Ascolti metallici di Novembre (#2 STA8)

Leprous – Pitfalls

Nuovo disco di Einar e compagni, anche se più di Einar che dei compagni. I livelli di metal sono ormai ai minimi storici, ma per la seconda volta il gruppo norvegese riesce a farci dire che è un bellissimo disco nonostante questo.
Il singolo Alleviate è ammiccante al punto da prestarsi ad un duetto con Whitney Houston; fortunatamente però ci sono brani come By My Throne e The Sky Is Red che permettono di non ritrovarci con un album fatto col dado vegetale.
Però capiamoci: è da ascoltare bene e senza riserve.

Alcest – Spiritual Instinct

Nuovo disco di Neige e compagni, che non è tutto tutto perfetto, ma racchiude almeno due brani davvero notevoli.
Rientra nel sentiero dell’atmospheric black solcato dalla band fin dagli inizi, che mette in mostra il francese come lingua lirica per questo sottogenere di metal con ottimi risultati. Emozionante.

Rosetta – Terra Sola

A due anni di distanza da Utopioid la formazione americana torna con un altro disco in pay what you want con tre bei brani post-metal, melodici ed evocativi, perlopiù dedicati al nostro pianeta in crisi ecologica.

Ascolti metallici di Ottobre (#1 STA8)

Che poi non sono solo di Ottobre ma anche di Settembre e non solo del 2019 ma di qualsiasi anno volete che sia.

Opeth – In Cauda Venenum

Sono tornati e stanno dando seguito a quella trama complessa e impenetrabile iniziata con The Sorceress. È uno di quegli album da ri-ascoltare per coglierne la bellezza melodica e la qualità dei singoli brani, mentre il mood generale è disteso e universalistico e si fa sempre più denso con l’arrivo della fine dell’album (cosa che si poteva capire dal titolo). Il progressive da manuale.

King Gizzard and the Lizard Wizard – Infest the Rat’s Nest

Sono stato colto di sorpresa dallo scatto quasi trash dell’ultimo disco della formazione eccellente australiana. Se già non vi avevano conquistato (come è possibile?) con questo tassello completano una gamma di produzione da calare la mascella. Traccia preferita di Greta Thunberg: Planet B.

Cult Of Luna – A Dawn to Fear

Dopo una pausa di oltre 10 anni, il nuovo disco ripropone il sound dell’epoca come se fosse nuovo di pacca. Post metal solido e inesauribile per dimostrare che la prima scuola rende ancora tanto. Traccia preferita: Nightwalkers.

Chelsea Wolfe – Birth of Violence

C’è poco da fare quando ti innamori. Una copertina che parla da sola e un’impronta folk che ci intrappola per poi inchiodarci a quel suo umore decadente. Non mi è piaciuta troppo la costruzione dell’album e l’ammiccamento del singolo, che però funziona.

No, non ci metto i Tool perché tanto li avete già ascoltati.

Franco D’Andrea “New Things” + Gemma Sugrue & the Julien Colarossi Quartet @ Atina Jazz 2019

È tornata la qualità ad Atina Jazz. Ci tengo a dirlo perché credo ci sia stata una certa perdita di pubblico negli ultimi anni, che ora merita di essere recuperata dall’evento jazzistico della Valcomino.

L’apertura è stata affidata al quartetto di Julien Colarossi (ITA), chitarrista jazz giovane, come tutta la formazione, ma con esperienze live internazionali. La voce è di Gemma Sugrue (IRL), con il quale il quartetto (piano, contrabbasso, chitarra, batteria) non ha tardato ha dare prova del proprio talento.

Performance gradevole e scorrevole, dalle notevoli capacità compositive e liriche, nella quale il jazz veniva su bene dagli strumenti e si mescolava al tocco pop della cantante.
Risultato tiepido ma probabilmente calcolato per non appensantire l’ascolto della prima serata. Scrivo calcolato perché l’exploit finale dedicato a Joni Mitchell ha lasciato inequivocabilmente pensare che i presupposti compositivi e tecnici per uno spettacolo a pieno carico jazz ci fossero appieno, ma siano stati messi da parte per prediligere un’esperienza che accontentasse tutti.

Franco D’Andrea è un nome più che conosciuto nel mondo jazz italiano, ma per chi gradisse presentazioni bastano i numeri delle sue produzioni (160) e dei premi (20 Top Jazz in carriera). La formazione in trio con il suo piano, chitarra e tromba ha offerto oltre un’ora di improvvisazione jazz di altissima qualità. Mirko Cisilino ha fatto un uso camaleontico della tromba, alterando frequentemente il suono dello strumento con vari tipi di sordina fornendo all’ottone, spesso in primo piano, un colore sempre gradiente e mai ripetitivo.
Enrico Terragnoli con chitarra ed elettronica ha dato la cifra sperimentale al sound complessivo, con effetti ed elettronica che hanno contribuito ad un soundscape che stacca dalla tradizionale impronta jazz live. C’è grande bisogno di inserire questi ed altri contributi sonori nel jazz (prestiti dal free ce ne sarebbero a bizzeffe) per dare carattere e far restare appiccicata l’esperienza d’ascolto.
D’Andrea, ça va sans dire, ha dato prova di estrema maestria, e con le prime 2 note mi ha fatto immediatamente ripensare al mio personale pregiudizio sul piano jazz. Niente sbrodolamenti, niente occhiolini, niente ninna nanne. Tra loro sincronia e intesa vincenti.

Tutto bene sotto la luna di Atina Jazz (scelte grafiche a parte).
I prossimi appuntamenti vedranno tra i nomi più conosciuti Bowland, Enrico Rava (in tour speciale per i suoi 80 anni) e Giovanni Guidi.

Commento su Haken @ Rock In Roma 2019

Sinceramente non volevo scrivere nulla sul concerto. C’è poco da dire sulla qualità della musica degli Haken, del loro Vector, e dei loro live. Ho già detto, hanno già detto meglio di me.

C’è poco da dire anche sui New Horizons, gruppo di apertura da Pisa, che se l’è cavata bene a non sfigurare davanti alla grandezza di chi li avrebbe seguiti, non lasciando però alcuna piena soddisfazione.

C’è da dire qualcosa riguardo l’Ippodromo le Capannelle, Roma, l’Italia da Bologna in giù. Rock in Roma, ne parlammo in salotto, fa bene a fare quello che fa. Il video di presentazione con gli hater e tutto il resto.

Non ce la possiamo prendere con nessuno se una band del calibro degli Haken fa fatica a riempire il sottopalco a Roma. Solo con noi stessi e con la cultura della musica.

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Julinko – Nèktar (2019)

Uno di quei progetti che non vedevi l’ora di vedere in giro, perché è troppo bello per non essere vero.

Trattasi di un particolare rock doom etereo che non può che inserirsi nel solco dei lavori maestosi e profondi di Chelsea Wolfe, che ha portato alla ribalta il genere che Giulia Parin Zecchin (visione dei Julinko) affronta oggi con il suo trio.

Questo Nèktar è un prezioso scrigno che racchiude 9 tracce di materiale viscoso nel quale immergersi lentamente.

Noise e voci sinfoniche mettono in chiaro un mood decadente e penitente, mentre il sapore new wave arrotonda le linee vocali e i ritmi implacabili aboliscono ogni cliché per inserirsi chirurgicamente nella nicchia di genere.

Servo realizza il sogno di ascoltare un pezzo di questo genere in italiano, con un effetto davvero eccezionale, e Spirit spazia da piacevoli momenti armonici a fondali noise ispirati. Nell’intro di Deadly Romance troviamo addirittura un accenno decisamente metal, con relativo gesto di approvazione per gli appassionati.

Insomma c’è molto in questa formazione italiana, che si fa meritatamente applaudire in tutta Europa e che segna con questo disco un momento importante di espressione musicale di genere.

Kungens Män – Chef (2019)

Gli Uomini del re vengono da Stoccolma, sono in giro dal 2012 e hanno sfornato una quantità di dischi che i King Gizzard & the Lizard Wizard al confronto sono dei principianti. Ventidue, stando agli archivi di Rate Your Music. Una valanga di note che ha radici ben salde nello space rock e nell’improvvisazione radicale, in quei territori dove la musica è un viaggio e un’esplorazione, dove è bello e sano giocare con i drone, gli effetti e l’ipnosi.

C’è di che perdersi, insomma, da qualsiasi punto la si approcci. Noi però, per renderla un poco più semplice (e perché ci interessa il qui e l’ora), la prendiamo dalla fine, da questo disco partorito poco più di un mese fa dalla benemerita etichetta inglese Riot Season. Un disco che trasuda rock e improvvisazione, composto da quattro lunghe jam (per circa quaranta minuti di durata) che partono calme ma poco rilassate, ricolme di quell’ansia sottotraccia che solitamente s’accompagna ai ronzii che si ripetono e si avvolgono, alle atmosfere cupe e alle ritmiche motorik (impressionante quella di Fyrkantig böjelse). Partono calme, si diceva, e poi esplodono in battaglie spaziali con raffiche di wah-wah (da brividi quelle ossessive di Öppen för stängda dörrar) e distorsioni. Oppure s’imbarcano da subito sulla navicella in tempesta, tuffandosi a capofitto con le chitarre cariche e affilate in un gorgo di rumori (Män med medel). Oppure, come nella traccia di chiusura Eftertankens blanka krankhet, inducono l’ipnosi con una linea di basso ripetuta fino allo sfinimento e ci costruiscono sopra edifici di melodie che profumano d’oriente.

Non è affatto un disco facile e immediato questo “Chef” (no, la cucina non c’entra nulla, chef significa «capo» in svedese), ma nemmeno un pippone aristocratico senza capo né coda. È un viaggio non previsto che richiede la giusta dose di attenzione (e se ci mettete la giusta dose di qualcos’altro non fate nessun danno), dal quale si esce felici e un po’ storditi.

Intervista a Petrolio – L+Esistenze

Il rumore come musica (e la musica come rumore) è qualcosa che non tutti colgono. Petrolio è un progetto nato da e nel noise, seppure il suo ideatore, Enrico Cerrato, ha un background metal, industrial, jazz e punk.
Tanti nomi e tante etichette affastellano la sua figura: Dio Drone, Toten Schwan Records, MaiMaiMai, Bologna Violenta, Uochi Toki, per dirne alcuni. E questa compositività si riflette nel disco L+Esistenze, nel quale c’è il contributo di vari artisti del panorama noise internazionale.
L’abbiamo intervistato per avere un varco informativo nel noise dei brani, che potete ascoltare sul suo bandcamp.

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Ascolti pesanti di Marzo: Downfall of Gaia – Ethic of Radical Finitude, cameraoscura – quod est inferius

Il primo ascolto pesante di questo mese è un album dell’outfit tedesca Downfall of Gaia, un post black metal che spinge il suo stiletto affilato nel profondo delle menti e trascina in una perturbazione dell’animo di 45 minuti. Graffiante, con pezzi lunghi, suoni ben calibrati ed un equilibrio praticamente perfetto tra ferocia e vento leggero. Un tuffo nell’abisso dell’individualismo, del tempo, della finitudine, del nichilismo codificato con il top degli stilemi del black metal “atmosferico”.

parafrasando la massima ermetica, “quod est inferius” indaga “ciò che è più in profondità” in maniera simile a quello che potrebbe essere un processo alchemico, attraverso la mescolanza e la trasmutazione di suoni disciolti e fusi insieme fino a divenire la manifestazione musicale di qualcosa che giace sepolto (non si sa dove) ma in attesa di emergere in tutta la sua potenza e caoticità. in un’oscura e putrescente “Nigredo” i suoni ribollono nel calderone alchemico (Atanor), fino ad acquisire forma e struttura dietro le quali si cela un’essenza che si manifesta in seguito a un percorso di ricerca e conoscenza (V.I.T.R.I.O.L.). essenza che non rifulge di aureo splendore bensì rimane nera, carica di una forza annichilente che si sprigiona in maniera (anti) catartica distruggendo (Attera), dissolvendo (Solve) fino all’ultimo, tonante battito del cuore di questa mostruosa chimera senza volto (Ultima Necat).

In questa camera oscura, con le pareti imbottite di ermetismo ed alchimia, c’è un delicato e pervasivo pulviscolo dark ambientale.
Qui la pesantezza non è quella del timbro, del pezzo, ma della sovrannaturale costruzione di una stanza intorno a noi, come se le mura cambiassero forma, assumessero connotati distopici, evocati dai suoni umidi, dai ritmi industriali e da colonne sonore orrorifiche. Questa stanza segreta, stupefacente e psichedelica, si attiva con ogni playback.

Release numero 100 dell’etichetta underground Toten Schwan Records, nichilista iconoclasta, orgogliosamente creative commons.

Dieci band hard rock di oggi alle quali i Greta Van Fleet possono al limite al limite allacciare le scarpe

Greta Van Fleet
Due GVF si stanno chiaramente abbassando per allacciare le scarpe a qualcuno

Pare che il mondo – be’, insomma: il mondo degli ascoltatori delle Virgin Radio di ogni latitudine – stia letteralmente impazzendo per i Greta Van Fleet, la hard rock band americana che si è fatta notare in questi ultimi due anni per… la sua pallida imitazione dei Led Zeppelin. È inutile andarci coi guanti di velluto, perché comunque la si giri, davvero, c’è poco altro da annotare sulla musica dei GVF. A meno che non si decida di essere veramente cattivi. Fatto sta, comunque, che questa palese inutilità artistica sembra aver allertato i «parrucconi» della Recording Academy e la band è finita in nomination come «Best New Artist» per i Grammys 2019, la cui cerimonia di premiazione si svolgerà dopodomani, 10 febbraio.

È da un po’ di tempo che mi capita di leggere o sentire cose del tipo «ok, sono uguali ai Led Zeppelin, ma almeno suonano cazzo», oppure «era tanto che non si ascoltava del buon rock», «dài, almeno fanno hard rock». È così forte e invadente, questa forma di pigrizia che inibisce persino le ricerche su google, youtube e spotify, che i santi tipi di Brooklyn Vegan hanno pensato di avvertire questi dispensatori di «almeno» del fatto che in giro esistono un sacco di band hard rock (almeno dieci) alle quali i Greta Van Fleet possono al limite al limite allacciare le scarpe. E sul serio, ne esistono davvero tante, tanto che il lavoro di chi intenda fornire alternative si rivela molto presto un lavoro di sottrazione: la fatica, cioè, non è trovarne almeno dieci, ma elencarne solo dieci. Ti trovi a dover scegliere e tagliare.

Ecco, il senso di questo post sta nel fatto che il sottoscritto, pur avendo condiviso le (giustissime) premesse di quel post, si è trovato male con le scelte e i tagli. In particolare, mi è parso che Sacher (l’autore dell’articolo) abbia stiracchiato un po’ troppo il concetto di hard rock: va benissimo archiviare gli anni Settanta, non possiamo portarceli eternamente come fardello, però se fai un articolo di questo tipo devi anche considerare il target al quale ti rivolgi. Dare in pasto a questo target Screaming Females e Hexvessel, per dire, è come cacciarli e ributtarli tra le braccia dei GVF. E allora ho pensato di buttar giù una lista alternativa, elencando dieci band moderne di hard rock «classico», qualsiasi cosa voglia dire questa definizione. Godetene!

All Them Witches: sciamani dello stoner rock di questo ultimo decennio, autori di un heavy psych dai decisi connotati blues, hanno affilato le armi disco dopo disco, dando vita a un desert (hard)rock dal forte impatto emotivo, arso dal sole, che si presenta oggi come una delle cose più convincenti in ambito hard & heavy. Se dovessi dire come suona l’hard rock alle soglie degli anni Venti del XXI secolo, farei il loro nome e metterei su i loro due recenti album Sleeping Through the War e ATW.


Clutch: attivi fin dall’inizio degli anni Novanta, hanno attraversato l’ultimo decennio del secolo scorso macinando uno stoner rock/metal durissimo e aggressivo, scrivendo una delle migliori pagine di quell’epopea. Poi hanno iniziato a incamerare blues e il loro suono si è addolcito e fatto più classico, pur mantenendo una forte aggressività di fondo. L’esempio migliore di questo «corso» è l’album Earth Rocker, del 2013.


Datura4: Dom Mariani è uno che ha qualche anno di esperienza, avendo militato in una quantità di storiche band power pop che viene il mal di testa a fare i conti. Un momento: power cosa? Sì, pop, ma qualche anno fa ha messo su i Datura4 e ha deciso di darsi al blues rock di matrice hard, cercando di riportare in vita la lezione dei santi Cream. È roba da maestri quello che potete ascoltare sui due dischi usciti ad oggi (Demon Blues e Hairy Mountain) adornato di melodie che più belle e memorabili era veramente difficile scriverne.


Dommengang: è bastato un disco di furiose jam (il primo, splendidamente intitolato Everybody’s Boogie), ai Dommengang, per capire dove andare a parare. E con il secondo lavoro, Love Jail, hanno asciugato il fiume di fuzz trovando il senso e le radici di tutto, un blues rock duro come la roccia e caldo come il soul: una cosa che sta da qualche parte tra i Free e gli Humble Pie, con un’anima da jam band e un impeto invidiabile, una sessione ritmica che schiaccia i sassi e una chitarra dalla voce forte, alta e riconoscibile.


Feral Ohms: l’hard rock come lo potevano concepire gli MC5 (hanno esordito con un live, Live in San Francisco, proprio come i cinque della Motor City), con un rock’n’roll che sa di punk a muovergli il culo e, nella fattispecie, con la chitarra dell’immenso Ethan Miller a scompigliarne i capelli. C’è un tiro che ricorda i Motorhead e il miglior punk’n’roll, ma la sostanza è hard, di pasta buonissima.


Fuzz: qui è quando il buon Ty Segall ha deciso, nel bulimico percorso del suo scrivere, registrare e pubblicare, che voleva farne uno (ad oggi due, Fuzz e II) veramente, ma veramente heavy. Ha messo insieme gli amici di sempre e ci ha dato dentro con il fuzz e i riffoni alla Black Sabbath, con un’attitudine garage che è come una valanga, tirando fuori una delle bellezze heavy più lucenti degli ultimi vent’anni.


Graveyard: svedesi, di Goteborg, sono la punta di diamante della scena hard rock di questo inizio millennio. Granitici e quadrati, ruvidi come carta vetrata, pesanti come quintali di piombo, psichedelici, soul, esploratori e originali – così tanto da far passare la voglia alle anime pigre – hanno già sulle spalle una manciata di album memorabili che fanno impallidire qualsiasi concorrente. Hisingen Blues e Lights Out i migliori.


Green Desert Water: loro sono spagnoli e hanno appena sfornato il loro disco d’esordio, il bellissimo Solar Plexus, che ci propone un hard rock dalle vene acide e dal tocco quasi stoner. È davvero un piacere ascoltare le costruzioni ardite e le evoluzioni mai banali del loro heavy psych. Una band che occorre seguire e sostenere.


Hot Lunch: l’hard rock con il fuoco al culo, o il punk-hardcore che si fa pesante, fate voi, ma comunque la pasta di cui sono fatti gli Hot Lunch è questa cosa qui. Un treno ad alta velocità fatto di riff grassi e ruggenti, stacchi da perdere il fiato e attitudine a fiumi. Trovate e mettete su il loro esordio omonimo del 2013 (la primavera dovrebbe portarci il loro secondo) e ditemi se i Greta non vi iniziano a sembrare una band da Zecchino d’oro.


Radio Moscow: figliastri di Hendrix, Blue Cheer, Randy Holden e Sir Lord Baltimore, sono autori di un hard rock fluido e psichedelico, portato alle stelle dal tocco magico e funambolico di uno dei migliori chitarristi in circolazione, tale Parker Griggs. Prendete Brain Cycles e The Great Escape of Leslie Magnafuzz e ne sarete sazi.

Top 10 Albums 2018 (Manuel Edition)

Anche quest’anno la Top 10 è venuta su quasi da sola, almeno per la maggior parte. Ci sono stati album davvero di riconoscibile eccellenza, come anche alcune perle meno conosciute.
Come di consueto ve la propongo, in rigoroso ordine sparso.

  • Harakiri For The Sky – Arson
  • A Perfect Circle – Eat The Elephant
  • Between The Buried And Me – Automata (I & II)
  • Polyphia – New Levels New Devils
  • Ihsahn – Ámr
  • Riverside – Wasteland
  • Eneferens – The Bleakness of Our Constant
  • Karg – Dornenvögel
  • Kingcrow – The Persistence
  • Thy Catafalque – Geometria