Dave Van Ronk, il folksinger incompreso nel ritratto dei fratelli Coen

dave van ronk“Se non è nuova e non invecchia mai allora è una canzone folk”. Una frase che la dice lunga su tutto un genere musicale e su un mondo, fatti di malinconie esistenziali e di guizzi rivoluzionari.

Mondo e genere americani fino al midollo, che dal centro America nascono, che ne incarnano sogni, tensioni, traguardi raggiunti, cocenti delusioni. Non doveva essere semplice per un singer e songwriter che si definiva folk ricavarsi un suo spazio, una propria peculiarità che lo rendesse unico e degno di segnare la storia di quel genere musicale nell’ambito del revival folk dei primi anni 60. Tutto questo mondo ruotava attorno al Greenwhich Village di New York, qui si esibivano o aspiravano ad esibirsi i folksinger in cerca di fortuna… Ma la fortuna di affermarsi ed incarnare, fino a personificare, il genere e l’epoca spettò a pochi. Ecco Bob Dylan ci riuscì alla grande. Sorte ben diversa spettò a Dave Van Ronk. Un giovanotto che sgomitava letteralmente per affermarsi sulla scena folk . Ne abbiamo un ritratto commovente dal film dei fratelli Coen “A proposito di Davis”. (“Inside Davis Llewyn”). Qui emerge la parabola circolare della sua vita, il suo partire da un punto e peregrinare per poi sempre a quel punto tornare senza che nulla sia effettivamente cambiato, senza che la svolta tanto auspicata sia avvenuta. La meta del suo viaggio da un locale all’altro del Village – e anche verso Chicago, in compagnia di Roland Turner, un orrido “ciclope” che ha la stazza di John Goodman – è insieme prosaica e utopica. Da un lato, Llewyn cerca qualche dollaro per sopravvivere. Dall’altro, insegue la perfezione artistica. Figlio di un marinaio, ed egli stesso marinaio, è certo che nella vita esista un’alternativa migliore e quella alternativa per lui è rappresentata dalla musica. In lei cerca l’autenticità, la perfezione, l’affermazione, la rivelazione, ma non l’avrà.. Vagabondando sui divani di amici poco più fortunati che lo ospitano e badando ad un micio rosso che guarda caso si chiama Ulisse consuma la sua parabola esistenziale circolare che lo porterà al punto di partenza. Si era partiti con l’immagine di Davis in un locale del Greenwhich Village che suona la chitarra e canta “Hang me” (Impiccatemi), vecchia canzone folk. Si conclude con l’immagine dell’esibizione di un giovane Bob Dylan che sta per esplodere e spazzar via eroi “minoritari” come Davis. Eroe che non ce l’ha fatta a sfondare, per una serie di fattori contingenti e per un’indole un po’ remissiva che lo votava all’anonimato quasi per definizione.. Eppure le qualità c’erano, belle le sue canzoni, belle le sue interpretazioni di pezzi storici. Ma non ce l’ha fatta. Credo sia la storia di tanti artisti e musicisti che non vengono baciati dalla fortuna, che restano in uno scenario underground, che continuano a fare musica ed amarla nella consapevolezza che forse nessuno li noterà e li ricorderà. Ma noi questi artisti vogliamo notarli e ricordarli, dandogli il peso e il riconoscimento che non hanno avuto, anche se l’atmosfera che li avvolge non è sfavillante e carica ma crepuscolare e malinconica come agli animi tormentati e incompresi si addice.
Sara Fabrizi

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