, sperimentazione di diversi generi , contributo all’invenzione di alcuni generi, uso pionieristico della chitarra Rickenbacker a 12 corde da cui il sound denominato jingle jangle, posto di assoluto riguardo fra le band di musica popolare americana degli anni ’60. Definire i californiani The Byrds richiede molteplici descrizioni e diverse chiavi di lettura. Operanti nell’ambito del folk rock ma non esauribili in esso, non ancora propriamente rock ma ad un passo da esso, psichedelici a tratti, per farla breve The Byrds elettrificarono il primo Dylan (quello del folk puro) mostrando al mondo della tradizione popolare americana che il futuro era la chitarra elettrica. Band spartiacque, dunque, e di rottura con il passato . Ma andarono ben oltre questa funzione di traghettatori verso il rock americano di fine decennio. Inventarono un loro sound, tutto loro: fatto di elettrica, armonie vocali e generose concessioni ad una prima embrionale psichedelia. Come detto prima la loro è una formazione composita. Del gruppo dei Byrds hanno originariamente fatto parte musicisti che, nel corso degli anni, hanno poi goduto di successo come solisti o internamente ad altre band. I cinque Byrds co-fondatori del gruppo sono stati: Jim McGuinn – che nel 1966 ha adottato il nome di Roger McGuinn (chitarra Rickenbacker a 12 corde e voce) – il cantante e chitarrista David Crosby, Gene Clark (autore di molti brani, voce, chitarra, tamburello e percussioni, morto nel 1991), Chris Hillman (basso, chitarra, mandolino) e Michael Clarke (batteria, percussioni, deceduto nel 1992). Formazione fluida e in continuo divenire. I Byrds sono più un punto di riferimento che un gruppo definito. Sono il luogo dove prima Gene Clark, poi David Crosby e Chris Hillman, infine Gram Parsons, tutti grandi cantautori e forti personalità, hanno pubblicato alcune delle loro opere giovanili. Vi è un minimo comun denominatore: Roger McGuinn, l’uomo che con i suoi arrangiamenti, le sue produzioni, la sua chitarra a 12 corde e le sue mille ricerche acustiche ha fatto il suono ora pop, ora folk, ora country, ora jazz, ora acido, dei Byrds. E’ come se ci fossero 3 anime che scandiscono le 3 macro-fasi della storia Byrds: la fase che fuse Dylan e il merseybeat, quella che coniò il rock spaziale-psichedelico, e quella che si lanciò nel country-rock. Ciascuna di queste tre fasi è stata caratterizzata dal leader che ne ha impersonato l’ispirazione e scritto il materiale: la coppia Clark-McGuinn all’inizio, Crosby nel mezzo, McGuinn alla fine. Le loro tre forti personalità artistiche, dolce e introversa quella di Gene Clark, sognante e irreale quella di David Crosby, pratica e professionale quella di Roger McGuinn, daranno vita a carriere soliste che saranno la naturale prosecuzione della rispettiva fase dei Byrds. Roger (o Jim) McGuinn e David Crosby (che si erano conosciuti nel 1960 a Los Angeles) avevano appreso al Greenwich Village l’arte del folksinger post-dylaniano ed erano emigrati in California a divulgarne il verbo. A Los Angeles fecero conoscenza con il bluegrass delle praterie (e le sue scintillanti armonie chitarristiche) e con il merseybeat che dilagava dopo la tourneè dei Beatles (e con le sue cristalline armonie vocali). Il retaggio del bluegrass era particolarmente forte in Chris Hillman (mandolinista di San Diego, reclutato al basso, già titolare della bluegrass band Hillmen) e il merseybeat era la passione di Gene Clark (proveniente da Kansas City, ex membro dei New Christy Minstrels). Alla batteria sedette fino al 1967 Michael Clarke. Agli inizi, comunque, i Byrds si proposero più modestamente di rendere omaggio alla grande tradizione dei folksinger, e in particolare a quello che stava diventando il mito nazionale: Bob Dylan. L’idea geniale fu quella di arrangiare le canzoni di Dylan come se si trattasse di hit della surf music o del merseybeat, cioè impiegando armonie vocali a più parti (alla Beach Boys), chitarre elettriche come si usavano in Gran Bretagna, e accelerando il ritmo in modo da rendere le melodia più allegra e orecchiabile. I Byrds esasperarono soprattutto le chitarre, ben tre (ma soprattutto la Rickenbacker 12 corde di McGuinn). Irruppero sulla scena della musica rock nell’estate del 1965 con la loro versione, eterea e orecchiabile, di Mr Tambourine Man, trasformata soprattutto da un tornado di jingle-jangle chitarristici. Quella umile cover segnò l’avvento di un genere nuovo: il folk-rock. Genere che combinava il genio lirico di Dylan e l’astuzia melodica dei Beatles. Un altro grande successo fu la cover di Turn Turn Turn (scritta da Seeger e cantata in tono quasi biblico). Nel giro di un anno uscirono anche i primi due album, entrambi sminuiti dal fatto d’essere essenzialmente raccolte di 45 giri e di cover. Il grande merito del primo, Mr Tambourine Man (CBS, 1965), è in realtà quello di aver imposto uno standard di produzione improntato alla pulizia formale. In questo album gli accenti “dylaniani” si sposano a una sbrigliata fantasia esecutiva. Scampanellii di chitarre e intrecci vocali si danno a equilibrismi sempre più mozzafiato. Il successivo Turn Turn Turn è però meno eccitante del primo album. Incalzati dal genere acid-rock che avevano contribuito a creare, i Byrds cominciarono a rinnovarsi già nel 1966. I nuovi orizzonti musicali erano rappresentati dall’LSD e dall’induismo: Eight Miles High (capolavoro di McGuinn, con un assolo ispirato da John Coltrane) e il suo retro Why ne furono i rispettivi manifesti. Il nuovo corso creò però i primi attriti all’interno del gruppo e Gene Clark decise di abbandonare il complesso mentre stavano registrando Fifth Dimension (CBS, 1966). I testi del nuovo album superavano nettamente la barriera del mero intrattenimento adolescenziale e cominciavano a parlare di “viaggi” immaginari. Gli strumenti si prendevano licenze ritmiche e armoniche sempre più sfacciate. La struttura della canzone era sempre più libera. Un blues strumentale (Captain Soul), un country epico (Fifth Dimension) e un bluegrass spaziale (Spaceman) segnarono la fine del periodo delle hit, esemplificata dalla presa di potere da parte di Crosby. Crosby è l’ispiratore assoluto del quarto disco, Younger Than Yesterday (CBS, 1967). Questo disco rappresenta il contributo artistico più valido e importante lasciato dai Byrds alla musica del loro tempo. Il complesso, che si era presentato fin dall’inizio come l’alternativa fantastica all’intellettualismo dylaniano, esce dalla tradizione del maestro del Greenwich Village e inaugura un nuovo filone che rimescola folk, blues, jazz, oriente, elettronica e dissonanze vocali. All’interno del complesso si crea allora un conflitto di tendenze fra Crosby e Mc Guinn, che vede di malocchio quella svolta lisergica. Alla fine la bilancia pende in favore di McGuinn: Crosby se ne va e, con un ambiguo Notorious Byrd Brothers (Columbia, giugno 1968), i Byrds stendono un ideale ponte fra rock psichedelico e country di Nashville, fra rivoluzione e tradizione. Nella formazione entrano musicisti di quella scuola, fra cui Gram Parsons. Il disco che sancì la nascita del country-rock, e in un certo senso il suo manifesto, è Sweetheart Of The Rodeo (Columbia, agosto 1968). La formazione di questo album si rivelò però provvisoria, in quanto Hillman e Parsons (autore anche dei brani migliori, Hickory Wind e One Hundred Years From Now), intrapresero per conto proprio la strada del nuovo genere, lasciando solo McGuinn. Da quel momento McGuinn, ricostruito il complesso con altri reduci di Nashville come il batterista Gene Parsons, il chitarrista Larence White e il bassista Skip Battin, si mantenne sul sentiero del country-rock più “autostradale”, cioè un suono piacevolmente vicino all’easy-listening. Ballad Of The Easy Rider (Columbia, 1969) vanta ancora Ballad Of Easy Rider (testo in gran parte di Dylan, anche se non accreditato), Gunga Din e Jesus Is Just Alright. Dr Byrds And Mr Hyde (Columbia, 1969) non contiene nulla di significativo. Lover Of The Bayou e Chestnut Mare sono le perle del doppio Untitled (1970), metà dal vivo e metà in studio. Byrdmaniax (1971) e Farther Along (1972) sono gli ultimi album. McGuinn tentò invano di risalire la china mettendo insieme, per un disco nostalgico, la formazione originale. Il The Byrds (Asylum, 1973) che ne venne fuori è una raccolta di belle canzoni senza seguito. Allora McGuinn sciolse definitivamente i Byrds e si lanciò nell’avventura solista. Hillman e Parsons formeranno poi i Flying Burrito Brothers. Un’altra mezza reunion sarà l’album di McGuinn Clark Hillman (Capitol, 1979), ancor meno saliente. E` curioso che negli anni ’90 fu l’ex batterista Michael Clarke a impossessarsi del marchio Byrds e a battere i club nostalgici con una formazione che in realtà non aveva che un solo membro dei Byrds. (Naturalmente gli altri Byrds lo scomunicarono). The Byrds (1990) è un box-set quadruplo che ripercorre la loro carriera. Tramontarono, ma avendo prima lasciato un segno indelebile nella storia della musica popolare e del rock americano.

Sara Fabrizi

Simon & Garfunkel – Bridge Over Troubled Water

Autore: Simon & Garfunkel

Titolo Album: Bridge Over Troubled Water
Anno: 1970

Casa Discografica: Columbia Records
Genere musicale: folk rock

Voto: 10
Tipo: LP

Sito web: http://www.simonandgarfunkel.com/

Membri band:
Paul Simon – voce, chitarra
Art Garfunkel – voce
Joe Osborn – basso
Larry Knechtel – pianoforte
Fred Carter, Jr. – chitarra
Hal Blaine – batteria
Jimmie Haskell – archi
Ernie Freeman – archi
John Faddis – ottoni
Randy Brecker – ottoni
Lew Soloff – ottoni
Alan Rubin – ottoni
Los Incas – strumenti peruviani

Tracklist:
1. Bridge Over Troubled Water
2. El Condor Pasa (If I Could)
3. Cecilia
4. Keep The Customer Satisfied
5. So Long, Frank Lloyd Wright
6. The Boxer
7. Baby Driver
8. The Only Living Boy In New York
9. Why Don’t You Write Me
10. Bye Bye Love
11. Song For The Asking

L’ultimo disco di Simon & Garfunkel, subito dopo ci sarà lo scioglimento del duo, vede la luce nel 1970 a seguito di un anno difficile per i rapporti fra i due. Dopo i successi vertiginosi e crescenti di album in album, dopo la consacrazione avvenuta con Bookends, un anno di stasi e difficoltà. Passano i mesi e non sembra esserci niente di concreto. Di fatto l’unico disco di S & G a vedere la luce nel ’69 è il singolo The Boxer, grande successo (n. 7 USA, n. 6 UK). Il resto dell’anno passa tra incomprensioni e allettanti, inediti, sbocchi di carriera: come quello capitato a Garfunkel, che accetta l’invito di Mike Nichols (una vecchia conoscenza) a far parte del cast del suo nuovo film, “Comma 22”. Il regista assicura ad Arty che le riprese (in Messico) non lo distoglieranno troppo dal lavoro in studio e che non gli ruberanno più di un paio di mesi. Le cose non vanno comunque per il verso giusto: la pellicola richiede ulteriore tempo e Simon, per la prima volta, si sente snobbato, messo da parte. Inizia a scrivere canzoni, tra l’amaro e il malinconico, su questa perdita temporanea. Paradossalmente il suo songwriting attinge nuova linfa dalle difficoltà e getta le basi per l’ultimo capitolo del magico sodalizio artistico e personale. Al ritorno dell’amico dal Sud America e dopo una manciata di concerti a fine anno, la coppia porta finalmente a termine il lavoro. Basterebbe già solo lasciar parlare i numeri per spiegare la grandezza di questo ultimo album: oltre dieci milioni di copie vendute, 85 settimane nelle classifiche americane (di cui 10 al numero 1), quattro singoli nella top ten e un Grammy come miglior disco dell’anno. Per un’istantanea quantitativa potrebbero bastare, ma non spiegheranno mai il tripudio emozionale di cui sono intrisi i brani, il loro preciso posto nella peculiare architettura del nostro magico duo folk, il lascito che investe l’ascoltatore di ieri e di oggi. Bridge Over Troubled Water è la testimonianza ultima dell’evolversi del loro rapporto umano ed artistico. Riesce a darci un’idea precisa di dove Paul e Arty siano approdati. Da amici in simbiosi a due figure distinte bisognose di intraprendere ognuna un diverso percorso, lontano dall’altro. Dal folk ad un pop raffinato e ad una matura canzone d’autore. E quasi in maniera paradossale sarà proprio il loro emanciparsi dalle impostazioni e dagli schemi iniziali (quelli per cui si caratterizzano, quelli per cui li ricordiamo) a fargli guadagnare l’apice, la vetta del successo e del riconoscimento a livello mondiale. Questo loro ultimo album è semplicemente una scatola magica che contiene un po’ di tutto: l’innovazione e la tradizione, il tendere verso il futuro e il richiamo alle radici. 11 pezzi per una durata di 36 minuti e 46 secondi in uno stato di grazia assoluta. Tutto è perfetto, i testi, gli arrangiamenti, le voci, l’alchimia, la successione dei brani. Ad aprire il disco è la monumentale title track, Bridge Over Troubled Water. Una splendida ballata per piano, cantata dal solo Garfunkel che qui ci offre la sua migliore prestazione vocale. Un brano che cresce di intensità fino all’esplosione orchestrale e al coraggioso acuto finale. “When you’re weary, feeling small, when tears are in your eyes, I’ll dry them all (all), I’m on your side, oh, when times get rough and friends just can’t be found, like a bridge over troubled water I will lay me down”. Bastano questi versi iniziali per capire il senso di conforto e amore che il brano ci regala. Che sia stato scritto per una donna, per un amico, per ogni persona di cui si desideri il bene, questo pezzo rimane una delle perle più fulgide della musica moderna. Dopo questo incipit straordinario troviamo El Condor Pasa. Un brano che è l’esito della personale riscrittura di un traditional peruviano da parte di Paul Simon, che inizia già a manifestare in maniera evidente la propensione per la world music e la ricerca musicale che svilupperà poi appieno nei suoi album solisti. Melodie folk andine per un testo fatto di suggestioni e metafore sulla libertà. Uno stupefacente risultato, ottenuto anche grazie all’aiuto del gruppo peruviano Los Incas nella registrazione. Il terzo brano è Cecilia. Altro indizio che Paul Simon si sta decisamente orientando verso la musica extra-anglosassone. Un pezzo presumibilmente dedicato ad una donna che gli ha spezzato il cuore, che però narra questa storia non con un mood malinconico bensì con un travolgente ed allegro ritmo afro-ispanico. Il brano successivo è Keep The Customer Satisfied che insieme a Baby Driver è una chiara testimonianza di come il talento di Paul Simon sia maturato verso il pop, forse un po’ debitore di un maestro come Brian Wilson dei Beach Boys. Due brani molto accattivanti, molto vendibili, molto figli dell’epoca, molto pop. In questo album così variegato troviamo anche un tentativo di jazz/bossa in So Long, Frank Lloyd Wright. Un brano che parla di un addio e probabilmente cela il dispiacere e la consapevolezza di Paul per la fine del suo rapporto con Arty. Discorso a parte va fatto per The Boxer. Al pari della title track è una gemma di perfezione musicale, metrica e testuale. La sua grazia acustica ha fatto scuola. I colpi secchi di batteria che riproducono il suono tipico del sacco che viene colpito dal boxer. Il suo delicato, e al contempo crudo e realista, affresco della vita di un giovane aspirante boxer in una New York priva di calore umano. Quei versi celebri che te la scolpiscono nel cuore per sempre “All lies and jests, still a man hears what he wants to hear and disregards the rest”. A mio parere, addirittura più della mitica title track, è The Boxer la summa della sensibilità artistica, dell’essenza stessa del duo. Perché dentro è espressa al massimo tutta la loro abilità nell’indagare e dipingere in maniera quasi impressionistica i tormenti dell’animo umano. Con una precisione, profondità e verosimiglianza degne di un’opera letteraria del verismo. Altro brano di una grazia acustica commovente è The Only Living Boy In New York. Anche qui si narra una storia di solitudine, il senso dell’abbandono quasi autobiografico che Paul riversa in questo album. Doveva pesargli sul cuore come un macigno l’imminente fine della magica simbiosi con Arty. In questo brano la prestazione vocale di Garfunkel è di una dolcezza ed intensità estasianti. Quella batteria che cresce poi, come a volerci dare forza, a volerci consolare. Gli ultimi 3 brani dell’album sono quasi di alleggerimento, e forse ce n’è bisogno per riprender fiato dopo lo tsunami emozionale che ci ha investito con i brani citati prima. Why Don’t You Write Me è un pezzo ritmato e coinvolgente, un brano pop indolente e scanzonato. Bye Bye Love è una cover-tributo (registrata live) ai mitici Everly Brothers, maestri, ispiratori e punto di partenza per la formazione artistica del nostro duo. La scelta di inserire questo pezzo verso la fine dell’ultimo album è sicuramente funzionale a sottolineare le radici che restano nonostante le doverose evoluzioni. A chiudere l’album è Song For The Asking. Una ballad dolce e soave, come nella migliore tradizione di Paul e Arty. La voce di Garfunkel è limpida come sempre. Le armonie delicate, come da copione. Come a voler dire, ok ci stiamo separando, il sogno sta finendo, ma la nostra essenza, la nostra eredità musicale ed umana non andrà mai persa, è tutta qui, tutta per voi.

Sara Fabrizi

Sick Tamburo – Un Giorno Nuovo (2017)

Scienziati studiano cose
tra quelle cose ci siamo anche noi.

Queste parole racchiudono un po’ tutto l’indie. Cose banali, che dette con una certa empatia riescono a colpire.

Questo punto è quello che porta i Sick Tamburo ad essere accomunati con l’ondata indie italiana. Ma ha solo questo punto in comune (ah no, anche il feat con Motta).

Tutto il resto è cinica e edgy lirica di vita, frammenti per chi ha sufficiente senso di autocritica e apertura mentale per avvicinarsi alle stranezze e alle paranoie psico-romantico-sensuali di giovani uomini e donne.
Prospettiva maschile e femminile si intrecciano e non parlano nè al mainstream nè all’altstream, tanto sono personali.

La musicalità mutuata dalla precedente vita nei Prozac + è ormai una cifra stilistica affermata, forte nelle percussioni sintetiche e nel ritornello.

A ognuno l’indie che merita.
Per me niente Calcutta; altro Sick Tamburo, grazie.