Ascolti pesanti di Marzo: Downfall of Gaia – Ethic of Radical Finitude, cameraoscura – quod est inferius

Il primo ascolto pesante di questo mese è un album dell’outfit tedesca Downfall of Gaia, un post black metal che spinge il suo stiletto affilato nel profondo delle menti e trascina in una perturbazione dell’animo di 45 minuti. Graffiante, con pezzi lunghi, suoni ben calibrati ed un equilibrio praticamente perfetto tra ferocia e vento leggero. Un tuffo nell’abisso dell’individualismo, del tempo, della finitudine, del nichilismo codificato con il top degli stilemi del black metal “atmosferico”.

parafrasando la massima ermetica, “quod est inferius” indaga “ciò che è più in profondità” in maniera simile a quello che potrebbe essere un processo alchemico, attraverso la mescolanza e la trasmutazione di suoni disciolti e fusi insieme fino a divenire la manifestazione musicale di qualcosa che giace sepolto (non si sa dove) ma in attesa di emergere in tutta la sua potenza e caoticità. in un’oscura e putrescente “Nigredo” i suoni ribollono nel calderone alchemico (Atanor), fino ad acquisire forma e struttura dietro le quali si cela un’essenza che si manifesta in seguito a un percorso di ricerca e conoscenza (V.I.T.R.I.O.L.). essenza che non rifulge di aureo splendore bensì rimane nera, carica di una forza annichilente che si sprigiona in maniera (anti) catartica distruggendo (Attera), dissolvendo (Solve) fino all’ultimo, tonante battito del cuore di questa mostruosa chimera senza volto (Ultima Necat).

In questa camera oscura, con le pareti imbottite di ermetismo ed alchimia, c’è un delicato e pervasivo pulviscolo dark ambientale.
Qui la pesantezza non è quella del timbro, del pezzo, ma della sovrannaturale costruzione di una stanza intorno a noi, come se le mura cambiassero forma, assumessero connotati distopici, evocati dai suoni umidi, dai ritmi industriali e da colonne sonore orrorifiche. Questa stanza segreta, stupefacente e psichedelica, si attiva con ogni playback.

Release numero 100 dell’etichetta underground Toten Schwan Records, nichilista iconoclasta, orgogliosamente creative commons.

Dieci band hard rock di oggi alle quali i Greta Van Fleet possono al limite al limite allacciare le scarpe

Greta Van Fleet
Due GVF si stanno chiaramente abbassando per allacciare le scarpe a qualcuno

Pare che il mondo – be’, insomma: il mondo degli ascoltatori delle Virgin Radio di ogni latitudine – stia letteralmente impazzendo per i Greta Van Fleet, la hard rock band americana che si è fatta notare in questi ultimi due anni per… la sua pallida imitazione dei Led Zeppelin. È inutile andarci coi guanti di velluto, perché comunque la si giri, davvero, c’è poco altro da annotare sulla musica dei GVF. A meno che non si decida di essere veramente cattivi. Fatto sta, comunque, che questa palese inutilità artistica sembra aver allertato i «parrucconi» della Recording Academy e la band è finita in nomination come «Best New Artist» per i Grammys 2019, la cui cerimonia di premiazione si svolgerà dopodomani, 10 febbraio.

È da un po’ di tempo che mi capita di leggere o sentire cose del tipo «ok, sono uguali ai Led Zeppelin, ma almeno suonano cazzo», oppure «era tanto che non si ascoltava del buon rock», «dài, almeno fanno hard rock». È così forte e invadente, questa forma di pigrizia che inibisce persino le ricerche su google, youtube e spotify, che i santi tipi di Brooklyn Vegan hanno pensato di avvertire questi dispensatori di «almeno» del fatto che in giro esistono un sacco di band hard rock (almeno dieci) alle quali i Greta Van Fleet possono al limite al limite allacciare le scarpe. E sul serio, ne esistono davvero tante, tanto che il lavoro di chi intenda fornire alternative si rivela molto presto un lavoro di sottrazione: la fatica, cioè, non è trovarne almeno dieci, ma elencarne solo dieci. Ti trovi a dover scegliere e tagliare.

Ecco, il senso di questo post sta nel fatto che il sottoscritto, pur avendo condiviso le (giustissime) premesse di quel post, si è trovato male con le scelte e i tagli. In particolare, mi è parso che Sacher (l’autore dell’articolo) abbia stiracchiato un po’ troppo il concetto di hard rock: va benissimo archiviare gli anni Settanta, non possiamo portarceli eternamente come fardello, però se fai un articolo di questo tipo devi anche considerare il target al quale ti rivolgi. Dare in pasto a questo target Screaming Females e Hexvessel, per dire, è come cacciarli e ributtarli tra le braccia dei GVF. E allora ho pensato di buttar giù una lista alternativa, elencando dieci band moderne di hard rock «classico», qualsiasi cosa voglia dire questa definizione. Godetene!

All Them Witches: sciamani dello stoner rock di questo ultimo decennio, autori di un heavy psych dai decisi connotati blues, hanno affilato le armi disco dopo disco, dando vita a un desert (hard)rock dal forte impatto emotivo, arso dal sole, che si presenta oggi come una delle cose più convincenti in ambito hard & heavy. Se dovessi dire come suona l’hard rock alle soglie degli anni Venti del XXI secolo, farei il loro nome e metterei su i loro due recenti album Sleeping Through the War e ATW.


Clutch: attivi fin dall’inizio degli anni Novanta, hanno attraversato l’ultimo decennio del secolo scorso macinando uno stoner rock/metal durissimo e aggressivo, scrivendo una delle migliori pagine di quell’epopea. Poi hanno iniziato a incamerare blues e il loro suono si è addolcito e fatto più classico, pur mantenendo una forte aggressività di fondo. L’esempio migliore di questo «corso» è l’album Earth Rocker, del 2013.


Datura4: Dom Mariani è uno che ha qualche anno di esperienza, avendo militato in una quantità di storiche band power pop che viene il mal di testa a fare i conti. Un momento: power cosa? Sì, pop, ma qualche anno fa ha messo su i Datura4 e ha deciso di darsi al blues rock di matrice hard, cercando di riportare in vita la lezione dei santi Cream. È roba da maestri quello che potete ascoltare sui due dischi usciti ad oggi (Demon Blues e Hairy Mountain) adornato di melodie che più belle e memorabili era veramente difficile scriverne.


Dommengang: è bastato un disco di furiose jam (il primo, splendidamente intitolato Everybody’s Boogie), ai Dommengang, per capire dove andare a parare. E con il secondo lavoro, Love Jail, hanno asciugato il fiume di fuzz trovando il senso e le radici di tutto, un blues rock duro come la roccia e caldo come il soul: una cosa che sta da qualche parte tra i Free e gli Humble Pie, con un’anima da jam band e un impeto invidiabile, una sessione ritmica che schiaccia i sassi e una chitarra dalla voce forte, alta e riconoscibile.


Feral Ohms: l’hard rock come lo potevano concepire gli MC5 (hanno esordito con un live, Live in San Francisco, proprio come i cinque della Motor City), con un rock’n’roll che sa di punk a muovergli il culo e, nella fattispecie, con la chitarra dell’immenso Ethan Miller a scompigliarne i capelli. C’è un tiro che ricorda i Motorhead e il miglior punk’n’roll, ma la sostanza è hard, di pasta buonissima.


Fuzz: qui è quando il buon Ty Segall ha deciso, nel bulimico percorso del suo scrivere, registrare e pubblicare, che voleva farne uno (ad oggi due, Fuzz e II) veramente, ma veramente heavy. Ha messo insieme gli amici di sempre e ci ha dato dentro con il fuzz e i riffoni alla Black Sabbath, con un’attitudine garage che è come una valanga, tirando fuori una delle bellezze heavy più lucenti degli ultimi vent’anni.


Graveyard: svedesi, di Goteborg, sono la punta di diamante della scena hard rock di questo inizio millennio. Granitici e quadrati, ruvidi come carta vetrata, pesanti come quintali di piombo, psichedelici, soul, esploratori e originali – così tanto da far passare la voglia alle anime pigre – hanno già sulle spalle una manciata di album memorabili che fanno impallidire qualsiasi concorrente. Hisingen Blues e Lights Out i migliori.


Green Desert Water: loro sono spagnoli e hanno appena sfornato il loro disco d’esordio, il bellissimo Solar Plexus, che ci propone un hard rock dalle vene acide e dal tocco quasi stoner. È davvero un piacere ascoltare le costruzioni ardite e le evoluzioni mai banali del loro heavy psych. Una band che occorre seguire e sostenere.


Hot Lunch: l’hard rock con il fuoco al culo, o il punk-hardcore che si fa pesante, fate voi, ma comunque la pasta di cui sono fatti gli Hot Lunch è questa cosa qui. Un treno ad alta velocità fatto di riff grassi e ruggenti, stacchi da perdere il fiato e attitudine a fiumi. Trovate e mettete su il loro esordio omonimo del 2013 (la primavera dovrebbe portarci il loro secondo) e ditemi se i Greta non vi iniziano a sembrare una band da Zecchino d’oro.


Radio Moscow: figliastri di Hendrix, Blue Cheer, Randy Holden e Sir Lord Baltimore, sono autori di un hard rock fluido e psichedelico, portato alle stelle dal tocco magico e funambolico di uno dei migliori chitarristi in circolazione, tale Parker Griggs. Prendete Brain Cycles e The Great Escape of Leslie Magnafuzz e ne sarete sazi.

Leonardo Annulli

Top 10 Albums 2018 (Manuel Edition)

Anche quest’anno la Top 10 è venuta su quasi da sola, almeno per la maggior parte. Ci sono stati album davvero di riconoscibile eccellenza, come anche alcune perle meno conosciute.
Come di consueto ve la propongo, in rigoroso ordine sparso.

  • Harakiri For The Sky – Arson
  • A Perfect Circle – Eat The Elephant
  • Between The Buried And Me – Automata (I & II)
  • Polyphia – New Levels New Devils
  • Ihsahn – Ámr
  • Riverside – Wasteland
  • Eneferens – The Bleakness of Our Constant
  • Karg – Dornenvögel
  • Kingcrow – The Persistence
  • Thy Catafalque – Geometria

Art As Catharsis Sampler 2018

Rinnovo uno dei miei appuntamenti di fine anno con il campionario gratuito dell’etichetta Australiana Art As Catharsis, che raccoglie tantissime sfaccettature della musica emergente di uno dei paesi con la più florida produzione al mondo.

Commenterò al volo, al primo ascolto, i 27 brani che compongono questa compilation, lasciando a voi la scelta di ascolti ulteriori e approfonditi, ma segnalando i miei preferiti con un asterisco.

Ascoltatelo tutto a fine articolo!

  1. * Bear The Mammoth – Mossian. È un brano post-rock gradevole e melodico, con una transizione un po’ estemporanea nel mezzo. Buon inizio.
  2. Blackline – COAST. Si rivela jazz fusion dopo una lunga introduzione, lasciando spazio ad un sax moderno e ad una chitarra elettrica. Pezzo lunghino.
  3. * Doubt – Eishan. Timbri esotici e ritmi ipnotici, una melodia solida quasi da colonna sonora di un film asiatico.
  4. * Reductio ad Absurdium – Instrumental (adj.). Inizia il metal, matematico e strumentale (con quel nome era ovvio). Su e giù per stranezze metalliche, con passaggi dalle sonorità simili a certi Haken. Non sembrano mai soffermarsi su un tema ma in continua metamorfosi.
  5. Whatever Happened to Xanadu – Brian Campeau. La prima voce dopo 4 brani strumentali. Voce pulita per un brano che ha le credenziali per un pop orecchiabile, magari di un’altra dimensione.
  6. Mystic Flute: A Version – Zela Margossian Quintet. Quelli bravi saprebbero identificare le scale usate nell’intro (forse spagnola?). In ogni caso trattasi di jazz polistrumentale con quel pizzico di etnico che lo rende spesso interessante.
  7. SEARCH – Ground Patrol. Prende forma lentamente un mix di ritmica martellante e improvvisazione elettrica, con suoni leggermente dark.
  8. * Against The Wall – Gauche. Ritorna una voce, stavolta femminile, che intavola un’estetica retro-punk sperimentale e instabile.
  9. * Fear To Hide – Skullcave. Sfondo stoner/doom, che sorprende invece con un unizio melodico e voce a tratti rock. Che sia post-doom? Ma nel brano che supera i 10′ troviamo perlopiù strumentale stoner e vocal sporche che soffocano. Chiusura valida stilisticamente con voci su vari livelli ad affermare questo mix di emozioni.
  10. Futureheavy – Lack The Low. Si allenta la pressione spostando però l’attenzione su una forma canzone assolutamente post-strutturalista.
  11. XXXX Bitter Irony – Milton Man Gogh. È un sax a insinuarsi in una impro jazz che forse poteva trovare più carattere per essere un brano sui 6′.
  12. One Five Nine – Comatone & Foley. Elettronica pura, fuori dagli stereotipi e con un’occhio rivolto ad una IDM più statica.
  13. Miami Funk – InTechincolour. Evocano policromia e la spensieratezza ma rivelano invece un metal a la Mastodon, comunque gradevole.
  14. A Glimpse Of A Thursday Afternoon – Kurushimi. Il free jazz dei Kurushimi mi ha già conquistato da tempo, e non mi tradisce ora. Questa volta preferiscono sporcare una tela di jazz standard, per infastidire l’orecchio abituato. Certo manca il nuovo, ma il punto concettuale è chiaro.
  15. Plan C – Hinterlandt. Anche questi sono vecchie conoscenze, archi che giocano a rincorrersi per intrecciare una base sinfonica. Non esagerano col climax e inseriscono anche fiati per non forzare il tema, che comunque è troppo presente.
  16. Cultfathers – Bridge Burner. Introducono la brutalità con dei suoni che aprono all’inevitabile esplosione di doppio pedale, per inserire anche una doppia voce, dal doppio gusto avant-garde metal e death.
  17. * Thigh High Cat Tights – Uboa. Power electronics noise, per orecchie maggiorenni. Ben strutturata, non monotonica o drone, che aggiunge un parlato scream straziante nella seconda metà.
  18. LEECHES – CONSUMED. Qui si va di death. Poco altro da aggiungere per chi è più sgamato, apprezzabile quanto siano autoconclusivi questi 1’35”.
  19. * Levitation (live) – Hashashin. I grandi Hashashin ci incantano di nuovo con un live del loro bel post-metal molto ispirato e progressivo.
  20. Empty Ships – Turtle Skull. Lascia spazio al silenzio e all’ambient questo brano che prosegue poi con sonorità melodiche spensierate e strumenti fortemente effettati.
  21. We’re No Fish – Brian Campeau. Torna il nome del numero 5 per una canzone voci e chitarra. Si parla di quanto non sia semplice rispondere ai sentimenti.
  22. Follow Me – Bonniesongs. Tenue voce femminile che sembra più nordeuropea che Australiana, capace di catturare al volo.
  23. The Song Is A Lie – MNMM. Permane il clima disteso, per lanciare nel mezzo una batteria in impro, un violino estemporaneo, un testo poco chiaro e una chitarra che accompagna gli oltre 6′ di qualcosa che sicuramente ha bisogno di maggiore contestualizzazione.
  24. “pinpointed” – Shoeb Ahmad. Pop melodico molto contemporaneo senza troppi cliché.
  25. Solo Tar and Double Bass – Eishan. Anche qui un ritorno del nome al numero 3. Il titolo dice tutto.
  26. Running Around – half/cut. Brano leggero con una voce fioca, ambientale, da sottofondo.
  27. Classrooms – Gauche. Ritorno della formazione al numero 8, stavolta con un’estetica differente. Solo la voce si distanzia da una base strumentale perlopiù malinconica, salvo accendersi in un breve delirio noise che chiude la compilation.

Il bello di questa etichetta, e di questo campionario che ce ne dà un assaggio, è la quasi totale assenza di pezzi e formazioni stereotipate. Pura innovazione musicale, sperimentazione e libertà creativa in tutte le sue forme.

Intervista ai The Blank Canvas: Vantablack

The Blank Canvas è una tela vuota ma densa di potenza e di progressiva oscurità dove fusti, valvole, vocalizzi armonici e atmosfere elettriche si amalgamano creando un monolite granitico e ricco di sostanza. Forgiata dalle menti futuriste di Maurizio “Pappone” Tuci (Incoming Cerebral Overdrive, Deaf Eyes, Karl Marx was a broker), Marco Filippi (Karl Marx was a broker), Alessio Dufur (SUS) e Vanni Anguillesi (Green Oracle, Watzlawick), The Blank Canvas si appresta ad entrare in scena con l’album di esordio “Vantablack” in uscita a
Dicembre per Drown Within Records.

Questo Vantablack è stata una bella scoperta, specie dopo aver ascoltato alcuni progetti pregressi dei musicisti che fanno parte dei The Black Canvas, come il progetto power elettronico Karl Marx was a broker. Ho approfittato per saperne di più e per chiedere una visuale più ampia su un album che è piuttosto criptico e dall’impenetrabile aria avantgarde.

 

Collective Waste: Confesso subito che mi sono fatto uncinare dal nome del disco. Il vantablack è un materiale iper-nero che assorbe la quasi totalità delle radiazioni luminose, creando una superficie praticamente colorata di un nero assoluto. In che modo si relaziona questo concetto all’album?

The Blank Canvas: Come hai anticipato il vantablack è il materiale piu scuro esistente, è una lega artificiale che trattiene più del 99% della luce. E’ un parallelismo con l’oscurità innata umana che, nonostante venga illuminata da una miriade di opportunità, molte volte rimane nera come appunto il vantablack. Ci piaceva l’idea di creare un album che, anche se con varie sfaccettature, mantenesse nell’immaginario una radice dark.

CW: Nella vostra formazione vedo alcuni componenti dei Karl Marx was a broker, progetto tra elettronica e metal che mi è molto piaciuto. Come si è passati da questa (e altre) esperienze di band a quella attuale?

TBC: Il passaggio è stato relativamente naturale. Abbiamo iniziato a comporre nuovo materiale per i kmwab e man mano che i pezzi si definivano abbiamo sentito l’esigenza di dare alla nuova “creatura” un’entità propria. Maurizio (chitarra e synth) è entrato nei kmwab proprio in concomitanza con l’inizio della composizione dei nuovi pezzi portando la sua esperienza ed il suo background, modificando notevolmente il risultato della scrittura. L’arrivo di Alessio Dufur alla voce, dopo anni di musica strumentale, ha definitivamente avvallato questa idea.

CW: L’album è fatto di sonorità poco lineari, caotiche, che lasciano spazio anche alla progressività. Avete scelto dei riferimenti di genere per arrivare a questo stile?

TBC: Il nostro obbiettivo era quello di trovare per The Blank Canvas una sonorità unica. Cosa molto difficile attualmente in quanto, oltre alla capacità di riuscita stessa, esiste nel panorama attuale una sorta di identificazione in determinati generi. Uscire da generi di riferimento comporta un rischio perché diventa difficile capire dove posizionarsi e a chi proporsi. La nostra scommessa è stata quella di riuscire a fare musica con sonorità proprie che riuscisse a trovare il proprio spazio senza agganciarsi ad un filone specifico. Scelta che può risultare un’arma a doppio taglio ma che ci rende comunque orgogliosi. Come riferimenti menzionerei genericamente il metal, il progressive, il post-punk.

CW: Chiaro. Quali altre realtà italiane (del vostro genere e non) vi piacciono e consigliereste di ascoltare stasera?

TBC: Il nostro paese è denso di qualità musicale. In questo periodo mi sono appassionato agli “Arto”, band strumentale capitanata da Luca Cavina. Suonarono qui a Pistoia poco tempo fa e mi presero subito grazie al loro sound lisergico. Ho apprezzato molto l’ultimo dei “Lento”, con i quali siamo amici da tempo. Menziono solo i gruppi che hanno fatto uscire un disco di recente perché altrimenti l’elenco diventa troppo lungo. Quindi vi segnalo “Zambra”, “Loro”, “Nudist”, “Petrolio”, “Miotic”. Per il resto della lista della spesa magari ne parleremo di persona ad un nostro concerto.

CW: Dove troviamo Vantablack e dove vi possiamo ascoltare live?

TBC: Potete acquistare il nostro disco d’esordio in vinile con download digitale o solo digitale presso il nostro bandcamp o tramite il bandcamp della nostra etichetta Drown Within Records e ovviamente ad un nostro live.
Le prossime, nonché prime date dall’uscita del disco, saranno il 12 gennaio a Pistoia presso il circolo H2no ed il 26 gennaio ad Empoli al circolo Arci Brusciana. Altri concerti verranno annunciati a breve.

CW: Grazie ragazzi, continuate così!

TBC: Grazie mille per lo spazio concessoci!

 

Intervista ai Karmamoi : The Day Is Done

In occasione dell’uscita di The Day Is Done abbiamo voluto chiedere qualcosa in più ai Karmamoi, band italiana attiva dal 2008 e che si distingue nella scena prog italiana per l’attenzione al suo sound e all’espressività musicale.
Senza lasciarsi andare ai cliché tradizionalisti e con un’orecchio attento al contemporaneo hanno prodotto un album progressivo melodico con una ispirata sintesi musicale e narrativa. Continua a leggere Intervista ai Karmamoi : The Day Is Done

Kingcrow – The Persistence (2018)

Non sarà l’unica recensione di questo album, e mi compiaccio del buon riscontro che ha trovato il lavoro della formazione nata dalla provincia, ad Anguillara Sabazia (Roma).

Di fine gusto melodico, accostabile ad alcuni più freddi passaggi dei Soen di Lykaia e al tocco dei Riverside (a proposito, sono tornati).
Un progressive rock ispirato ed attento, sia nelle tracce orecchiabili e un po’ americane come Everything Goes, Devil’s Got  A Picture sia in quei passaggi che sembrano qua e là rubati ai Leprous come in Drenched, Closer.

Non mancano pezzi più riflessivi e strutturati come l’omonimo The Persistence e Every Broken Piece Of Me sempre coerenti con l’ambientazione generale che è introspettiva ed emozionale.

Una piacevole sorpresa positiva dal panorama del progressive italiano, che si va a piazzare nella bacheca degli ascolti di riferimento del loro genere di quest’anno.

 

Una Striscia di Terra Feconda – Vincent Courtois Trio, Giovanni Guidi & Theo Ceccaldi @ Tivoli, 4/9/18

Mi sono trovato a Tivoli durante la seconda serata del festival Una Striscia di Terra Feconda, tour di concerti franco-italiano di jazz e improvvisazione.
Ho partecipato senza sapere nulla degli artisti che si sarebbero esibiti, e voglio commentare qui le mie impressioni.

L’ambientazione della terrazza della pallacorda nella Villa D’Este è già d’eccezione, affacciandosi sul bellissimo complesso di giardini e giochi d’acqua durante l’orario più romantico, il tramonto.
L’occhio è caduto anche sulla qualità dell’amplificazione (Meyer Sound) e della microfonazione degli strumenti, molti dei quali acustici. Attenzione al dettaglio confermata dal direttore artistico che ha introdotto il concerto e che, c’è da ammettere, rende l’esperienza d’ascolto impeccabile.
Dinamicità, orientamento, nitidezza e sugli strumenti elettroacustici un dettaglio quasi incredibile.  Continua a leggere Una Striscia di Terra Feconda – Vincent Courtois Trio, Giovanni Guidi & Theo Ceccaldi @ Tivoli, 4/9/18

Between The Buried And Me – Automata II (2018)

Si poteva immaginare che sarebbe arrivata, anche se è sorprendente quanto presto. La parte 2 della piece progressiva iniziata a Marzo con Automata I, già recensito qui, si chiude ora con 33 minuti di continuazione del tema dell’androide, dell’intelligenza artificiale, della coscienza non umana.

Quattro brani, a cominciare con The Proverbial Bellow, in perfetto stile progressive metal tecnico tradizional-Dream Theateresco. La nascita (o il risveglio) di una coscienza macchinica, che ha coscienza di sé ma non sa cosa vuol dire essere al mondo e affronta la sensorialità.

Dopo l’interludio di Glide, parte un delirio psycho-bebop, Voice of Trespass, probabilmente onirico, dove troviamo un riferimento alla forca (gallows) del primo volume. Ma è a The Grid che si affida il completo riempimento dell’album dal lato progressivo. Sempre con una regolare alternanza tra cantato clean e il loro rodato scream, affrontano qui un altro pezzo lungo che tratta, con la loro narrativa indiretta, l’eventuale disfatta dell’umanità per come la conosciamo, a favore di una evoluzione che vede la mente umana come solo una parte del nuovo individuo.

Nel complesso ottima conclusione di un lavoro coerente, coraggioso e ben riuscito, innovando il sound tradizionalmente progressive con le nuove tendenze, in un concept anche narrativamente profondo.

 

Yob – Our Raw Heart (2018)

Non dobbiamo volere artificiali pulsazioni di bellezza, frecce finemente lavorate che vengono scoccate attraverso quella precisa estetica per colpire il centro del bersaglio, che è il nostro ego.

Guardare, respirare, sentire le foglie cadere.
Non c’è niente di bello, e non c’è niente e basta. È il nostro cuore crudo, senza sovrastrutture, battente non esprimente altro se non frenetica attesa .