[RevieWaste] 65daysofstatic – Wild Light

Quindi il post-rock sta prendendo questa strada.

È quello che ho pensato dopo pochi minuti di ascolto di Wild Light, l’ultimo album degli affermati 65daysofstatic, formazione di Sheffield che già dal 2004/2005 si è fatto un nome nel panorama post-rock, e l’ha affermato nel 2007 con The Destruction of Small Ideas.

Ho pensato questa cosa perché ho già ascoltato Origins dei God is Astronaut (ci starebbe bene un’altra recensione per quest’altro). L’ho pensato anche perché ho ascoltato A Healthy Fear dei Gifts From Enola. L’ho pensato anche perché ho ascoltato All Hail Bright Futures degli And So I Watch You From Afar, o Kveikur dei Sigur Rós (ci starebbe bene un’altra recensione un po’ per tutti questi).

Non voglio mettere tutto dentro un calderone eh. Solo che non si può non vedere quanto ci abbiano preso la manina a usare effettini e synthini un po’ dappertutto. Gli è piaciuto come poteva venire mettendoci un po’ più di salsa electronica.

Ma pensiamo un’album alla volta. Wild Light non è male. È piacevole da ascoltare, è distensivo, è abbastanza post-rock. Il gruppo ha da sempre avuto sperimentazioni elettroniche, forse è stato il primo gruppo ad affermarle con decisione, prima con The Fall of Math e negli ultimi tempi con l’EP The Coach Road Sessions e poi con il full-lenght The Last Dance hanno inserito pezzi decisamente impostati alla maniera electro (tipo Dance Dance | Piano Fight ) intervallati da pezzi tradizionalmente post-rock (tipo Burial Scene). Se c’era un gruppo che si poteva permettere di fare questa cosa senza sorprese, erano loro.

In questo nuovo album la fusione però è stata più completa, la distanza meno netta; il risultato piacevole.

Nelle tracce come Blackspots e Sleepwalk City sembra di ascoltare i God is an Astronaut per gli effetti dati agli strumenti, rinunciando un po’ ai pezzi di piano e all’electro stile IDM come in The Destruction of Small Ideas e The Fall of Math. In altre tracce, come in quella d’apertura di questo nuovo album, o Prisms, ti pare di stare ascoltando i Justice o Apparat.

In ogni caso queste influenze sono più che buone, e il risultato di questa fusione mi è complessivamente sembrato più coerente, direi omologato. Questo a me però.

Posso già sentire un purista in lontananza dire “Gli Explosions In The Sky e i Godspeed You! Black Emperor, quello è post-rock, non st’ibrido demmerda”.

Ma si sa, i puristi sono perennemente insoddisfatti.

 

[RevieWaste] Tunng – Turbines

Partiamo dal presupposto che è difficile trovare una categoria precisa per i Tunng; si possono definire in maniera generica appartenenti alla folktronica, genere musicale composto da elementi di musica folk ed elettronica, con uso massiccio di strumenti acustici.

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La particolarità del gruppo, pero’, é da ricercarsi nell’uso di oggetti atipici (ad esempio gusci di conchiglia), alla ricerca di sonorità diverse. Personalmente, poi, apprezzo molto il risultato dell’unione delle voci, a volte perfettamente amalgamate, a volte contrastanti, essendo pero’ sempre un qualcosa di voluto e ricercato. I componenti attuali:Mike Lindsay, Ashley Bates, Phil Winter, Becky Jacobs, Martin Smith, Simon Glenister. Ex componente: Sam Genders.


La prima traccia dell’album Turbines, “Once”, è semplice e si riscontrano subito i classici elementi delle canzoni dei Tunng: 

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strumento acustico, voci maschile e femminile che si sovrappongono portando avanti in modo ripetitivo il ritornello, elettronica non dominante ma nemmeno appena accennata.Gli amanti della folktronica troveranno in questo disco pane per i loro denti. Anche se non é il vostro genere, date loro una possibilità, non è un disco di difficile ascolto.

Comincia quindi “Trip Trap”, in un alternarsi di voce maschile e femminile, accompagnati da una chitarra acustica che inizialmente sembra uscire da una canzone dei “The XX”. Si aggiunge quindi la parte elettronica, lasciando per un attimo spazio alla musica, tornando infine all’agglomerato di voci, un susseguirsi di momenti che si ripetono fino alla fine.

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Proseguiamo con “By This”, brano che mantiene fedelmente lo stile passato del gruppo. Ammetto che la parte elettronica al minuto 1:28 mi ha ricordato in modo lontano “Impressioni di Settembre”.

Quarto brano, “The Village”, nel quale si sente lo staccato della plettrata, che dona al brano, altrimenti malinconico, una nota di tranquillità e allegria.

“Bloodlines” sembra rappresentare quasi un inno, al suono del quale marciare circondati dalla natura.

Con “Follow Follow” ho avuto l’impressione di star ascoltando una versione alternativa di Sound of Silence, nelle prime battute.

Poi interviene la parte elettronica, portando la canzone a cambiare in modo quasi irriconoscibile, tornando sui suoi passi verso la seconda parte.

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Credo di poter dire che si tratta della mia canzone preferita nell’album, anche se la voce femminile trova la sua giusta valorizzazione solo alla fine.

“So far from here” ci presenta una caratteristica tipica dei Tunng: il testo arriva a dire “and we’ll run” mentre la chitarra quasi sembra rallentare, creando una sorta di oasi in cui ci si puo’ riposare prima di cominciare a correre.

Gli ultimi due brani sono quelli che mi hanno convinto di meno. “Embers” presenta un ritmo più pressante, in cui le voci si inseguono accompagnate dalla chitarra. “Heavy Rock” chiude l’album con una calma forse fin troppo eccessiva, distaccandosi in modo netto dalle precedenti canzoni.

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Tirando le conclusioni: “Turbines” é un album che non mi ha deluso.

Non dico che sia il loro album che preferisco, ma i Tunng sono riusciti a mantenere cio’ che avevano in un certo senso promesso con le loro (perdonatemi il gioco di parole) premesse. Potete sentire l’album in questione premendo play qui accanto, fatemi sapere cosa ne pensate!

Stay tuned!

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Turbines – Tunng by Radio Waste on Grooveshark