Petting Zoo – Good Evening (2015)

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  • Artista: Petting Zoo
  • Album: Good Evening
  • Anno: 2015
  • Genere: Alternative | Electronic | Neo-psychedelia
  • Durata: 38:29

1.

Global Conveyor 00:38

2.

Thoughts on the Equator 04:32

3.

Too Upset 03:12

4.

TV Show 04:03

5.

Misfortune Fingers 04:29

6.

Dollhouse 04:21

7.

Hymno 05:33

8.

Abraxas 02:00

9.

Spanish Influenza 03:19

10.

Old Man Syndrome 06:18

  • Membri: Christian Hegland Joey Distasio Zach Ballard Tim Zoidis

 

Jamie Dams – Rush Of Souls (2016)

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Guida alla lettura della rubrica “Colpo d’occhio”

Salve, sono Marco, benvenuti alla presentazione della mia nuova rubrica “Colpo d’occhio”.

Si tratta essenzialmente di brevi recensioni riguardanti album di artisti emergenti, suddivisa in questo modo:

  • Nome artista
  • Nome album
  • Anno di uscita dell’album
  • Genere
  • Minutaggio album
  • Tracklist
  • Breve biografia (dove disponibile)

A queste informazioni seguirà un pannello riepilogativo con alcuni voti, puramente soggettivi:

  • Qualità audio: qualità della registrazione;
  • Sonorità: uso di strumenti particolari o fusione di suoni non propriamente comuni;
  • Ascoltabilità: l’album si lascia ascoltare o si tratta di un esercizio di stile che però potrebbe risultare pesante?
  • “Indiecità”: è presente un alto livello di “indipendenza musicale” o si tende a copiare ciò che va di moda al momento, arrivando al pop? (questo indicatore non è preso in considerazione nel riepilogo che costituisce il valore finale)
  • In breve: voto finale all’album, scaturito dalla media dei primi tre valori.

Se l’album sarà in freedownload troverete infine un link per scaricarlo o per donare all’artista.

In base ai vostri interessi potrete dunque decidere se dare o meno una possibilità all’album in questione.

Buon ascolto!

Deshody – 89th (2016)

Secondo album, con un cambiamento di stile anche abbastanza netto rispetto a Collapsing Colors del 2014, recensito anch’esso su questo blog per la metal band laziale Deshody.

89th si presenta musicalmente come metalcore con una forte componente elettronica che irrompe già dalla seconda traccia.
Ben 11 brani compongono una selezione che tra djent e dubstep dà corpo ad un concept imperniato nel tema dell’imminente (immanente) apocalisse.
Lo stile da ambo i lati, strumentale ed elettronico, trova spazio per esprimersi con tracce come Stepping Into Eternity che ricorda in qualche modo i Meshuggah e con Eternal Mask che è invece dedicata completamente alla dubstep.

DISCO-cropLa produzione si dimostra attenta nello strutturare l’album e le tracce, con le (immagino) non poche difficoltà nell’attaccare organicamente l’elettronica, che non suona come una base o un accompagnamento ma si inserisce bene come parte del sound.
Inoltre non manca di intraprendenza con collaborazioni che portano a pezzi decisamente interessanti come il piano in Revelation di Gabriele “Gabriels” Crisafulli tastierista di Vivaldi Metal Project e noto agli indigeni ciociari anche per la militanza nel gruppo prog Metaphysics.
Altro brano interessante per gli appassionati di metalcore è Uncovering, con la collaborazione della voce di Ryan Kirby dei Fit For A King (christian metalcore statunitense).

Un album sicuramente solido, pieno e ben fatto.
Fa forse un po’ fatica a scorrere fino alla fine, causa via vai dagli stilemi di genere che creano un po’ di “effetto roller coaster”, che è comunque anche il punto di forza dell’album preso nell’insieme.
Diciamo che è una raccolta dalla quale pickare tracce piuttosto che scorrerla per i suoi 43 minuti.

Speriamo però che nella profezia lasciata alla fine del brano di chiusura “89th is the last one” il riferimento sia al titolo della traccia e non all’album…

 

Movimento D’Avanguardia Ermetico – Torri Del Silenzio (2015)

Terra pulita,
derma.
Sorretto come un arco dalle braccia
il freddo che frusta la schiena
penitenza del sensibile
chiodi nel piede di chi è condannato
a camminare
narcotico nei polmoni di chi non può smettere
di respirare

 

Bruce Springsteen, The Boss, al Circo Massimo

Un concerto di Bruce Springsteen è un’esperienza unica, da fare almeno una volta nella vita. Chissà quante volte avrete già sentito queste parole. Parole che si riempiranno di tangibile verità quando e se avrete la fortuna di assistervi. L’ho sperimentato sulla mia pelle due giorni fa al Circo Massimo e vi assicuro che è così. Che siate ammiratori, fan sfegatati, semplici amanti del rock, anche se non conoscete mezza delle sue canzoni (impossibile!) andate a vederlo. Vi cambia la vita, vi restituisce ordine nei pensieri, speranza nel cuore, serenità nell’anima..in un momento storico-sociale dove terrore e sconforto la fanno da padrone. The Boss è una sorta di sciamano, un santone che infonde positività in nome del dio Rock, forse l’unico che andrebbe davvero adorato…La platea del Circo Massimo sabato 16 ha partecipato a questo grande rito collettivo di purificazione, da ogni male e da ogni pensiero di male. In uno scenario incantato dove si respira aria di eternità e classicità, con un clima addirittura ideale (caldo ma non troppo), con un venticello che pareva cullarti, al tramonto, alle 20 e 15 per l’esattezza, ha inizio questo non stop di musica e amore che dura per ben 4 ore. Amore per la musica e per la vita, reso visibile anche da una semplice ma bellissima coreografia di cuori preparata dai fan delle prime file. E’ come se la città di Roma avesse creato un nido sicuro dove poter godere di tanta arte, e di tanta vita. Sì, perché in un concerto del Boss il confine fra le due è davvero molto labile. Mai nessuno come il nostro rocker americano, attivo da più di 40 anni, è riuscito a comunicare in maniera così diretta la sua Musica, mettendo il Rock a disposizione della collettività. Continua a leggere Bruce Springsteen, The Boss, al Circo Massimo

d’ZIC Trio con Carmine Ioanna @ Atina Jazz, 20 Luglio 2016

La d apostrofata è muta, talmente muta che non compare nemmeno sul volantino che riporta questo trio come primo concerto “main” dell’edizione 2016 di Atina Jazz.

A formare la sigla ZIC sono Zabsonré (percussioni, voce) – Ioanna (fisarmonica, voce) – Capone (tastiere, balafon, voce), provenienti rispettivamente da Burkina Faso, Irpinia e Francia. Inizialmente Eric Capone e Wendlavim Zabsonré formavano un loro duo, arricchito poi dalla fisarmonica campana di Carmine Ioanna.
Proprio lui ha descritto il trio all’apertura del concerto come un meticcio, immagine in effetti piuttosto azzeccata, ma non solo per i suoi aspetti positivi.

Continua a leggere d’ZIC Trio con Carmine Ioanna @ Atina Jazz, 20 Luglio 2016

CCR: Pendulum

Autore: Creedence Clearwater Revival

Titolo Album: Pendulum
Anno: 1970

Casa Discografica: Fantasy Records
Genere musicale: rock

Voto: 9
Tipo: LP

Sito web: http://www.creedence-online.net/

Membri band:
John Fogerty – chitarra, piano, sassofono, voce
Tom Fogerty – chitarra ritmica
Doug Clifford – batteria
Stu Cook – basso

Tracklist:
1. Pagan Baby
2. Sailor’s Lament
3. Chamaleon
4. Have You Ever Seen The Rain?
5. (Wish I Could) Hideaway
6. Born To Move
7. Hey Tonight
8. It’s Just A Thought
9. Molina
10. Rude Awakening, No.2

Pendulum, sesto album dei CCR, penultimo lavoro della loro breve, iperattiva, folgorante carriera. Critica e pubblico da sempre divisi nel valutare quest’album così “schizofrenico”, così completo, così ricco di spunti, di generi, di suoni, di strumenti (persino i fiati!), così deviante (eppure rispettoso) dalla rassicurante formula Creedence di un rock basico che frulla insieme country, folk, blues, soul e ce li restituisce insieme in un sound che è il rock, per le masse e per gli esperti, per tutti semplicemente potentemente rock. John Fogerty, voce e leader assoluto, qui rafforza addirittura la sua leadership. Lui qui è tutto: autore di tutte le musiche e testi. Qui come mai negli album precedenti sfodera tutta la sua grinta di polistrumentista. Un album apice della sua vena creativa, il canto del cigno. Qualche dissidio interno con il fratello Tom, da sempre insofferente all’eccessivo protagonismo di John, porterà il maggiore dei Fogerty ad abbandonare la band. Dopo Pendulum la creatività di John si affievolisce, ma come dargli torto? In soli 4 anni era stato fonte inesauribile di meravigliose azzeccatissime canzoni, creatore della “rock Creedence formula”, era stato contaminatore di generi, aveva riportato in vita (revival!) pezzi della tradizione blues, folk e rock’n’roll donando loro nuova vita e respiro. Aveva spianato la strada ai cantautori successivi. Non curiamoci del fatto che fosse un po’ arrogante, quale genio non lo è? Godiamoci questo viaggio track by track in questo suo e loro sesto folgorante lavoro. Continua a leggere CCR: Pendulum

Intervista a Dan Stuart @ Deliri Noise Hub, 6 Luglio 2016

“Daniel Gordon “Dan” Stuart (Los Angeles, 5 marzo 1961) è un musicista statunitense noto per essere stato il cantante dei Green on Red e per la collaborazione con Steve Wynn nel duo Danny and Dusty.”

Noi l’abbiamo incontrato grazie all’associazione culturale musicale Deliri Noise Hub presso il locale Deliri Cafè Bistrot di Sora che ha ospitato l’evento.
L’intervista, in inglese, è stata tenuta da Audrey (un grazie anche a Gabriella) e la trovate insieme al concerto nella sezione Live Radio della Stagione 4.

Audrey: Quando hai iniziato a viaggiare, intorno agli anni ’80, hai notato cambiamenti nel modo in cui le persone interpretano la tua musica?

Dan Stuart: Voglio rassicurare i miei amici italiani: dagli anni ’80 ad oggi l’Italia è sempre l’Italia. So che si sono preoccupati di questo specialmente durante gli anni di Berlusconi e durante l’americanizzazione dell’Italia, che inizia alla fine degli anni ’80 credo.
Ma c’è anche qualcosa che è cambiato: ai vecchi tempi chiunque, non importa di quale appartenenza regionale o di classe economica, aveva un po’ il suo senso dello stile. Adesso si vestono tutti nello stesso modo pacchiano, e questo è cambiato. Le generazioni “passate” non hanno perso il loro stile, ma i ragazzi sotto i 40 diciamo, hanno un po’ perso la strada.
Il cibo poi è davvero spettacolare. Non parlo italiano ed è difficile andare in profondità su cosa è cambiato, ma l’Italia in generale è ancora piena di gente accogliente e generosa. Sono stato in Calabria, in Sicilia e il loro livello di ospitalità è davvero impressionante.
Per quanto riguarda il resto dell’Europa ad esempio il regno unito si è molto continentalizzato, quindi si è spostato di più nell’Europa; io sono davvero pro-UE. Non mi piace la sua parte degli accordi commerciali, ma la gente dimentica quanta gente è morta per l’europa nel XX secolo, quindi è importante ricordare quanto l’UE è una idea importante. Gli europei viaggiano molto di più in europa e questa è una grande cosa. Ma per me non c’è Italia, Francia, Spagna: c’è l’Europa e i suoi diversi dialetti.

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A: Qual è il rapporto tra la musica e la letteratura che ti ha ispirato? C’è qualche autore americano contemporaneo che segui?

DS: Sono un prodotto di molti gradi autori del XX secolo, da Hemingway a Raymond Carver. Come questo si traduca poi in musica non mi è affatto chiaro. Sono cresciuto in un’epoca in cui il rock’n’roll era una nuova forma di letteratura, e questo è stato bello.
E anche la critica del rock’n’roll era fantastica, roba molto seria. Scrittori come Richard Meltzer, Lester Bangs hanno iniziato con questo genere che poi è rientrato nella musica pop.
Detto questo le canzoni sono facili da scrivere. Sono come uno sprint, ma nemmeno uno sprint dei 100 metri, sono 50 metri. Una canzone si scrive molto velocemente, puoi metterci anni per finirla ma entra dalla finestra quando la lasci aperta e sai che hai qualcosa. Non c’è bisogno di molta disciplina, al contrario di altre forme di scrittura come ad esempio un romanzo; un romanzo è come una maratona, forse 5 maratone.
È un passatempo, e rende le persone felici, il che è un bene, oppure le fa piangere o ridere. Connette sul livello umano.

Ricordo quando potevi farci soldi. Adesso è un qualcosa di assurdo, ma anche prima lo era, solo che potevi farci dei soldi. Adesso abbiamo tutta l’assurdità ma niente più soldi.
Devi accettare di sembrare patetico, specialmente quelli della mia generazione. Avevo una band che si chiamava Green On Red, che faceva quasi un album all’anno per una decina d’anni. Ma da solo ho fatto solo 3 album, e sono orgoglioso di questo. Perché molti miei contemporanei ne hanno fatti 30: e dici “Davvero? Hai così tanto da dire?”. È molto un fatto economico, perché è cambiato il lato economico della musica. Quelli della mia generazione sono infami perchè screditano i ragazzini, che invece hanno bisogno di ossigeno per fare quello che vogliono e per essere presi sul serio.
Quello che mancano sono le voci critiche e autorevoli che puntano il dito e dicono questo è buono, questo è cattivo.
Ora, dato che internet è piatta, tutti vincono un premio e tutti sono sullo stesso livello di nullità.

13627038_780022465431352_6385186546244289969_nA: Com’è la tua collaborazione con Antonio Gramentieri?

DS: Ho incontrato Gramo con i Green On Red prima del crollo finanziario del 2008. Abbiamo fatto un tour per fare quanti più soldi possibili e cogliere questa opportunità di guadagno facendo una reunion. L’ho incontrato ad un festival e mentre guidavamo lungo la costa della Toscana credo, ho ascoltato la musica che stava facendo per uno show televisivo italiano e gli ho chiesto perché perdeva tempo ad aiutare dei perdenti come me, dovrebbe avere un suo progetto.
Sono stato fortunato coi chitarristi. Altri chitarristi come Chuck Prophet con cui ho prodotto tante canzoni, ama il modo di suonare di Antonio.
È stato un po’ un talento tardivo, ha fatto altre cose nella sua vita, il che contribuisce a quello che metti sul tavolo.
Un po’ come i grandi attori caratteristi del XX secolo, sono tutti attori che sono andati alla scuola con la G.I. Bill (programma di riabilitazione per veterani della seconda guerra mondiale o del vietnam n.d.r.). Sono persone che avevano delle vite prima di diventare famosi, e se porti qualcosa con te dalla realtà, normalmente diventi un migliore compositore, pittore, scrittore.
Penso abbia ancora molto davanti a sé, anche se per me a 55 anni probabilmente è ora di andare via. Non ho mai pensato alla mia vita musicale come una “carriera” che deve finire. È qualcosa che è successa, è giusto dire che ho partecipato al music business perché l’ho fatto. Però se fossi qui nel ‘77 o ‘78 starebbero facendo delle manifestazioni musicali spontanee e ci starei dentro.
Poi qualsiasi cosa stesse accadendo sul piano culturale, il punk rock era così divertente, innocente, immersivo. Ora si pensa al punk rock come uomini pieni di tatuaggi che suonano chitarre a tutto volume, ma non era così nel ’77. Erano amatori, nel senso più classico della parola. C’erano un sacco di strumenti diversi, anche sassofoni e cose così, ed era divertente.
Quando è uscito fuori il termine new-wave è stato perché hanno detto: “Senti, questa etichetta che abbiamo chiamato punk non sta vendendo. Ma se la compariamo al cinema new wave francese degli anni ’50, come Truffaut, potrebbe essere una mossa furba. Lo chiameremo New Wave”.
Questo cambiò tutto, ma io mi sento ancora nel punk rock old school.
Comunque nonstante tutti i dischi che ho fatto, mi sarebbe piaciuto scrivere più libri. Sono uno scrittore pigro, e questo nel rock’n’roll funzionava.
Mi sono divertito, ma avrei preferito fare quello che nella mia mente è considerato un modo più serio di scrivere.

A: Questo porta un po’ alla mia ultima domanda, che è: quali sono i tuoi piani per il futuro? Hai qualche progetto particolare in mente?

DS: Devo finire il secondo libro di Marlowe e devo fare un altro disco di Marlowe. Perché la trilogia è un concetto importante, di qualsiasi cosa tu stia parlando. Quindi ancora due libri di Marlowe, a cui do il nome a partire dal disco. Il primo è stato The Deliverance of Marlowe Billings, ora Marlowe’s Revenge e il prossimo penso che lo chiamerò The Unfortunate Demise of Marlowe Billings.

È molto difficile andare in tour. Dieci giorni fa ho suonato a Glastonbury e tutti mi hanno detto “Wow!” ma in realtà “There’s no there there”, come disse Gertrude Stein sull’Oakland.
Non c’è un modello su come continuare, l’aspetto economico del rock’n’roll è deplorevole.
Forse le cose cambieranno con gli algoritmi e lo streaming, ma ai vecchi tempi se scrivevi una canzone che tanta gente ascoltava e suonava in radio e vendevi i dischi potevi anche pagarti l’affitto, invece ora è molto dura.
Il sistema è sballato ed è triste. Ricordo che quando un grande artista decideva di far usare un suo pezzo in una pubblicità era una cosa grossa e parecchio negativa. Ora invece tutti cercano il product placement, o di stare in un film; i film sono una cosa diversa, ma anche per questo si veniva criticati. Ma ora è tutto nella cultura del consumo e questa è la sola cosa che paga.

Non posso tanto lamentarmi perché nella storia uno veniva pagato una sola volta: il ricco o il latifondista commissionava un ritratto o un poema e lo pagava. E questo non riflette quello che poi è successo con i diritti di copyright. Forse sono nato sbagliato. È un periodo strano quello attuale, che però è a vantaggio dei ragazzini, che possono decidere quali sono le regole, come nel punk rock.
Possono fare quello che vogliono, se poi ha senso è una questione a parte.

 

Foto di Francesco Salemme e Marco Catallo
Foto di Francesco Salemme e Marco Catallo

MGM – Sunny Days Gone By

Autore: MGM

Titolo Album: Sunny Days Gone By
Anno: 2016

Casa Discografica: Autoproduzione
Genere musicale: hard rock

Voto: 8
Tipo: CD

Sito web: www.facebook.com/mgm.rock/?fref=ts

Membri band:
Sebastiano Scittarelli: basso e voce
Peter Cornacchia: chitarra e voce
Fabrizio Musto: batteria e percussioni
Marco Capitanio: organo, piano, synth

Tracklist:
1. Magic Highway
2. Sometimes
3. Sunny Days Gone By
4. You Think It’s True
5. If You Don’t Fight
6. Plastic Soldier
7. Inside Lookin’ Out
8. Smokey Room

Prendi quattro grintosi musicisti del cassinate, la loro passione per il rock duro e puro di derivazione seventies, la loro volontà di far rivivere il sound sincero di quegli anni in inediti attuali e timeless al contempo e vedrai suonare davanti a te gli MGM. Attivi dal 2000, hanno conosciuto nel tempo solo una variazione nella line up quando nel 2008 Peter Cornacchia è subentrato ad Aurelio Gargiulo. Si sono fatti le ossa in sala prove ma soprattutto nei live, vera irrinunciabile location non solo della loro performance ma anche della loro crescita artistica, del loro stesso farsi arte. L’improvvisazione come etica musicale, il piacere di suonare e comunicare se stessi al pubblico, anche ristretto, anche magari poco avvezzo al genere proposto. Non la pretesa di scalare classifiche e ottenere consensi su vasta scala. Ma la volontà di regalare al proprio auditorio un’istantanea di se stessi e della passione che li anima. C’è una assoluta congruenza fra ciò che emerge da una mia breve intervista al chitarrista della band e ciò che è immediatamente palese all’ascolto. E’ come se i brani ti parlassero del processo creativo insito, dell’influenza di Hendrix, Led Zeppelin, Deep Purple, Pink Floyd, CSN, Black Sabbath, Santana, Jeff Beck e altri ancora. Influenze che però non si traducono mai in una copia, in un’esecuzione clone dell’originale. Anzi, c’è molta libera interpretazione, molto spazio alla sensibilità personale di ognuno dei quattro musicisti che, pur provenendo da un background simile, hanno poi naturalmente ognuno una propria personalità musicale fatta di ispirazione dai propri mostri sacri e abilità creativo-compositive autonome. Dunque ampio spazio a variazioni sui temi dei grandi dell’hard rock, variazioni e degenerazioni da cui poi scaturiscono veri e propri brani. E negli otto brani del loro primo full lenght tutto ciò è fortemente riscontrabile, anche ad un orecchio poco allenato a mio parere, tanto sincero è il loro sound e il modo di comunicarlo. Energia, potenza, impatto sono i tre aggettivi che mi vengono immediatamente in mente per descrivere i pezzi. Un potenza primitiva e sanguigna che si dipana per tutto l’album persino quando incontriamo una ballad. Sin dal primo brano, Magic Highway, veniamo trascinati in un vortice di sano rock’n’roll, veloce e di impatto che evidenzia, ad un certo punto del brano, delle armonie non convenzionali e non prevedibili frutto di una creatività spontanea. Il secondo brano, Sometimes, è costruito attorno ad un riff molto efficace. Tipico esempio di come una cellula minuscola possa poi ispirare il resto del brano strutturandolo di fatto. Il terzo brano è la ballad che è anche la title track, Sunny Days Gone By. Una malinconia limpida emerge all’ascolto, il gusto dolce ed amaro di qualcosa di bello ormai trascorso che lascia trasognati. Giorni pieni di sole ormai passati, appunto. Chissà perché la scelta di dare all’album il titolo di questo pezzo. Forse perché tutta quella energia primitiva che permea il disco aveva bisogno di essere incanalata nei meandri di un pezzo più rassicurante, più calmo, più riflessivo. Nelle note di una ballad dolce ma che è in grado di esprimere il tormento, l’impeto, l’emozione forte, sia essa positiva o negativa, che sono all’origine di ogni componimento musicale quasi meglio di pezzi più rock. E la chitarra, che ad un certo punto si infiamma in un assolo delicato ma deciso deviando dalla melodia principale, interpreta egregiamente questo mood. Con il quarto brano, You Think It’s True, veniamo riportati nel regno della potenza e del ritmo. Ancora un riff indovinatissimo da cui sgorga con nonchalance il resto del brano. Sembra quasi di vederlo il processo creativo degli MGM, tanto i brani ci comunicano spontaneità, improvvisazione, musica nel suo farsi. Ed è per questo motivo che sembra quasi di ascoltare un live album. I quattro musicisti sono riusciti a rendere in uno studio album il calore e l’energia libera e “schizofrenica” di una performance live. Abilità riscontrabile ai massimi livelli nel quinto brano, If You Don’t Fight. Batteria e basso a tutta. Sezione ritmica lanciatissima. Assoli di chitarra e organo infiammati. Il sesto brano, Plastic Soldier, trasuda forza e qualche concessione al funk. Il modo di cantare del cantante/bassista qui mi piace particolarmente. Ci sento dentro echi di Hendrix (Foxy Lady?) davvero trascinanti. Energia a profusione anche per il settimo brano, Inside Lookin’ Out. Anche qui grande voce. E’ come se il cantato del bassista abbia avuto per me un’evoluzione in termini di bravura lungo l’album. Nei pezzi finali davvero riesce a dare il meglio. Quasi come se venisse rispettato quel crescendo, quel pathos che sale, tipico di un live. Quando si parte decisi ma controllati e poi ci si scalda e si esplode nel corso della performance. Ed è un discorso che io applicherei anche agli altri strumenti in questo album. La forza e l’impeto da subito palesi si arricchiscono di calore e “umanità” di brano in brano. A chiudere il disco è Smokey Room. Brano interamente strumentale che sfocia nella jam. Molto spazio al synth. Toni più rilassati rispetto ai pezzi precedenti. Certo l’energia anche qui è tangibile ma è più tenue e latente, meno esplosiva. Nella mia ottica quasi una sorta di brano di “defaticamento”. Come per guidare l’auditorio verso la fine di un viaggio musicale che è stato adrenalinico e che ora lascia posto al silenzio. Dopo il dispiegamento di tante forze, ritmi e Sunny Days Gone Bybattiti accelerati da live il nostro cuore rock’n’roll ritrova la calma. Dopo l’ascolto dell’album la sensazione è di essere appena tornati da un concerto, con quel miscuglio di lasciti di energia e desiderio di assistere subito ad un altro.

Sara Fabrizi