Caspian – On Circles (2020)

Il post-rock degli anni ’00 e ’10 non è ancora morto. Si è molto trasferito in altri generi come il post-metal e si è molto elettronicizzato verso vibrazioni pop, ma questo nuovo album dei Caspian uscito a Gennaio 2020 riesce ad emozionare come i migliori Explosions in the Sky e God is an Astronaut.

Mi ha stupito leggerne così poco oltre i soliti annunci di release date, come se il disco lasciasse indifferenti. In realtà è un album che si ascolta con tutto il trasporto e la profondità estetica che questo genere può regalare, e dispiace che non sia arrivato poi così tanto come avrebbe dovuto.

Questo disco nella seconda decade del millennio, e in questo caos, è una cosa bella.

Ascolti metallici di Giugno (#6 STA8)

Caligula’s Horse – Rise Radiant (prog, AU 2020)

Gli australiani non stanno sbagliando un colpo e le alte aspettative sono rispettate con questo nuovo disco che segue bene la scia del suo predecessore.
Pezzi memorabili e una progressione tra le tracce ben calibrata che soddisfa anche gli orecchi più melodici ed esigenti. Da ascoltare.

Protest The Hero – Palimpsest (prog, CA 2020)

Una nuova uscita della band canadese è stata una piacevolissima sorpresa, e ancora di più lo è stato godersi il disco a ripetizione senza notare nemmeno una grinza nella qualità tirata fuori in Volition nell’ormai lontano 2013.
Un album non sono interessante musicalmente nel panorama del prog di quest’anno (come il collega di cui sopra) ma anche impegnato in temi politici e psicologici.
Il ritmo delle tracce è spinto, incalzante, assuefacente. L’energia hardcore non è andato persa ma si fonde al prog nel loro stile unico e riconoscibile.

Kanaan – Odense Sessions (psych, NOR 2020)

Una bella scoperta (grazie a Leo Durruti) questo trio di Oslo che si cimenta in un’impro psichedelica che ti trascina come un’onda. Da ascoltare in un momento di relax.

Relapse Sampler 2019

Mi dolgo di non aver fatto la rassegna di questo campionario nel 2018 sul blog (ma l’ho fatto nei podcast, da qualche parte). In ogni caso rimedio ora, scorrendo i 26 brani del 2019 ora che un anno è appena finito e un nuovo anno è appena cominciato: un anno in più per sognare, per amare, per Radio Collective Waste (cit.).

  1. Torche – Admission *
    Dall’album omonimo, con vibrazioni molto piacevolmente simili ai newyorkesi A Place To Bury Strangers, con un tocco di melodia rock in più.
  2. Red Fang – Antidote *
    Scopro che il gruppo stoner ha prodotto un gioco mobile dove devi fare headbang per giocare. Penso non serva dire altro.
  3. Gatecreeper – From The Ashes
    Da Deserted, si passa qui al death groovoso e ritmico. Piacevole ma un po’ stantio.
  4. Full Of Hell – Burning Myrrh
    Si scatena l’inferno. Extreme metal brutale simile a certi Anaal Nathrakh. Questo brano dimostra di saper calibrare bene la violenza, ma lascia la pulce nell’orecchio per l’intero album, Weeping Choir.
  5. Monolord – The Last Leaf *
    Messi meritatamente al primo posto di The Obelisk per lo stoner 2019 questa formazione dimostra la loro padronanza del genere in No Comfort fin dalle sue radici. Questo campionario mi e ci fa da paracadute per molte band che sfuggono durante l’anno, ma in questo caso ringrazio anche Leo Durruti che è arrivato prima.
  6. Ceremony – Turn Away The Bad Thing
    Con una copertina colorata e un album che si chiama “In the Spirit World Now!“, questa outfit ricalca new wave e in qualche modo il post-punk degli anni che furono, non senza originalità.
  7. Exhumed – Ravenous Cadavers
    Death iper-aggressivo con anche una punta di grunt di cui personalmente non sono un fan. Anche questa nuova fatica del gruppo che supera i 20 anni di carriera non emerge.
  8. Inter Arma – Citadel
    Anche come uno dei nomi più quotati dell’anno non riescono a entusiasmare. Comunque è un doom carico e duro, ben prodotto, con forse qualche sorpresina nelle pieghe dell’album Sulphur English.
  9. Devil Master – Black Flame Candle
    Heavy metal classico, con un’infusione di black qua e là, specie nella voce. Interessante lettura del genere.
  10. Candy – Super Stare
    Un metal dal sapore degli anni ’00, decisamente thrash, con però delle voci più contemporanee e dei tratti di produzione piuttosto audaci.
  11. Devourment – Cognitive Sedation Butchery
    Brutalità grugnante e slammante, for maniacs only.
  12. Coffins – Forgotten Cemetary
    Da Beyond The Circular Demise death senza fronzoli e con qualche velleità doom, del quale non riesco ad apprezzare la voce ibrida e camuffata.
  13. Ringworm – Death Becomes My Voice *
    Brano da disco omonimo con una bella intro d’esperienza, che apre ad un hardcore/deathcore ben fatto.
  14. Pinkish Black – Concept Unification *
    Psichedelico e contemplativo, esplora l’oscurità con gli strumenti degli Om e degli Swans.
  15. Cherubs – Sooey Pig
    “The noisiest pop music on the planet”. È senz’altro heavy rock, con una voce che ha trovato il suo posto nel mondo e dei riff stoner che non passano inosservati. L’album è Immaculada High.
  16. Victims – The Horse And The Sparrow Theory *
    Hardcore crust-punk che ha accelerato 2x il doom e ha l’influenza del suo miglior mood.
  17. Zonal – System Error
    Duo elettronico di Justin Broadrick (Godflesh, Jesu) e Kevin Martin (The Bug, Mind Midas Sound), è un enigmatico mix di Death Grips e industrial. L’album è Wrecked.
  18. Steve Moore – The Bite
    OST del film Bliss, ingiudicabile da un solo brano. È comunque un pezzo progressivo e ambientale, fortemente elettronico.
  19. Obituary – A Dying World
    Primo singolo dopo l’album self-titled del 2017, non mostra segni di cambiamento (nel bene e nel male).
  20. Integrity – All Death Is Mine
    Modern metal, aggressivo e con vocals interessanti. Trattasi di un singolo, quindi conta poco più di un trailer.
  21. Author and Punisher – A Crude Sectioning *
    Produzione industrial elettronica dal gusto molto contemporaneo con l’aggiunta di note doom e harsh notevoli.
  22. Nothing – Heavy Water / I’d Rather Be Sleeping
    Ancora un noise rock, stavolta leggero ma sferzante come una brezza fredda. Ottimo per una OST.
  23. Mammoth Grinder – Lunar Mass
    Ci svegliamo con extreme metal tanto forte quanto anonimo.
  24. Outer Heaven – Cryptic Visions
    In Pennsylvania pestano pesante ma sono ben ispirati da un sound strutturato e più di qualche reminescenza. Buona produzione.
  25. Incantation – The Ibex Moon
    Ancora death brutale rimaneggiato, dalla reissue di Upon The Throne of Apocalypse. È memorabile solo il cover artwork di Wes Benscoter (Slayer, Nile, Cattle Decapitation).
  26. Merzbow – Woodpecker #1 *
    Sono pieno di gioia nel vedere chiudere il campionario a questa leggenda del noise giapponese. Registrato in presa diretta senza postproduzione e rimasterizzato dal produttore di Isis (R.I.P) e Electic Wizard Plotikin nel disco Pulse Daemon.
    Il suono grezzo del noise si sposa benissimo col gusto del metal, e spero di vedere in questo 2020 più collaborazioni tra i due generi.

I brani contrassegnati da * sono quelli di cui si consiglia l’ascolto e l’approfondimento.

Top 10 Albums 2019 (Manuel edition)

Non c’è Dicembre senza top 10 a chiudere l’anno con la raccolta degli album che meglio hanno riempito i miei ascolti. Includo solo dischi usciti nel 2019, in ordine sparso e senza velleità di recensione, selezionati in base ad un mix tra merito oggettivo e apprezzamento personale. Mi unisco da anni (dal 2013!) a questa tradizione ormai affermata tra gli appassionati, perché è bello confrontare i gusti e tirare le somme dell’anno che va a terminare. Quando e se volete commentate e linkate la vostra personale classifica qui sotto.

  • Fontaines DC – Dogrel
  • King Gizzard And The Lizard Wizard – Infest the Rats’ Nest
  • Alcest – Spiritual Instinct
  • Fleshgod Apocalypse – Veleno
  • Soen – Lotus
  • In Flames – I, the Mask
  • Druids – Monument
  • Opeth – In Cauda Venenum
  • Downfall of Gaia – Ethic of Radical Finitude
  • Russian Circles – Blood Year

Franco D’Andrea “New Things” + Gemma Sugrue & the Julien Colarossi Quartet @ Atina Jazz 2019

È tornata la qualità ad Atina Jazz. Ci tengo a dirlo perché credo ci sia stata una certa perdita di pubblico negli ultimi anni, che ora merita di essere recuperata dall’evento jazzistico della Valcomino.

L’apertura è stata affidata al quartetto di Julien Colarossi (ITA), chitarrista jazz giovane, come tutta la formazione, ma con esperienze live internazionali. La voce è di Gemma Sugrue (IRL), con il quale il quartetto (piano, contrabbasso, chitarra, batteria) non ha tardato ha dare prova del proprio talento.

Performance gradevole e scorrevole, dalle notevoli capacità compositive e liriche, nella quale il jazz veniva su bene dagli strumenti e si mescolava al tocco pop della cantante.
Risultato tiepido ma probabilmente calcolato per non appensantire l’ascolto della prima serata. Scrivo calcolato perché l’exploit finale dedicato a Joni Mitchell ha lasciato inequivocabilmente pensare che i presupposti compositivi e tecnici per uno spettacolo a pieno carico jazz ci fossero appieno, ma siano stati messi da parte per prediligere un’esperienza che accontentasse tutti.

Franco D’Andrea è un nome più che conosciuto nel mondo jazz italiano, ma per chi gradisse presentazioni bastano i numeri delle sue produzioni (160) e dei premi (20 Top Jazz in carriera). La formazione in trio con il suo piano, chitarra e tromba ha offerto oltre un’ora di improvvisazione jazz di altissima qualità. Mirko Cisilino ha fatto un uso camaleontico della tromba, alterando frequentemente il suono dello strumento con vari tipi di sordina fornendo all’ottone, spesso in primo piano, un colore sempre gradiente e mai ripetitivo.
Enrico Terragnoli con chitarra ed elettronica ha dato la cifra sperimentale al sound complessivo, con effetti ed elettronica che hanno contribuito ad un soundscape che stacca dalla tradizionale impronta jazz live. C’è grande bisogno di inserire questi ed altri contributi sonori nel jazz (prestiti dal free ce ne sarebbero a bizzeffe) per dare carattere e far restare appiccicata l’esperienza d’ascolto.
D’Andrea, ça va sans dire, ha dato prova di estrema maestria, e con le prime 2 note mi ha fatto immediatamente ripensare al mio personale pregiudizio sul piano jazz. Niente sbrodolamenti, niente occhiolini, niente ninna nanne. Tra loro sincronia e intesa vincenti.

Tutto bene sotto la luna di Atina Jazz (scelte grafiche a parte).
I prossimi appuntamenti vedranno tra i nomi più conosciuti Bowland, Enrico Rava (in tour speciale per i suoi 80 anni) e Giovanni Guidi.

Julinko – Nèktar (2019)

Uno di quei progetti che non vedevi l’ora di vedere in giro, perché è troppo bello per non essere vero.

Trattasi di un particolare rock doom etereo che non può che inserirsi nel solco dei lavori maestosi e profondi di Chelsea Wolfe, che ha portato alla ribalta il genere che Giulia Parin Zecchin (visione dei Julinko) affronta oggi con il suo trio.

Questo Nèktar è un prezioso scrigno che racchiude 9 tracce di materiale viscoso nel quale immergersi lentamente.

Noise e voci sinfoniche mettono in chiaro un mood decadente e penitente, mentre il sapore new wave arrotonda le linee vocali e i ritmi implacabili aboliscono ogni cliché per inserirsi chirurgicamente nella nicchia di genere.

Servo realizza il sogno di ascoltare un pezzo di questo genere in italiano, con un effetto davvero eccezionale, e Spirit spazia da piacevoli momenti armonici a fondali noise ispirati. Nell’intro di Deadly Romance troviamo addirittura un accenno decisamente metal, con relativo gesto di approvazione per gli appassionati.

Insomma c’è molto in questa formazione italiana, che si fa meritatamente applaudire in tutta Europa e che segna con questo disco un momento importante di espressione musicale di genere.

Kungens Män – Chef (2019)

Gli Uomini del re vengono da Stoccolma, sono in giro dal 2012 e hanno sfornato una quantità di dischi che i King Gizzard & the Lizard Wizard al confronto sono dei principianti. Ventidue, stando agli archivi di Rate Your Music. Una valanga di note che ha radici ben salde nello space rock e nell’improvvisazione radicale, in quei territori dove la musica è un viaggio e un’esplorazione, dove è bello e sano giocare con i drone, gli effetti e l’ipnosi.

C’è di che perdersi, insomma, da qualsiasi punto la si approcci. Noi però, per renderla un poco più semplice (e perché ci interessa il qui e l’ora), la prendiamo dalla fine, da questo disco partorito poco più di un mese fa dalla benemerita etichetta inglese Riot Season. Un disco che trasuda rock e improvvisazione, composto da quattro lunghe jam (per circa quaranta minuti di durata) che partono calme ma poco rilassate, ricolme di quell’ansia sottotraccia che solitamente s’accompagna ai ronzii che si ripetono e si avvolgono, alle atmosfere cupe e alle ritmiche motorik (impressionante quella di Fyrkantig böjelse). Partono calme, si diceva, e poi esplodono in battaglie spaziali con raffiche di wah-wah (da brividi quelle ossessive di Öppen för stängda dörrar) e distorsioni. Oppure s’imbarcano da subito sulla navicella in tempesta, tuffandosi a capofitto con le chitarre cariche e affilate in un gorgo di rumori (Män med medel). Oppure, come nella traccia di chiusura Eftertankens blanka krankhet, inducono l’ipnosi con una linea di basso ripetuta fino allo sfinimento e ci costruiscono sopra edifici di melodie che profumano d’oriente.

Non è affatto un disco facile e immediato questo “Chef” (no, la cucina non c’entra nulla, chef significa «capo» in svedese), ma nemmeno un pippone aristocratico senza capo né coda. È un viaggio non previsto che richiede la giusta dose di attenzione (e se ci mettete la giusta dose di qualcos’altro non fate nessun danno), dal quale si esce felici e un po’ storditi.

Intervista a Petrolio – L+Esistenze

Il rumore come musica (e la musica come rumore) è qualcosa che non tutti colgono. Petrolio è un progetto nato da e nel noise, seppure il suo ideatore, Enrico Cerrato, ha un background metal, industrial, jazz e punk.
Tanti nomi e tante etichette affastellano la sua figura: Dio Drone, Toten Schwan Records, MaiMaiMai, Bologna Violenta, Uochi Toki, per dirne alcuni. E questa compositività si riflette nel disco L+Esistenze, nel quale c’è il contributo di vari artisti del panorama noise internazionale.
L’abbiamo intervistato per avere un varco informativo nel noise dei brani, che potete ascoltare sul suo bandcamp.

Continua a leggere Intervista a Petrolio – L+Esistenze

Top 10 Albums 2018 (Manuel Edition)

Anche quest’anno la Top 10 è venuta su quasi da sola, almeno per la maggior parte. Ci sono stati album davvero di riconoscibile eccellenza, come anche alcune perle meno conosciute.
Come di consueto ve la propongo, in rigoroso ordine sparso.

  • Harakiri For The Sky – Arson
  • A Perfect Circle – Eat The Elephant
  • Between The Buried And Me – Automata (I & II)
  • Polyphia – New Levels New Devils
  • Ihsahn – Ámr
  • Riverside – Wasteland
  • Eneferens – The Bleakness of Our Constant
  • Karg – Dornenvögel
  • Kingcrow – The Persistence
  • Thy Catafalque – Geometria

Art As Catharsis Sampler 2018

Rinnovo uno dei miei appuntamenti di fine anno con il campionario gratuito dell’etichetta Australiana Art As Catharsis, che raccoglie tantissime sfaccettature della musica emergente di uno dei paesi con la più florida produzione al mondo.

Commenterò al volo, al primo ascolto, i 27 brani che compongono questa compilation, lasciando a voi la scelta di ascolti ulteriori e approfonditi, ma segnalando i miei preferiti con un asterisco.

Ascoltatelo tutto a fine articolo!

  1. * Bear The Mammoth – Mossian. È un brano post-rock gradevole e melodico, con una transizione un po’ estemporanea nel mezzo. Buon inizio.
  2. Blackline – COAST. Si rivela jazz fusion dopo una lunga introduzione, lasciando spazio ad un sax moderno e ad una chitarra elettrica. Pezzo lunghino.
  3. * Doubt – Eishan. Timbri esotici e ritmi ipnotici, una melodia solida quasi da colonna sonora di un film asiatico.
  4. * Reductio ad Absurdium – Instrumental (adj.). Inizia il metal, matematico e strumentale (con quel nome era ovvio). Su e giù per stranezze metalliche, con passaggi dalle sonorità simili a certi Haken. Non sembrano mai soffermarsi su un tema ma in continua metamorfosi.
  5. Whatever Happened to Xanadu – Brian Campeau. La prima voce dopo 4 brani strumentali. Voce pulita per un brano che ha le credenziali per un pop orecchiabile, magari di un’altra dimensione.
  6. Mystic Flute: A Version – Zela Margossian Quintet. Quelli bravi saprebbero identificare le scale usate nell’intro (forse spagnola?). In ogni caso trattasi di jazz polistrumentale con quel pizzico di etnico che lo rende spesso interessante.
  7. SEARCH – Ground Patrol. Prende forma lentamente un mix di ritmica martellante e improvvisazione elettrica, con suoni leggermente dark.
  8. * Against The Wall – Gauche. Ritorna una voce, stavolta femminile, che intavola un’estetica retro-punk sperimentale e instabile.
  9. * Fear To Hide – Skullcave. Sfondo stoner/doom, che sorprende invece con un unizio melodico e voce a tratti rock. Che sia post-doom? Ma nel brano che supera i 10′ troviamo perlopiù strumentale stoner e vocal sporche che soffocano. Chiusura valida stilisticamente con voci su vari livelli ad affermare questo mix di emozioni.
  10. Futureheavy – Lack The Low. Si allenta la pressione spostando però l’attenzione su una forma canzone assolutamente post-strutturalista.
  11. XXXX Bitter Irony – Milton Man Gogh. È un sax a insinuarsi in una impro jazz che forse poteva trovare più carattere per essere un brano sui 6′.
  12. One Five Nine – Comatone & Foley. Elettronica pura, fuori dagli stereotipi e con un’occhio rivolto ad una IDM più statica.
  13. Miami Funk – InTechincolour. Evocano policromia e la spensieratezza ma rivelano invece un metal a la Mastodon, comunque gradevole.
  14. A Glimpse Of A Thursday Afternoon – Kurushimi. Il free jazz dei Kurushimi mi ha già conquistato da tempo, e non mi tradisce ora. Questa volta preferiscono sporcare una tela di jazz standard, per infastidire l’orecchio abituato. Certo manca il nuovo, ma il punto concettuale è chiaro.
  15. Plan C – Hinterlandt. Anche questi sono vecchie conoscenze, archi che giocano a rincorrersi per intrecciare una base sinfonica. Non esagerano col climax e inseriscono anche fiati per non forzare il tema, che comunque è troppo presente.
  16. Cultfathers – Bridge Burner. Introducono la brutalità con dei suoni che aprono all’inevitabile esplosione di doppio pedale, per inserire anche una doppia voce, dal doppio gusto avant-garde metal e death.
  17. * Thigh High Cat Tights – Uboa. Power electronics noise, per orecchie maggiorenni. Ben strutturata, non monotonica o drone, che aggiunge un parlato scream straziante nella seconda metà.
  18. LEECHES – CONSUMED. Qui si va di death. Poco altro da aggiungere per chi è più sgamato, apprezzabile quanto siano autoconclusivi questi 1’35”.
  19. * Levitation (live) – Hashashin. I grandi Hashashin ci incantano di nuovo con un live del loro bel post-metal molto ispirato e progressivo.
  20. Empty Ships – Turtle Skull. Lascia spazio al silenzio e all’ambient questo brano che prosegue poi con sonorità melodiche spensierate e strumenti fortemente effettati.
  21. We’re No Fish – Brian Campeau. Torna il nome del numero 5 per una canzone voci e chitarra. Si parla di quanto non sia semplice rispondere ai sentimenti.
  22. Follow Me – Bonniesongs. Tenue voce femminile che sembra più nordeuropea che Australiana, capace di catturare al volo.
  23. The Song Is A Lie – MNMM. Permane il clima disteso, per lanciare nel mezzo una batteria in impro, un violino estemporaneo, un testo poco chiaro e una chitarra che accompagna gli oltre 6′ di qualcosa che sicuramente ha bisogno di maggiore contestualizzazione.
  24. “pinpointed” – Shoeb Ahmad. Pop melodico molto contemporaneo senza troppi cliché.
  25. Solo Tar and Double Bass – Eishan. Anche qui un ritorno del nome al numero 3. Il titolo dice tutto.
  26. Running Around – half/cut. Brano leggero con una voce fioca, ambientale, da sottofondo.
  27. Classrooms – Gauche. Ritorno della formazione al numero 8, stavolta con un’estetica differente. Solo la voce si distanzia da una base strumentale perlopiù malinconica, salvo accendersi in un breve delirio noise che chiude la compilation.

Il bello di questa etichetta, e di questo campionario che ce ne dà un assaggio, è la quasi totale assenza di pezzi e formazioni stereotipate. Pura innovazione musicale, sperimentazione e libertà creativa in tutte le sue forme.