The Byrds

Formazione composita e in continuo divenire, sperimentazione di diversi generi , contributo all’invenzione di alcuni generi, uso pionieristico della chitarra Rickenbacker a 12 corde da cui il sound denominato jingle jangle, posto di assoluto riguardo fra le band di musica popolare americana degli anni ’60. Definire i californiani The Byrds richiede molteplici descrizioni e diverse chiavi di lettura. Operanti nell’ambito del folk rock ma non esauribili in esso, non ancora propriamente rock ma ad un passo da esso, psichedelici a tratti, per farla breve The Byrds elettrificarono il primo Dylan (quello del folk puro) mostrando al mondo della tradizione popolare americana che il futuro era la chitarra elettrica. Band spartiacque, dunque, e di rottura con il passato . Ma andarono ben oltre questa funzione di traghettatori verso il rock americano di fine decennio. Inventarono un loro sound, tutto loro: fatto di elettrica, armonie vocali e generose concessioni ad una prima embrionale psichedelia. Come detto prima la loro è una formazione composita. Del gruppo dei Byrds hanno originariamente fatto parte musicisti che, nel corso degli anni, hanno poi goduto di successo come solisti o internamente ad altre band. I cinque Byrds co-fondatori del gruppo sono stati: Jim McGuinn – che nel 1966 ha adottato il nome di Roger McGuinn (chitarra Rickenbacker a 12 corde e voce) – il cantante e chitarrista David Crosby, Gene Clark (autore di molti brani, voce, chitarra, tamburello e percussioni, morto nel 1991), Chris Hillman (basso, chitarra, mandolino) e Michael Clarke (batteria, percussioni, deceduto nel 1992). Formazione fluida e in continuo divenire. I Byrds sono più un punto di riferimento che un gruppo definito. Sono il luogo dove prima Gene Clark, poi David Crosby e Chris Hillman, infine Gram Parsons, tutti grandi cantautori e forti personalità, hanno pubblicato alcune delle loro opere giovanili. Vi è un minimo comun denominatore: Roger McGuinn, l’uomo che con i suoi arrangiamenti, le sue produzioni, la sua chitarra a 12 corde e le sue mille ricerche acustiche ha fatto il suono ora pop, ora folk, ora country, ora jazz, ora acido, dei Byrds. E’ come se ci fossero 3 anime che scandiscono le 3 macro-fasi della storia Byrds: la fase che fuse Dylan e il merseybeat, quella che coniò il rock spaziale-psichedelico, e quella che si lanciò nel country-rock. Ciascuna di queste tre fasi è stata caratterizzata dal leader che ne ha impersonato l’ispirazione e scritto il materiale: la coppia Clark-McGuinn all’inizio, Crosby nel mezzo, McGuinn alla fine. Le loro tre forti personalità artistiche, dolce e introversa quella di Gene Clark, sognante e irreale quella di David Crosby, pratica e professionale quella di Roger McGuinn, daranno vita a carriere soliste che saranno la naturale prosecuzione della rispettiva fase dei Byrds. Roger (o Jim) McGuinn e David Crosby (che si erano conosciuti nel 1960 a Los Angeles) avevano appreso al Greenwich Village l’arte del folksinger post-dylaniano ed erano emigrati in California a divulgarne il verbo. A Los Angeles fecero conoscenza con il bluegrass delle praterie (e le sue scintillanti armonie chitarristiche) e con il merseybeat che dilagava dopo la tourneè dei Beatles (e con le sue cristalline armonie vocali). Il retaggio del bluegrass era particolarmente forte in Chris Hillman (mandolinista di San Diego, reclutato al basso, già titolare della bluegrass band Hillmen) e il merseybeat era la passione di Gene Clark (proveniente da Kansas City, ex membro dei New Christy Minstrels). Alla batteria sedette fino al 1967 Michael Clarke. Agli inizi, comunque, i Byrds si proposero più modestamente di rendere omaggio alla grande tradizione dei folksinger, e in particolare a quello che stava diventando il mito nazionale: Bob Dylan. L’idea geniale fu quella di arrangiare le canzoni di Dylan come se si trattasse di hit della surf music o del merseybeat, cioè impiegando armonie vocali a più parti (alla Beach Boys), chitarre elettriche come si usavano in Gran Bretagna, e accelerando il ritmo in modo da rendere le melodia più allegra e orecchiabile. I Byrds esasperarono soprattutto le chitarre, ben tre (ma soprattutto la Rickenbacker 12 corde di McGuinn). Irruppero sulla scena della musica rock nell’estate del 1965 con la loro versione, eterea e orecchiabile, di Mr Tambourine Man, trasformata soprattutto da un tornado di jingle-jangle chitarristici. Quella umile cover segnò l’avvento di un genere nuovo: il folk-rock. Genere che combinava il genio lirico di Dylan e l’astuzia melodica dei Beatles. Un altro grande successo fu la cover di Turn Turn Turn (scritta da Seeger e cantata in tono quasi biblico). Nel giro di un anno uscirono anche i primi due album, entrambi sminuiti dal fatto d’essere essenzialmente raccolte di 45 giri e di cover. Il grande merito del primo, Mr Tambourine Man (CBS, 1965), è in realtà quello di aver imposto uno standard di produzione improntato alla pulizia formale. In questo album gli accenti “dylaniani” si sposano a una sbrigliata fantasia esecutiva. Scampanellii di chitarre e intrecci vocali si danno a equilibrismi sempre più mozzafiato. Il successivo Turn Turn Turn è però meno eccitante del primo album. Incalzati dal genere acid-rock che avevano contribuito a creare, i Byrds cominciarono a rinnovarsi già nel 1966. I nuovi orizzonti musicali erano rappresentati dall’LSD e dall’induismo: Eight Miles High (capolavoro di McGuinn, con un assolo ispirato da John Coltrane) e il suo retro Why ne furono i rispettivi manifesti. Il nuovo corso creò però i primi attriti all’interno del gruppo e Gene Clark decise di abbandonare il complesso mentre stavano registrando Fifth Dimension (CBS, 1966). I testi del nuovo album superavano nettamente la barriera del mero intrattenimento adolescenziale e cominciavano a parlare di “viaggi” immaginari. Gli strumenti si prendevano licenze ritmiche e armoniche sempre più sfacciate. La struttura della canzone era sempre più libera. Un blues strumentale (Captain Soul), un country epico (Fifth Dimension) e un bluegrass spaziale (Spaceman) segnarono la fine del periodo delle hit, esemplificata dalla presa di potere da parte di Crosby. Crosby è l’ispiratore assoluto del quarto disco, Younger Than Yesterday (CBS, 1967). Questo disco rappresenta il contributo artistico più valido e importante lasciato dai Byrds alla musica del loro tempo. Il complesso, che si era presentato fin dall’inizio come l’alternativa fantastica all’intellettualismo dylaniano, esce dalla tradizione del maestro del Greenwich Village e inaugura un nuovo filone che rimescola folk, blues, jazz, oriente, elettronica e dissonanze vocali. All’interno del complesso si crea allora un conflitto di tendenze fra Crosby e Mc Guinn, che vede di malocchio quella svolta lisergica. Alla fine la bilancia pende in favore di McGuinn: Crosby se ne va e, con un ambiguo Notorious Byrd Brothers (Columbia, giugno 1968), i Byrds stendono un ideale ponte fra rock psichedelico e country di Nashville, fra rivoluzione e tradizione. Nella formazione entrano musicisti di quella scuola, fra cui Gram Parsons. Il disco che sancì la nascita del country-rock, e in un certo senso il suo manifesto, è Sweetheart Of The Rodeo (Columbia, agosto 1968). La formazione di questo album si rivelò però provvisoria, in quanto Hillman e Parsons (autore anche dei brani migliori, Hickory Wind e One Hundred Years From Now), intrapresero per conto proprio la strada del nuovo genere, lasciando solo McGuinn. Da quel momento McGuinn, ricostruito il complesso con altri reduci di Nashville come il batterista Gene Parsons, il chitarrista Larence White e il bassista Skip Battin, si mantenne sul sentiero del country-rock più “autostradale”, cioè un suono piacevolmente vicino all’easy-listening. Ballad Of The Easy Rider (Columbia, 1969) vanta ancora Ballad Of Easy Rider (testo in gran parte di Dylan, anche se non accreditato), Gunga Din e Jesus Is Just Alright. Dr Byrds And Mr Hyde (Columbia, 1969) non contiene nulla di significativo. Lover Of The Bayou e Chestnut Mare sono le perle del doppio Untitled (1970), metà dal vivo e metà in studio. Byrdmaniax (1971) e Farther Along (1972) sono gli ultimi album. McGuinn tentò invano di risalire la china mettendo insieme, per un disco nostalgico, la formazione originale. Il The Byrds (Asylum, 1973) che ne venne fuori è una raccolta di belle canzoni senza seguito. Allora McGuinn sciolse definitivamente i Byrds e si lanciò nell’avventura solista. Hillman e Parsons formeranno poi i Flying Burrito Brothers. Un’altra mezza reunion sarà l’album di McGuinn Clark Hillman (Capitol, 1979), ancor meno saliente. E` curioso che negli anni ’90 fu l’ex batterista Michael Clarke a impossessarsi del marchio Byrds e a battere i club nostalgici con una formazione che in realtà non aveva che un solo membro dei Byrds. (Naturalmente gli altri Byrds lo scomunicarono). The Byrds (1990) è un box-set quadruplo che ripercorre la loro carriera. Tramontarono, ma avendo prima lasciato un segno indelebile nella storia della musica popolare e del rock americano.

Sara Fabrizi

Collective Waste – Understairs VOL.2 (2017)

Understairs VOL.2 è il terzo album a produzione Collective Waste, completamente free e contenente otto gruppi indie.

Scaricatelo da Bandcamp (https://collectivewaste.bandcamp.com/album/understairs-vol-2)!

I brani sono stati tratti dai seguenti album, con il consenso dei rispettivi proprietari.

Car Seat Headrest – How To Leave Town
(carseatheadrest.bandcamp.com/album/how-to-leave-town)

Del Pelson – DP EP
(delpelson.bandcamp.com/releases)

Harmony Garden – Cold Ground
(harmonygarden.bandcamp.com/album/cold-ground)

Heaveneers – Fascination
(heaveneers.bandcamp.com/album/fascination)

Khan – Ecstasy
(khanofficial.bandcamp.com/album/ecstasy)

L.S.C – Paper Machine
(litesweetcrude.bandcamp.com/album/paper-machine)

Muddy Miles – Guanabana
(muddymiles.bandcamp.com/album/guanabana)

Withering Blooms – New Age Patriot
(witheringblooms.bandcamp.com/album/new-age-patriot)

Simon & Garfunkel – Bridge Over Troubled Water

Autore: Simon & Garfunkel

Titolo Album: Bridge Over Troubled Water
Anno: 1970

Casa Discografica: Columbia Records
Genere musicale: folk rock

Voto: 10
Tipo: LP

Sito web: http://www.simonandgarfunkel.com/

Membri band:
Paul Simon – voce, chitarra
Art Garfunkel – voce
Joe Osborn – basso
Larry Knechtel – pianoforte
Fred Carter, Jr. – chitarra
Hal Blaine – batteria
Jimmie Haskell – archi
Ernie Freeman – archi
John Faddis – ottoni
Randy Brecker – ottoni
Lew Soloff – ottoni
Alan Rubin – ottoni
Los Incas – strumenti peruviani

Tracklist:
1. Bridge Over Troubled Water
2. El Condor Pasa (If I Could)
3. Cecilia
4. Keep The Customer Satisfied
5. So Long, Frank Lloyd Wright
6. The Boxer
7. Baby Driver
8. The Only Living Boy In New York
9. Why Don’t You Write Me
10. Bye Bye Love
11. Song For The Asking

L’ultimo disco di Simon & Garfunkel, subito dopo ci sarà lo scioglimento del duo, vede la luce nel 1970 a seguito di un anno difficile per i rapporti fra i due. Dopo i successi vertiginosi e crescenti di album in album, dopo la consacrazione avvenuta con Bookends, un anno di stasi e difficoltà. Passano i mesi e non sembra esserci niente di concreto. Di fatto l’unico disco di S & G a vedere la luce nel ’69 è il singolo The Boxer, grande successo (n. 7 USA, n. 6 UK). Il resto dell’anno passa tra incomprensioni e allettanti, inediti, sbocchi di carriera: come quello capitato a Garfunkel, che accetta l’invito di Mike Nichols (una vecchia conoscenza) a far parte del cast del suo nuovo film, “Comma 22”. Il regista assicura ad Arty che le riprese (in Messico) non lo distoglieranno troppo dal lavoro in studio e che non gli ruberanno più di un paio di mesi. Le cose non vanno comunque per il verso giusto: la pellicola richiede ulteriore tempo e Simon, per la prima volta, si sente snobbato, messo da parte. Inizia a scrivere canzoni, tra l’amaro e il malinconico, su questa perdita temporanea. Paradossalmente il suo songwriting attinge nuova linfa dalle difficoltà e getta le basi per l’ultimo capitolo del magico sodalizio artistico e personale. Al ritorno dell’amico dal Sud America e dopo una manciata di concerti a fine anno, la coppia porta finalmente a termine il lavoro. Basterebbe già solo lasciar parlare i numeri per spiegare la grandezza di questo ultimo album: oltre dieci milioni di copie vendute, 85 settimane nelle classifiche americane (di cui 10 al numero 1), quattro singoli nella top ten e un Grammy come miglior disco dell’anno. Per un’istantanea quantitativa potrebbero bastare, ma non spiegheranno mai il tripudio emozionale di cui sono intrisi i brani, il loro preciso posto nella peculiare architettura del nostro magico duo folk, il lascito che investe l’ascoltatore di ieri e di oggi. Bridge Over Troubled Water è la testimonianza ultima dell’evolversi del loro rapporto umano ed artistico. Riesce a darci un’idea precisa di dove Paul e Arty siano approdati. Da amici in simbiosi a due figure distinte bisognose di intraprendere ognuna un diverso percorso, lontano dall’altro. Dal folk ad un pop raffinato e ad una matura canzone d’autore. E quasi in maniera paradossale sarà proprio il loro emanciparsi dalle impostazioni e dagli schemi iniziali (quelli per cui si caratterizzano, quelli per cui li ricordiamo) a fargli guadagnare l’apice, la vetta del successo e del riconoscimento a livello mondiale. Questo loro ultimo album è semplicemente una scatola magica che contiene un po’ di tutto: l’innovazione e la tradizione, il tendere verso il futuro e il richiamo alle radici. 11 pezzi per una durata di 36 minuti e 46 secondi in uno stato di grazia assoluta. Tutto è perfetto, i testi, gli arrangiamenti, le voci, l’alchimia, la successione dei brani. Ad aprire il disco è la monumentale title track, Bridge Over Troubled Water. Una splendida ballata per piano, cantata dal solo Garfunkel che qui ci offre la sua migliore prestazione vocale. Un brano che cresce di intensità fino all’esplosione orchestrale e al coraggioso acuto finale. “When you’re weary, feeling small, when tears are in your eyes, I’ll dry them all (all), I’m on your side, oh, when times get rough and friends just can’t be found, like a bridge over troubled water I will lay me down”. Bastano questi versi iniziali per capire il senso di conforto e amore che il brano ci regala. Che sia stato scritto per una donna, per un amico, per ogni persona di cui si desideri il bene, questo pezzo rimane una delle perle più fulgide della musica moderna. Dopo questo incipit straordinario troviamo El Condor Pasa. Un brano che è l’esito della personale riscrittura di un traditional peruviano da parte di Paul Simon, che inizia già a manifestare in maniera evidente la propensione per la world music e la ricerca musicale che svilupperà poi appieno nei suoi album solisti. Melodie folk andine per un testo fatto di suggestioni e metafore sulla libertà. Uno stupefacente risultato, ottenuto anche grazie all’aiuto del gruppo peruviano Los Incas nella registrazione. Il terzo brano è Cecilia. Altro indizio che Paul Simon si sta decisamente orientando verso la musica extra-anglosassone. Un pezzo presumibilmente dedicato ad una donna che gli ha spezzato il cuore, che però narra questa storia non con un mood malinconico bensì con un travolgente ed allegro ritmo afro-ispanico. Il brano successivo è Keep The Customer Satisfied che insieme a Baby Driver è una chiara testimonianza di come il talento di Paul Simon sia maturato verso il pop, forse un po’ debitore di un maestro come Brian Wilson dei Beach Boys. Due brani molto accattivanti, molto vendibili, molto figli dell’epoca, molto pop. In questo album così variegato troviamo anche un tentativo di jazz/bossa in So Long, Frank Lloyd Wright. Un brano che parla di un addio e probabilmente cela il dispiacere e la consapevolezza di Paul per la fine del suo rapporto con Arty. Discorso a parte va fatto per The Boxer. Al pari della title track è una gemma di perfezione musicale, metrica e testuale. La sua grazia acustica ha fatto scuola. I colpi secchi di batteria che riproducono il suono tipico del sacco che viene colpito dal boxer. Il suo delicato, e al contempo crudo e realista, affresco della vita di un giovane aspirante boxer in una New York priva di calore umano. Quei versi celebri che te la scolpiscono nel cuore per sempre “All lies and jests, still a man hears what he wants to hear and disregards the rest”. A mio parere, addirittura più della mitica title track, è The Boxer la summa della sensibilità artistica, dell’essenza stessa del duo. Perché dentro è espressa al massimo tutta la loro abilità nell’indagare e dipingere in maniera quasi impressionistica i tormenti dell’animo umano. Con una precisione, profondità e verosimiglianza degne di un’opera letteraria del verismo. Altro brano di una grazia acustica commovente è The Only Living Boy In New York. Anche qui si narra una storia di solitudine, il senso dell’abbandono quasi autobiografico che Paul riversa in questo album. Doveva pesargli sul cuore come un macigno l’imminente fine della magica simbiosi con Arty. In questo brano la prestazione vocale di Garfunkel è di una dolcezza ed intensità estasianti. Quella batteria che cresce poi, come a volerci dare forza, a volerci consolare. Gli ultimi 3 brani dell’album sono quasi di alleggerimento, e forse ce n’è bisogno per riprender fiato dopo lo tsunami emozionale che ci ha investito con i brani citati prima. Why Don’t You Write Me è un pezzo ritmato e coinvolgente, un brano pop indolente e scanzonato. Bye Bye Love è una cover-tributo (registrata live) ai mitici Everly Brothers, maestri, ispiratori e punto di partenza per la formazione artistica del nostro duo. La scelta di inserire questo pezzo verso la fine dell’ultimo album è sicuramente funzionale a sottolineare le radici che restano nonostante le doverose evoluzioni. A chiudere l’album è Song For The Asking. Una ballad dolce e soave, come nella migliore tradizione di Paul e Arty. La voce di Garfunkel è limpida come sempre. Le armonie delicate, come da copione. Come a voler dire, ok ci stiamo separando, il sogno sta finendo, ma la nostra essenza, la nostra eredità musicale ed umana non andrà mai persa, è tutta qui, tutta per voi.

Sara Fabrizi

Sick Tamburo – Un Giorno Nuovo (2017)

Scienziati studiano cose
tra quelle cose ci siamo anche noi.

Queste parole racchiudono un po’ tutto l’indie. Cose banali, che dette con una certa empatia riescono a colpire.

Questo punto è quello che porta i Sick Tamburo ad essere accomunati con l’ondata indie italiana. Ma ha solo questo punto in comune (ah no, anche il feat con Motta).

Tutto il resto è cinica e edgy lirica di vita, frammenti per chi ha sufficiente senso di autocritica e apertura mentale per avvicinarsi alle stranezze e alle paranoie psico-romantico-sensuali di giovani uomini e donne.
Prospettiva maschile e femminile si intrecciano e non parlano nè al mainstream nè all’altstream, tanto sono personali.

La musicalità mutuata dalla precedente vita nei Prozac + è ormai una cifra stilistica affermata, forte nelle percussioni sintetiche e nel ritornello.

A ognuno l’indie che merita.
Per me niente Calcutta; altro Sick Tamburo, grazie.

Simon & Garfunkel – Bookends

Autore: Simon & Garfunkel

Titolo Album: Bookends
Anno: 1968

Casa Discografica: Columbia Records
Genere musicale: folk rock

Voto: 8
Tipo: LP

Sito web: http://www.simonandgarfunkel.com/

Membri band:

Paul Simon – voce, chitarra
Art Garfunkel – voce
Hal Blaine – percussioni
Joe Osborn – basso elettrico
Larry Knechtel – pianoforte, tastiere

Tracklist:
1. Bookends Theme
2. Save The Life Of My Child
3. America
4. Overs
5. Voices Of Old People
6. Old Friends
7. Bookends
8. Fakin’It
9. Punky’s Dilemma
10. Mrs. Robinson
11. A Hazy Shade Of Winter
12. At The Zoo

Reduci dal successo della colonna sonora del film The Graduate, in cui confluiscono pezzi degli album precedenti, inediti scritti per il film e una Mrs Robinson in nuce, il nostro duo crea Bookends. Album prodotto per la prima volta in proprio e del tutto sui generis. Pur rappresentando l’evoluzione della vena folk maturata fin dal debut album, con tutti i suoi stilemi e le sue influenze, Bookends ne è al contempo superamento ed affrancamento. Sappiamo bene che il folk di S&G è di un tenue impegno sociale, bensì piuttosto intimista e quindi teso ad indagare sensazioni ed emozioni di 2 giovani ragazzi nella New York metà anni ’60. Una poetica delle piccole cose, la delicata celebrazione del quotidiano. In Bookends queste istanze si manifestano con tutta la loro forza, facendone un disco che è l’elegia della quotidianità e della normalità. Narrate però con fare poetico. Microstorie, nate osservando al di fuori della propria finestra. Uomini e donne che camminano per le strade della città, che si intrattengono a parlare del più e del meno, che ricordano gli amori passati, un viaggio. I piccoli grandi eroi della vita di tutti i giorni. Non i grandi contestatori galvanizzati dal tripudio sociale ed emotivo del periodo. Non la voglia di spaccare il mondo, ma il desiderio di salvarne il buono che rimane. La copertina dell’album, che ritrae Paul ed Arty in primo piano che ci guardano con occhi sinceri e puliti, la dice lunga sul loro stile, sul loro approccio al mondo e all’arte che, in questo disco, raggiunge un apice e fonda una loro nuova originalità. Dal folk ad un pop-folk colto e raffinatissimo. 12 pezzi in stato di grazia, da ascoltare tutti di un fiato. Un lato A che narra storie incentrate sullo scorrere del tempo, un lato B che raccoglie i pezzi scartati nella produzione della soundtrack del Laureato. Un aspetto da concept album che racconta le varie sfaccettature del ciclo della vita. L’inizio dell’album è dolce, con un brevissimo brano strumentale, Bookends Theme, che poi tornerà nella settima traccia con l’aggiunta di voci. Il secondo brano è Save The Life Of My Child. Qui assistiamo ad un allontanamento dalla tradizionale delicatezza del duo con l’uso di un sintetizzatore distorto. Contiene inoltre un estratto di The Sound Of Silence. Capiamo subito che si tratta di un disco di ricerca e di maggiore sperimentazione. La seconda traccia sfuma nella meravigliosa ballad America. Una delle più belle del canzoniere di Paul Simon. Racconta il viaggio di due giovani amanti, le loro speranze, le loro illusioni. Probabilmente autobiografica, l’intro con quell’incantevole “mm mm mm..” e la conclusione con l’organo già fanno tutto. In mezzo chitarre delicate ed impeccabili ed una batteria incalzante quanto basta. Una vera gioia per le orecchie. Ad America segue Overs. Breve brano delicato e sussurrato, recupera quella leggiadria a cui Paul e Arty ci avevano abituati. La quinta traccia è Voices Of Old People. Un pezzo fatto esclusivamente di dialoghi fra anziani. Un intermezzo parlato, registrato personalmente da Arty in varie case di cura ed ospizi. Scelta singolare questa, ma funzionale alla tematica dell’inesorabile scorrere del tempo che è uno dei fili rossi dell’album. La traccia seguente è Old Friends. Una celebrazione dell’amicizia che ci accompagna vita natural durante. Brano acustico arricchito da fiati e archi che gli conferiscono maggiore profondità e respiro. Quindi entriamo nella seconda parte dell’album. Qui troviamo Fakin’ It e Punky’s Dilemma che ricorrono all’uso di effetti sonori, loop di percussioni, interludi parlati. A riprova di come questo sia un disco di sperimentazione. E qui troviamo anche la versione definitiva di quella Mrs. Robinson che nella soundtrack di The Graduate era stata solo accennata, svelandone le potenzialità ma non l’intera bellezza. Non volevano “bruciarla” Paul e Arty. Erano consapevoli di aver creato una song-capolavoro. Una hit potentissima con quel ritornello mandato a memoria da almeno 3 generazioni, e tale da trascinare ai vertici delle classifiche un album che di commerciale aveva davvero ben poco. Un brano leggendario, scritto ispirandosi alla Mrs Robinson del film. Il brano salì al primo posto della classifica statunitense Billboard Hot 100 per tre settimane. Per Simon & Garfunkel fu il secondo “numero uno” dopo The Sound of Silence. L’intro ritmata di voci è semplicemente roba che non ti leverai mai più dalla mente. A seguire A Hazy Shade Of Winter, interessante brano con sonorità elettriche rock, a tratti quasi un tentativo di hard rock ante licteram. Ed infine At The Zoo. L’intero album sfuma e si conclude con un delicata canzone acustica. Evocativa e ritmata alla classica Simon&Garfunkel maniera. Quasi un ritorno alle rassicuranti origini del loro marchio di fabbrica. Eppure Bookends è un disco di rottura, maturazione ed evoluzione. Paul e Arty sembravano ormai aver dato tutto il loro meglio. In realtà erano già pronti per il loro meraviglioso commiato, che sarà l’album successivo.

Sara Fabrizi

Trevor Something – Die With You (2017)

Spaesato? Leggi la guida!

    • Artista: Trevor Something
    • Album: Die With You
    • Anno: 2017
    • Genere: Alternative Rock
    • Durata: 29:13


1.

Buried Alive 04:11

2.

I Don’t Care 02:48

3.

Suicide 03:57

4.

Feel the Waves 04:39

5.

Out There 02:37

6.

You’re Always Right 03:04

7.

Heartbreak 02:40

8.

Disappear 05:12

Il Cerchio Medianico (Un’opera prop di Stefano Agnini) (2017)

Se vi chiedete cosa voglia dire prop (io me lo sono chiesto), ve lo dico subito: prog-pop.  E già qui è interessante notare come si possa concepire un’opera prog pop. SPOILER: non si può.
L’album infatti ha a che fare con il prog solo per quanto riguarda “l’outfit” (l’estetica scelta, la composizione dell’album etc) e non nel modo di suonare o nella musicalità.

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Matt Owen – Peace in the Eyes of the Pure

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    • Artista: Matt Owen
    • Album: Peace in the Eyes of the Pure
    • Anno: 2017
    • Genere: Prog Psychedelic Rock
    • Durata: 32:32

1.

Martian Sunrise 05:22

2.

Poisoned Atoms 04:01

3.

Ambitious Banishment 04:02

4.

Revolution 05:55

5.

Sun Machine 04:54

6.

We’re All Martians Here 04:28

7.

Andromeda’s Yesterday 03:46

 

Ingurgitating Oblivion – Vision Wallows In Symphonies Of Light (2017)

Il gruppo berlinese ci ha abituato ad ottime produzioni death ma con questo ultimo lavoro sono addotti ad un livello superiore. Insieme ai colleghi neozelandesi Ulcerate, con particolare riferimento a Shrines of Paralysis, hanno conquistato un posto in un nuovo genere che sta emergendo nel panorama death: una nuova ondata di progressive death metal. Il death troppo spesso soffre di eterni e ossidati stilemi 90s e si fa fatica a trovare qualcosa di diverso dal death tradizionale o brutal con degenerazioni varie. Il nuovo album degli Ingurgitating Oblivion ha invece preso la strada del progressive, progredendo verso una visione decisamente più articolata dei brani, proiettata in avanti glissando i canoni di minutaggio e atomicità dei brani.

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Simon & Garfunkel – Parsley, Sage, Rosemary And Thyme

Autore: Simon & Garfunkel

Titolo Album: Parsley, Sage, Rosemary And Thyme
Anno: 1966

Casa Discografica: Columbia Records
Genere musicale: folk

rock Voto: 9
Tipo: LP

Sito web: http://www.simonandgarfunkel.com/

Membri band:

Paul Simon – voce, chitarra
Art Garfunkel – voce

Tracklist:
1.Scarborough Fair/Canticle
2. Patterns
3. Cloudy
4. Homeward Bound
5. The Big Bright Green Pleasure Machine
6. The 59th Street Bridge Song (Feelin’ Groovy)
7. The Dangling Conversation
8. Flowers Never Bend With The Rainfall
9. A Simple Desultory Philippic (Or How I Was Robert McNamara’d Into Submission)
10. For Emily, Whenever I May Find Her
11. A Poem On The Underground Wall
12. 7 O’Clock News/Silent Night

Il nostro duo folk-rock, ormai consacrato da Sounds Of Silence, scalpitava di idee e creatività al punto da voler mettere in cantiere ed ultimare un altro album prima che l’anno 1966 finisse. Durante l’estate avevano buttato giù un po’ di canzoni e acquisito sempre più libertà creativa nei confronti della Columbia Records che, entusiasta per le strepitose vendite realizzate, non ebbe remore a lasciare tutto nella mani di Paul e Art. Il processo compositivo rimase lo stesso: Paul scriveva testi e musiche; insieme a Garfunkel le perfezionava e le arrangiava in studio; cantava col partner le tracce definitive. Tutto filava liscio e naturale. La maturazione musicale avviene di disco in disco e questo terzo tassello ne è una chiara prova. Ciò che salta subito all’orecchio è il perfezionamento degli arrangiamenti. Tutto diventa più raffinato, più ricercato. A partire dal titolo dei brani che prendono nomi piuttosto impegnativi. Il titolo stesso dell’album non è da meno, riprendendo il secondo verso della prima traccia. Parsley, Sage, Rosemary And Thyme, forte della maggiore maturità creativa del duo, dell’affinamento certosino del loro sound sempre più caratterizzante ed unico, diverrà un album best-seller ascoltato fino a consumarlo come poche altre pietre miliari. Il brano di apertura è Scarborough Fair/Canticle. Un canto tradizionale inglese del XVI secolo che tratta la storia di un soldato e che viene reso in una splendida ed onirica versione folk-psichedelica. Un autentico gioiello, da brividi sulla pelle. Uno di quei pezzi che al primissimo ascolto ti viene da pensare di non aver mai sentito nulla di così indescrivibilmente bello. Il secondo brano è Patterns. Pezzo molto godibile, qui il folk si apre a contaminazioni mediorientali. Una bella ritmica scandita dalle perfette armonizzazioni vocali cui ormai il duo ci ha abituati. Molto ricercato, senza mai cadere nello stucchevole. Il terzo brano è il delicato e dolce Cloudy. Insieme a The Dangling Conversation, settima traccia, rientra tra quei pezzi S&G che suonano come vere dichiarazioni d’innocenza. C’è la soavità e le atmosfere quasi rarefatte del primo album. L’anima più pura e primordiale del duo. Anche l’ottava traccia, Flowers Never Bend With The Rainfall è una perla nello stile degli esordi. E’ come se ci fossero dei pezzi S&G che sono più S&G degli altri. Quel marchio di fabbrica fatto di melodie delicate, atmosfere oniriche, armonizzazioni vocali che scavano nell’anima. Ed è lodevole che di album in album, pur nella giusta inevitabile crescita e relativo approdo a qualcosa di diverso, abbiano mantenuto una manciata di pezzi “classici” che sono lo zoccolo duro della loro identità. Stesso discorso vale anche per la decima traccia, For Emily, Whenever I May Find Her. Brano romantico, pervaso da suggestioni antiche ed oniriche rese nel consolidato sound del duo. Degna di particolare nota è la prestazione vocale di Art Garfunkel. I suoi toni dolci e misurati qui conoscono un crescendo emozionale notevole. Forse una prova generale di ciò che dovrà fare la sua voce nell’immensa title track dell’ultimo album, Bridge Over Troubled Water. Di dolcezza e malinconia è piena anche A Poem On The Underground Wall, undicesima traccia. Atmosfere metropolitane che celano poesia. La poesia è ovunque, anche in una fredda frenetica città come New York. Il pensiero mi va alla successiva grandiosa The Boxer, contenuta anch’essa nell’ultimo album. Azzardo a dire che quest’album contenga in nuce, in qualche modo, i semi dei successivi capolavori. Parsley, Sage, Rosemary And Thyme è un disco vario, ed eclettico. Si sentono forte la maestria e dimestichezza acquisite da Paul e Arty. E’ un album che contiene anche un brano che è una sorta di sperimentazione testuale surrealista, A Simple Desultory Philippic (nona traccia) dove a mo’ di filippica, appunto, si prendono in giro un po’ bonariamente cantanti e personaggi illustri dell’epoca (tra cui Bob Dylan, Mick Jagger, Andy Warhol). Un brano con uno stile folk-rock molto vicino al sound del Dylan post ’65. Troviamo in questo disco anche echi decisi del rock beatlesiano: The Big Bright Green Pleasure Machine (quinta traccia) è molto debitore della lezione inglese. The 59th Street Bridge Song è la sesta traccia, delicata, ritmo che cresce in delle vocalizzazioni piacevolissime. C’è posto anche per un’amara invettiva in questo album. L’ultima traccia, 7 O’Clock News/Silent Night è uno stridente accostamento del traditional Silent Night con un drammatico bollettino radiofonico. La tematica dell’impegno sociale, che potrebbe sembrare avulsa dal folk intimista del duo, è solo latente. E poi c’è lei, Homeward Bound. Quarta traccia, pezzo di sicuro e facile impatto. Una hit all’epoca. L’alternanza fra un placido, tenue, folk e un country veloce e ritmato, l’accelerazione che si crea in questo pezzo lo rendono accattivante e memorabile. Uno di quei brani che fanno bene al cuore. In che modo Paul e Arty riusciranno a stupirci ancora?

Sara Fabrizi