Vintage Love – Singles (2017)

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    • Artista: Vintage Love
    • Album: Singles
    • Anno: 2017
    • Genere: Alternative Rock
    • Durata: 16:33

1.

Cool Girl 02:47

2.

Carnival Queen 03:50

3.

‘Bout Love 03:22

4.

Lights of London 03:00

5.

Talk is Cheap 03:31


Spookyman- Spookyman

Autore: Spookyman

Titolo Album: Spookyman
Anno: 2016

Casa Discografica: Autoproduzione
Genere musicale: Blues, Soul, Folk, Ballad, Gothabilly

Voto: 9
Tipo: CD

Sito web: http://www.spookyman-music.com/

Membri band:
Giulio Allegretti a.ka. Spookyman – voce, chitarra, banjo, armonica, tamburello, kazoo e foot percussions

Guests:
Antonia Harper – back vocals
Matteo Acclavio – baritone sax
Carmine De Michelis – piano
Guglielmo Nodari – lap steel

Tracklist:
1. Friendly Woman
2. Bad Things
3. Distress
4. Remember Rain
5. Keep Movin’
6. Cotton Fields
7. Help Me
8. Breakfast By The Window
9. October Song
10. In Dreamin’
11. Maryann
12. In The Rain

Il Blues delle origini, quello nato sul Delta del Mississipi, con il suo carico di malinconia e forza di reazione è un’attrazione verso cui tutti i musicisti finiscono col gravitare. Del resto tutto nasce dal Blues. E Giulio Allegretti, in arte Spookyman, deve saperlo bene. Giovane, classe 1986, romano, e proveniente da esperienze musicali variegate (garage, country, rockabilly), ad un certo punto viene risucchiato nel vortice del Blues. E si reinventa one man band, suonando di tutto e di più (voce, chitarra, armonica, kazoo, stomp-box, valigia, cembalo), scrivendo pezzi malinconici ed autobiografici, eseguendoli con il piglio deciso ed altamente emozionale dei grandi che di sicuro lo hanno ispirato. Robert Johnson, Skip James, Bukka White, R. L. Burneside, John Lee Hooker. Solo per citarne alcuni. Tutta la grande tradizione del Delta Blues rivive in un album, il suo omonimo debut album, che suona attuale come solo la madre di tutti i generi può essere.
12 tracce intense, pulite e d’impatto. Anche nella performance live, cui ho avuto la fortuna di assistere, la sua capacità di comunicare la sua musica rimane fresca, diretta. Salvo poi “sporcarsi” di emozioni degne dell’esecuzione di un autentico bluesman. Spookyman racconta storie, le sue storie, che poi sono quelle di ognuno. C’è una donna, che fa capolino in diversi brani (Friendly Woman, Maryann) oggetto prediletto della narrazione blues. Se il Blues è pervaso di malinconia, sarà di sicuro l’amore a causare questo struggimento. E poi c’è il richiamo a condizioni antiche di sfruttamento e sofferenza (Cotton Fields), la dignitosa incessante lotta per la loro liberazione portata avanti dai neri d’America. Tematica che poi può diventare paradigmatica di ogni condizione umana di sopruso. Non è difficile sentire propri questi pezzi, e intravedere in essi il mondo. Il pathos dei pezzi più “sofferti” viene smorzato in altri brani che sembrano più leggeri e spensierati pur mantenendo quella malinconia di fondo come un marchio di fabbrica (Distress, Remember Rain). Una menzione a parte voglio farla per Keep Movin’. Subito rapita, trasportata in scenari lontani. C’ho visto e sentito Howlin’ Wolf. Quella ritmica incalzante, che scandisce così bene suono e parole. Quell’energia propositiva alla Smokestack Lightnin’ ce l’ho sentita dentro. Non serve aggiungere altro. Ogni amante del genere capirà. Un blues classico, un vero “bluesettone”, è Bad Things. Molto roots, bella ritmica, molto convincente. Proseguendo nell’ascolto del disco troviamo anche un pezzo decisamente blues rock, Help Me. Qui l’energia di un Rory Gallagher, di un John Fogerty. Ma anche, perché no, dei primi Black Sabbath quando Ozzy and co. facevano generose concessioni al Blues. Un brano quindi che a tratti sconfina nell’hard rock. Bella questa varietà stilistica all’interno dell’album. Un fortissimo filo conduttore fatto di Mississipi sound che ogni tanto cede ad altre suggestioni. Ci sono anche ballads folk in questo disco, come Breakfast By The Window e October Song. Quest’ultima in particolare presenta anche un richiamo alla tradizione degli stornelli romani, un’abile contaminazione che rende l’album ancora più godibile. Poi c’è un pezzo dal sound delicato, leggero ed estivo, In Dreamin’. Un brano con suggestioni soul molto fresco che mi fa pensare ad un artista recente, ma comunque inscrivibile nella scuola dei grandi interpreti blues, come Jack Johnson. Il pezzo di chiusura è una sognante ballad, dai ritmi molto rilassati e soft. In The Rain evoca una pioggia estiva, rigenerante, il miglior modo di chiudere il disco. Riprendiamo fiato, metabolizziamo e facciamo tesoro di tutto il Blues che, in diverse varianti, Spookyman ci ha egregiamente elargito.

Sara Fabrizi

Split Interwaste – Sedna / Seventh Genocide

Una doppia intervista per due band italiane della stessa scena, quella del cosiddetto post-black metal.

Da una parte i Sedna, matura formazione a 3 da Cesena al loro secondo full length con Eterno, dopo l’album omonimo del 2014 che già personalmente apprezzai. Attualmente militanti nella Drown Within Records.
Dall’altra i Seventh Genocide, band romana del roster Naked Lunch Records, con un album alle spalle, Breeze Of Memories, e uno in arrivo, Toward Akina. Si sono fatti notare con una impegnata partecipazione alla compilation ANTI-NSBM che il collettivo antifascista e anarchico The Dark Skies Above Us mette insieme dal 2015.

Ho fatto ad entrambi le stesse domande per scoprire di più su questa interessante scena che ho già segnalato più di una volta. Continua a leggere Split Interwaste – Sedna / Seventh Genocide

Interwaste – Silent Chaos

Nelle continue esplorazioni del collettivo nei vari underground si trovano le cose più interessanti. E guai a chi dice che in Italia ci facciamo mancare qualcosa.

Gli ossimorici Silent Chaos si definiscono “un duo, o meglio, un tutt’uno musicale”. Sono Ugo Vantini, “cresciuto e sviluppato in un brodo primordiale denso di progressive rock contaminato dal jazz e dal classicismo” e Marta Noone “che si è nutrita di musica industrial riecheggiante in costruzioni gotiche permeate di scariche elettriche”.
Quello che fanno è musica elettronica estemporanea, dalla quale “affiorano echi di musica concreta, cori, suoni tribali, noise e ambient”.

Gli abbiamo fatto qualche domanda per sbirciare dietro quel velo di ermetismo che copre questo genere di cose. Continua a leggere Interwaste – Silent Chaos

Buzzy Lao – Hula

Autore: Buzzy Lao

Titolo Album: Hula
Anno: 2016

Casa Discografica: INRI
Genere musicale: neo blues, roots reggae, alternative folk

Voto: 8
Tipo: CD

Sito web: http://www.buzzylao.com/

Membri band:
Buzzy Lao – voce, chitarra, weissenborn, footdrum
Mattia Bonifacino – basso, cori
Tiziano Salerno – batteria, percussioni

Tracklist:
1. Ora Che
2. Credi Di Amare
3. Stella Magica
4. Anche Il Vento Ti Cambierà
5. Lacrime D’Amore
6. Guerra Da Nascondere
7. Luna
8. Chiedi Chiedi
9. Le Luci Della Mia Ombra
10. Hanno Ucciso L’Amore
11. Buonanotte
12. Sentirai
13. Qualcosa C’E’

Dove un forte amore e propensione per il blues si contamina con il cantautorato italiano e con suggestioni decisamente black (roots reggae e tribali) troviamo Buzzy Lao. Interessante, giovane, cantautore/bluesman torinese che frulla insieme le sue preferenze e background musicale con una lunga esperienza nel Regno Unito. E così ti sforna Hula, un debut album di 13 tracce che pescano da generi diversi tenuti insieme dal filo rosso del blues. Dal folk al soul di ultima generazione al rock. Un melting pot di sonorità maturate in un arco di tempo relativamente breve (rilascia il primo singolo Lacrime D’Amore nel gennaio del 2015, l’album esce lo scorso 21 ottobre) e che esplodono fino a concretizzarsi in un lavoro che ha tanto il sapore della gavetta, dell’impegno alacre fatti anche dal tour in tutta Italia e dalla campagna di crowdfunding promossa per produrre e finanziare l’album. Una storia di passione quella che caratterizza il percorso professionale di questo giovane artista. La stessa passione che ritroviamo nei suoi testi che parlano della sua vita interiore (amori, amicizie, dolori) ma anche della vita esteriore (tematiche di impegno e di denuncia delle ingiustizie sociali, razziali e culturali). E che ritroviamo anche nel suo modo di suonare, in quell’uso eclettico e sincero della chitarra Weissenborn molto usata nella scena alternative blues (Ben Harper e John Butler). Man mano che si procede nell’ascolto di questi 13 brani, tutti così diversi tutti così unitari nello stile e nell’anima, si delinea chiaramente lo scenario neo-blues dove si colloca Buzzy Lao. Deve essere stata una gran bella soddisfazione per l’artista tornare in patria dopo un’esperienza fuori e aver potuto rielaborare sensibilità e stimoli provenienti da contesti diversi per realizzare canzoni in lingua italiana ma suonate in maniera così “internazionale”. E’ un disco che cattura, che ti prende per mano, track by track, e ti guida lungo il percorso artistico-personale-umano dell’autore e ti fa vedere con i suoi occhi il mondo. Un percorso il cui punto d’arrivo è da considerarsi l’album nella sua totalità, come strumento di riflessione e anche di superamento e guarigione. Raccontando e raccontandosi tramite la musica si può metabolizzare ogni dolore e ogni sconfitta e trarne stimolo per nuovi obiettivi, per una rinnovata propositività e positività. E si può anche spronare un cambiamento non solo individuale ma anche sociale. La funzione catartica dell’arte nella variante intimistica ed impegnata del cantautorato. Passando dai brani più cantautorali come Ora Che, Le Luci Della Mia Ombra, Qualcosa C’E’, a quelli più reggae e roots come Stella Magica, Hanno Ucciso L’Amore, fino a quelli più genuinamente blues come Credi Di Amare, Guerra Da Nascondere, Chiedi Chiedi, la tensione che si avverte fra racconto di sé e racconto del mondo è molto bella, a tratti commovente. Perché rivela la capacità dell’artista di mettersi a nudo e regolare i conti con sé stesso senza mai trascurare l’attenzione per la società, per i suoi mali, per il suo necessario cambiamento. E la commistione dei generi, sempre sotto l’egida del “dio blues”, è a mio parere perfettamente funzionale a questo approccio.

Sara Fabrizi

Orion – Lunatic Asylum (2017)

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    • Artista: Orion
    • Album: Lunatic Asylum
    • Anno: 2017
    • Genere: Electronic Rock
    • Durata: 40:52

1.

Problems 02:06

2.

Before Birth 06:49

3.

Lying To Yourself 04:11

4.

Out Of Order 03:23

5.

Lunatic Asylum 03:15

6.

Laws We Break 02:23

7.

Catcher In The Rye 03:16

8.

Shades Of Night 03:59

9.

Revolution 04:23

10.

Inert Way 03:49

11.

On The Edge 03:13


Neil Zaza Band & Simone Fiorletta Band @ Auditorium New Orleans, 22 Marzo 2017

Chi conosce la provincia (di Frosinone e non) saprà quanto è difficile trovare un concerto che non sia solo divertente ma anche interessante.

È questo però il caso dell’evento che ha visto ospiti due band guitar-driven e strumentali: una indigena, capitanata da Simone Fiorletta (Rezophonic, conosciuto anche per la militanza nel gruppo prog Moonlight Comedy) con Gianfranco De Lisi al basso e Marco Aiello alla batteria; l’altra statunitense con Neil Zaza, chitarrista conosciuto in tutto il mondo per il suo stile neoclassico e molto melodico.

L’apertura della Simone Fiorletta Band è di respiro internazionale e di alto bordo, con un sound melodico tipico di un certo hard rock americano (mi vengono in mente i Polyphia) senza però sfociare nel metal progressivo. Grande attenzione (e sfoggio di) tecnica con conseguente apprezzamento dei chitarristi in sala e un accompagnamento in trio all’altezza.
Ci si aspetterebbe forse una maggiore maturità della forma canzone nei brani, dato che, per quanto curati siano i singoli suoni degli strumenti che li compongono, sono carenti di una struttura che li renda più “memorizzabili” e che dia una fingerprint, una firma ad ogni brano.
Aspetto che nella musica strumentale, che rinuncia al testo, e melodica, che rinuncia alla sperimentazione, è piuttosto rilevante. Scelta questa, se di ciò si tratta, che si trova agli antipodi con quella, ad esempio, dei The Aristocrats che puntano tutto sulla costruzione di “scenette sonore” con scansioni, tempi e generi anche molto diversi tra pezzo e pezzo.
Altra opzione sarebbe quella scelta da alcune band con lo stesso stile chitarristico che vede questo gusto e questa tecnica utilizzati a favore della rinnovazione e sperimentazione sulla musica di genere.
Questa agnosticità non rovina comunque una piacevolissima performance live.

Foto Sabrina Simone

Venendo all’headliner della serata, Neil Zaza con il suo trio snocciola brani, perlopiù cover, alternando rivisitazione di brani classici a pezzi più originali (o comunque più densamente interpretati) e ancora a brani conosciutissimi del pop e del rock. Saltellando tra la 5° sinfonia di Beethoven e Take On Me degli A-Ha (che mi ha gasato non poco) il palco trasmetteva una interpretazione molto sentita ed espressiva, con una batteria tosta, metal e un basso di solido supporto.
È evidente che il ricorso alle cover è un necessario espediente per dare corpo ad un concerto che finirebbe altrimenti coperto da un alone di monotonia.

Le esecuzioni sono divertenti e trascinanti e non lascerebbero mai l’amaro in bocca ad uno spettatore live. Si nota però l’evidente scelta di non rischiare con una scaletta di soli pezzi originali (che pure Neil Zaza ha in abbondanza), che soddisferebbe solo una certa percentuale degli spettatori, preferendo invece pezzi di sicuro impatto.

Foto Sabrina Simone

Sicuramente ci sono anche da prendere in considerazione esigenze di arrangiamento di pezzi per il trio, dato che Zaza va in tour in trio in tutto il mondo e non può che scegliere scalette rodate e affermate.

Ad ogni modo le due band sono accomunate dal loro grande senso della melodia e dalla sbalorditiva tecnica chitarristica, e insieme hanno trasformato un anonimo mercoledì sera di provincia in un momento di celebrazione della chitarra rock.

 

Bull Black Nova – Don’t fall Away (2014)

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    • Artista: Bull Black Nova
    • Album: Don’t fall Away
    • Anno: 2014
    • Genere: Indie Rock
    • Durata: 45:00

1.

Get Close 04:42

2.

SYS (Sell Your Soul) 03:35

3.

You Know You Like It 02:59

4.

New House Song 05:14

5.

Actinide 04:07

6.

Waves 03:20

7.

Izabella 04:51

8.

Phoenix 03:11

9.

Persephone 04:53

10.

Unknown 02:24

11.

Motionless 05:38

The Growlers – City Club (2016)

Avete presente la sensazione che hanno i bambini quando vedono una giostra? Ecco, ho provato la stessa sensazione qualche mese fa scoprendo l’uscita del nuovo disco dei The Growlers.

City Club è il quinto disco della band di Dana Point California, uscito a Settembre del 2016. Sono tendenzialmente una persona pigra, quindi sono venuto a conoscenza del disco solamente mesi dopo.
Quinto disco della band: soffermiamoci un secondo su questo particolare. Una band indie che arriva a produrre cinque dischi di questo tipo è sicuramente un risultato encomiabile, superando inoltre lo scoglio del terzo disco (a mio modestissimo avviso è il terzo il disco più importante per una band e non il secondo come sosteneva un noto cantante italiano).

Rispetto ai precedenti quattro dischi della band capitanata da Brooks Nielsen, City Club tenta in qualche modo di dare una sterzata stilistica non troppo netta ma sicuramente ricercata, con scarsi risultati, rispetto a quella che era la linea espressiva dei precedenti dischi. I quattro eccentrici artisti Californiani si sono così affidati a Julian Casablancas (leader degli Strokes) per produrre questo disco, questa bizzarra unione artistica però non lascia a primo impatto gli effetti sperati. Ma è proprio questa la parte che mi ha fatto interessare molto a questo disco, un sound che alle volte può risultare stucchevole e quasi fuori luogo, volutamente fuori luogo, guida l’ascoltatore verso alcuni dettagli che è possibile notare solamente dopo un ascolto minuzioso, ripetuto ed effettuato a tavolino.

Non è un disco da sottovalutare. Su tutte spiccano la traccia numero quattro Night Ride e la numero otto The Daisy Chain. City Club è un disco da molti disprezzato ma agli amanti del genere non farà rimpiangere il costo del gettone speso per salire sulla giostra.

 

 

Joseph Di Rezze

Interwaste – Lambstone (Hunters & Queens, 2017)

Ho avuto modo di fare 2 chiacchiere con i Lambstone, formazione rock milanese che nel 2015 aveva debuttato su Virgin Radio con il singolo “Grace”.

Il gruppo si ispira alla grande scena americana dell’alt-rock e post-grunge millenial, che fa molta presa sul pubblico rock italiano che storce invece il naso al rock Made in Italy. Sicuramente forti di un sound sdoganato e radiofonico, i Lambstone hanno avuto la necessaria determinazione e capacità di composizione per un prodotto musicale commercialmente appetibile, nel senso buono.

CW: Ciao, qui Manuel per Collective Waste.
Nel 2015 ci sentimmo per una intervista telefonica in occasione dell’uscita di Grace. Vi sentite in qualche modo evoluti in questi ultimi 2 anni?

L: Ciao Manuel, grazie per ospitarci nuovamente! Sì, decisamente. Abbiamo fatto un lungo percorso di crescita creativa e musicale coadiuvati da un grande produttore artistico, Pietro Foresti, produttore multiplatino di esperienza internazionale.

Con Grace avete pubblicato un singolo rock molto orecchiabile e sicuramente radiofonico e Hunting segue un po’ la stessa scia. Avete avuto risultati soddisfacenti dall’ultima produzione ad oggi?
Assolutamente sì, abbiamo fatto molte esperienze, partecipando a festival importanti e portando la nostra musica in molte città italiane.
Ora il nuovo singolo Hunting è in rotazione su molte radio italiane.

A livello di testi quali temi preferite affrontare? Ho potuto ascoltare più di qualche riflessione sui momenti di forza e debolezza nella vita.
I testi nascono dalle esperienze di vita di tutti noi, dalle emozioni che proviamo, da quello che ci colpisce. Sicuramente uno dei nostri motti di vita è mai arrendersi.

Ascoltando “Jesus” da Hunters & Queens viene inevitabilmente voglia di chiedervi qualche spiegazione.
Jesus Mezquia è il nome dell’assassino di Mia Zapata, cantante del gruppo di Seattle The Gits, uccisa da uno sconosciuto il 7 luglio 1993, ma solo 10 anni dopo il nome del colpevole fu scoperto grazie alla prova del DNA.
Il nostro è un omaggio a Mia, a Seattle e alle donne vittime di violenza.

Perché avete scelto proprio Dust In The Wind dei Kansas come cover track?
È un pezzo che amiamo nella sua versione originale e sia come testo sia come atmosfere ci sembrava adatto per essere rivisitato in chiave Lambstone.

Una domanda fuori tema per conoscervi di più: ultimo concerto ascoltato insieme?  
Il concerto dei nostri amici e “soci” Rhumornero.

Direi che questo è tutto. Grazie e a presto!
Grazie a te e a tutta la redazione!