Ministri – Fidatevi (2018)

Tre anni fa ho “recensito” Cultura Generale, album dei Ministri caratterizzato dalla mancanza di post-produzione; un’occasione un po’ sprecata, secondo me, che mi ha portato ad ascoltare le tracce meno di quanto avrei dovuto – tranne Idioti, che ho comunque apprezzato tantissimo.

Come si sono mossi da allora? Sono cresciuti, hanno imparato dai loro errori? Cosa sanno? Conoscono le cose? Scopriamolo!

DISCLAIMER: Come ogni volta quelle che leggerete sono opinioni personali, non prendetevela troppo se i nostri gusti non corrispondono.

Guardandosi intorno, fidarsi è probabilmente la cosa più stupida che oggi si possa fare. Eppure, guardandoci indietro, ci rendiamo conto che tutto quello che veramente conta nelle nostre vite è stato costruito sulla fiducia – quella che abbiamo dato e quella che abbiamo ricevuto. Perciò Fidatevi – anche se vi tradiranno, anche se vi terrorizzeranno, anche se tecnicamente è un salto nel vuoto: ne vale la pena.

Questo è il testo che campeggia sul sito di presentazione dell’album (www.fidatevi.com), operazione di marketing simpatica che mi ha incuriosito circa un mese fa;

Sulla pagina Facebook dei Ministri è apparso un collegamento a questo URL, e raggiungendolo si trovava solo un form di contatto richiedente un indirizzo email sopra il quale si trovava solo la scritta “Fidatevi”.

Fidandomi ho inserito il mio e dopo qualche giorno ho ricevuto una “lettera” da parte dei Ministri che spiegavano come si stavano muovendo per l’ultimazione dell’album e ringraziavano per la fiducia.

Andiamo a vedere pezzo per pezzo questi 12 brani che compongono l’album, venduto in CD, Vinile o formato digitale.

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Somali Yacht Club – The Sea (2018)

Ultima release della formazione stoner che si fece notare nel 2014 con The Sun e torna ora con The Sea (che sia una trilogia?).

La band ucraina produce uno stoner che, specialmente in questo album, ha un gusto shoegaze, ambientale e prevalentemente strumentale.
I brani sono molto evocativi e si sentono distintamente influenze dal desert, in alcuni riff, e dal post-metal per la forma canzone ed i climax.

Brani da lunghi a molto lunghi (6′-12′) ma che si ascoltano con molta facilità e scorrevolezza, anche in un momento di relax.
Già la prima traccia Vero, introduce il sound e il grado, la cifra dell’album, che il gruppo riesce a non far calare fino alla fine dell’album, 50 minuti dopo.
Molto bella la progressione di 84 Days, che sfocia in un sound distorto e fuzzoso a cavallo tra l’estasi psichedelica e l’headbanging.

Ottima produzione, da ascoltare specialmente per chi è avvezzo al genere o, ancora meglio, per chi lo suona.

Collective Waste – Understairs VOL.3 (2018)

Understairs VOL.3 è il quarto album a produzione Collective Waste, completamente free e contenente sette gruppi indie.

Scaricatelo da Bandcamp (https://collectivewaste.bandcamp.com/album/understairs-vol-3)!

I brani sono stati tratti dai seguenti album, con il consenso dei rispettivi proprietari.

Adult Colour – Prom Set
(adultcolour.bandcamp.com/album/prom-set)

Blind Horse – Patagonia
(blindhorse70.bandcamp.com/album/patagonia)

Cacafogo – Four Compositions EP
(cacafogo.bandcamp.com/releases)

Conscious Pilot – Autopilot
(consciouspilotofficial.bandcamp.com/album/autopilot)

Möbius Strip – Möbius Strip
(mbiusstrip1.bandcamp.com/releases)

Vintage Love – Singles
(vintagelove.bandcamp.com)

Wilderness – Light After The First Dive
(wilderness-4.bandcamp.com/releases)

The Clearing Path – Watershed Between Firmament And The Realm of Hyperborea

Outfit italiana per I, Voidhanger Records in un album di avantgarde metal caotico e immerso nella nebbia.

Estetica ascetica e mistica che si sposa con un sound greve e progressivo, con ritmi schizofrenici per sbattere l’ascoltatore contro i muri prima di accompagnarlo a guardare verso il cielo.
Passaggi brutali fanno da peso ad una leva che vede dall’altra parte momenti di quiete relativa e celestiale. Il fulcro è fatto di timbri ben curati ed una visione certa del sound ricercato.

Unico appunto: non avrebbe fatto male una coerenza interna all’album per dare l’idea di una opera unica e solida.
Quello che fa piacere è che l’Italia si conferma patria prediletta del metal d’avanguardia ancora una volta.

 

King Gizzard And The Lizard Wizard – Flying Microtonal Banana

Gruppo balzato giustamente all’onore delle cronache musicali nel corso del 2017 dalla fertile Australia, seppur attivo dal 2010.

Un album che si merita la Top 10 2017 postuma per il carico eccellente di psichedelia, Tame Impala style, con un ritmo travolgente, liriche fantasmagoriche e nessun pezzo-fuffa a riempire il full-length di 9 tracce.

La formazione ha la particolarità di avere 2 batterie/percussioni, oltre a tutta una serie di strumenti analogici (armonica a bocca, flauti) oltre alle tipiche chitarre e sintetizzatori.
Si sono dati da fare nello scorso anno, pubblicando 5 album, di cui questo è probabilmente il più ispirato, forse anche perché registrato negli studi personali del gruppo. Quotando da wikipedia:

Originariamente concepito per essere suonato sul baglama (uno strumento musicale turco a corde con fregi mobili), è stato descritto come «una volante incursione nella musica microtonale».

L’album seguente, Polygondwanaland, distribuito in pubblico dominio, avrebbe bisogno di una discussione a parte già solo per questa scelta di apertura della propria musica ad un pubblico ascoltante che già oggi sceglie tantissimi metodi di supportare le proprie band preferite diversi dal pagare l’album.

Non posso fare altro che consigliarvi questo ascolto, con la quasi certezza che ne rimarrete ipnotizzati.

 

The Byrds – Fifth Dimension

Autore: The Byrds

Titolo Album: Fifth Dimension
Anno: 1966

Casa Discografica: Columbia Records
Genere musicale: folk rock, rock psichedelico

Voto: 9
Tipo: LP

Sito web: http://www.thebyrds.com/

Membri band:
Roger McGuinn – chitarra a 12 corde, voce
Gene Clark – tamburello, voce (tracce 7 e 9)
David Crosby – chitarra ritmica, voce
Chris Hillman – basso
Michael Clarke – batteria

Tracklist:
1. 5D (Fifth Dimension)
2. Wild Mountain Thyme
3. Mr. Spaceman
4. I See You
5. What’s Happening?!?!
6. I Come And Stand At Every Door
7. Eight Miles High
8. Hey Joe (Where You Gonna Go)
9. Captain Soul
10. John Riley
11. 2-4-2 Fox Trot (The Lear Jet Song)

Il terzo album di The Byrds, rispetto ai primi 2, è già un’altra storia. Non è esagerato dire che la psichedelia nasca proprio da qui. David Crosby mescola il suo animo anarchico e le sue trovate musicali geniali con le influenze jazzistiche di John Coltrane e della musica indiana e con il libero consumo delle droghe ed ecco che ne esce una nuova cultura musicale-sociale che ha in un certo tipo di ascolti e in un certo stile di vita i capisaldi. Detto così potrebbe sembrare azzardato o semplicistico, ma non lo è. Eight Miles High è di fatto una perla psichedelica e fonda un genere e una controcultura. Fu vietata da molte radio per la sua portata “proibita”. Di fatto scardina l’impianto melodico rassicurante e timeless di Crosby e Clark e si colloca nell’avanguardia musicale. Sonorità del tutto inedite, prima di allora non c’era mai stato nulla del genere. Che poi la ricerca sonora anarchica del caro genio Crosby come si sposa bene con la 12 corde di McGuinn, con il suo jingle janlge, e con le meravigliose armonizzazioni vocali dei 3 (Gene Clark era andato via durante la registrazione dell’album ma il suo contributo in questo brano è presente). Continua a leggere The Byrds – Fifth Dimension

Harakiri For The Sky – Arson (2018)

Nuova release degli austriaci che mi avevano già stupito con il loro III: Trauma  nel 2016, che fu tra i miei dischi preferiti di quell’anno, dedicandogli anche una puntata nella stagione 5 di Radio Waste.

Provvedono a dare il benvenuto al 2018 con questo nuovo album full-length che esordisce con un brano che si presenta da solo con titolo Fire Walk With Me dimostrando di aver preso ispirazione da uno degli eventi cinematografici di spicco del 2017. Continua a leggere Harakiri For The Sky – Arson (2018)

Top 10 Albums 2017 (Manuel Edition)

Non vedevo l’ora di pubblicare la mia consueta personale top 10 del 2017 perché quest’anno il lavoro di selezione è stato particolarmente facile.

Ci sono state delle uscite che già a pochi mesi dall’inizio dell’anno che si va ora a concludere erano ottime candidate per finire in questa selezione.
Come sempre specifico che non è una classifica e gli album sono presentati in ordine sparso.

Per i curiosi, eccovi anche le selezioni 2016 e 2015 .

Veniamo alle copertine:

Ed ecco i titoli, con relativi link alle recensioni fatte durante l’anno:

 

The Byrds – Turn! Turn! Turn!

Autore: The Byrds

Titolo Album: Turn! Turn! Turn!
Anno: 1965

Casa Discografica: Columbia Records
Genere musicale: folk rock

Voto: 8
Tipo: LP

Sito web: http://www.thebyrds.com/

Membri band:
Roger McGuinn – chitarra a 12 corde, voce
Gene Clark – tamburello, voce
David Crosby – chitarra ritmica, voce
Chris Hillman – basso
Michael Clarke – batteria

Tracklist:
1. Turn! Turn! Turn!
2. It Won’t Be Wrong
3. Set You Free This Time
4. Lay Down Your Weary Tune
5. He was A Friend Of Mine
6. The World Turns All Around Her
7. Satisfied Mind
8. If You’re Gone
9. The Times They Are A-Changin
10. Wait And See
11. Oh! Susannah

Crosby, McGuinn e Clark partoriscono il loro secondo lavoro. Sempre del 1965, come il precedente, il che testimonia il fervore creativo e rielaborativo della band. Ancora un mix di inediti, la maggior parte firmati da Gene Clark, e cover di Dylan e di qualche traditional. Ancora una vincente amalgama di folk rock ed easy-beat (siamo in piena “British Invasion”), con un pizzico di country. Ancora una volta una title track trascinante ed emblematica. Poco sembra essere cambiato rispetto al primo album, eppure l’evoluzione è tangibile. Nella maturazione compositiva, nello staccarsi dallo spirito originario delle cover che diventano sempre più personali e fluide, rese uniche dalla chitarra 12 corde di McGuinn e dalle colorate armonie vocali di Crosby e Clark. E nello sviluppo sempre più individuale delle 3 anime della band che funzionano così bene insieme ma che al contempo funzionano così maledettamente bene da sole. Chiaro segnale di dipartite, come quella imminente di Gene Clark che abbandonerà The Byrds dopo la pubblicazione dell’album avviandosi a una meravigliosa carriera solista. L’animo gentile e sognatore di Gene Clark, cresciuto in casa Byrds, necessitava di nuovi più o meno solitari lidi. Va via, ma senza prima aver lasciato un segno indelebile. Degli 11 brani che compongono l’album 3 sono a firma Clark: Set You Free This Time, If You’re Gone e The World Turns All Around There. Il primo è un pezzo che svela la sua maturazione compositiva. Set You Free This Time è il brano perfetto: la perfetta fusione del folk dylaniano con il beat e con il country-rock delle praterie americane. La ballad pop americana ante-licteram. 2 minuti e 48 di puro godimento per le orecchie. If You’re Gone è un easy-beat amaro e disincantato, sintomatico forse della sua prossima dipartita. The Words Turns All Around There è un altro brano molto gradevole, in cui le armonie vocali si fondono perfettamente con il ritmo beat e proto-pop. L’apporto creativo di Gene Clark è stato così fondamentale per The Byrds che ci viene legittimo chiederci come si sarebbero reinventati dopo la sua defezione. Le cover presenti nell’album sono ben 6. La monumentale title track Turn!Turn!Turn! è un riadattamento ad opera di McGuinn del traditional di origine biblica riportato in auge da Pete Seeger nella fase del folk revival. Potrebbe sembrare una nenia, una filastrocca che gira su se stessa. Ma è uno degli esperimenti di riadattamento e svecchiamento di traditional meglio riusciti. La melodia si fa trascinante, forte delle armonie vocali, e propositiva e piena di speranza. E di tutto questo in quella fase socio-storica ce n’era davvero bisogno. Lay Down Your Weary Tune è un rifacimento di un pezzo di Dylan. Molto bella, molto sincera, non si discosta troppo dall’originale ma la rende “as usally” più frizzante. Un onesto tributo alla grandezza del maestro. He Was A Friend Of Mine è un altro caso di traditional rimesso a nuovo da McGuinn. Siamo di fronte a un brano le cui origini si perdono quasi nella notte dei tempi, erroneamente attribuito a Dylan o Dave Van Ronk che in realtà ne fecero solo 2 bellissimi adattamenti trasponendone anche il significato in relazione all’uccisione di John Kennedy. La vera origine del brano è da ricercarsi nell’800. Ad ogni modo la rilettura di McGuinn è da brividi. Le solite meravigliose armonie vocali, il jingle jangle della sua 12 corde, quell’aria da country rock delle praterie, quella dolcezza che ne scandisce delicatamente il ritmo fanno quasi piangere. Anche in relazione al testo che parla di una grave perdita (di un amico, di un fratello, di un padre, di un presidente illuminato). Questo brano divenne un inno per la nascente generazione del Peace&Love ed è facile capirne il motivo. Uno dei punti più alti che il folk rock potesse raggiungere. Le altre 3 cover dell’album sono la dylaniana The Times They Are A-Changin, Satisfied Mind, che è un brano folk-country riadattato da un pezzo country-western degli anni ’50, e Oh! Susannah che è il brano-manifesto della tradizione americana il cui celebre riff di chitarra venne scritto nell’800 dal leggendario Stephen Foster. Infine ci sono Wait And See e It Won’t Be Wrong. Wait And See è un brano scritto a 4 mani da Crosby e McGuinn. Un brano spensierato e dal sapore vagamente country che anticipa la virata futura verso quel genere. It Won’t Be Wrong (McGuinn) è un brano che risente moltissimo dell’influenza britannica, molto easy-beat.

E poco prima che l’album venisse pubblicato nel dicembre del ’65, la coppia Crosby/McGuinn, nelle cui redini era rimasto il gruppo, già era di nuovo in fase creativa, gettando le basi di quella perla psichedelica che sarà Eight Miles High, ma questa è un’altra storia.

Sara Fabrizi