Freddy And The Panthoms: Decline Of The West

Autore: Freddy And The Panthoms

Titolo Album: Decline Of The West
Anno: 2017

Casa Discografica: Mighty Music / Target Group
Genere musicale: rock, blues rock, psychedelic

Voto: 8
Tipo: CD

Sito web: http://www.freddyandthephantoms.com/

Membri band:
Frederik Schnoor – Vocals, Guitars
Rune Hansen – Drums, Tamburines, Backing Vocals
Morten Rahm – Pedalsteel, Guitars
Mads Wilken – Bass, Backing Vocals
Anders Haahr – Organ, Backing Vocals

Tracklist:
1. Decline Of The West
2. Kentucky Killer
3. City Of Crime
4. Call Me The Creature
5. Behind The Curtain
6. The Last Cafè
7. Transition Blues
8. NYC 1965
9. Brownstone Badlands
10. The Wild Ones (Revisited)
11. Mr. Pig

Quando il Blues Rock soffia forte dalla Danimarca. Freddy And The Phantoms da Copenaghen con un mix di swampy blues, heavy desert rock, epic rock ballads. Nati nel 2010 e con all’attivo 4 album e live tour di impatto, si sono affermati subito come una delle blues rock band più amate in Danimarca e non solo. Grazie al respiro così internazionale del loro sound (sembrano americani nel midollo) e ai loro live show così intensi stanno conquistando un pubblico sempre più vasto. La loro quarta fatica, Decline Of The West, uscito per la label Mighty Music lo scorso aprile, è la summa di questa forte “danish attitude to blues”. Il titolo dell’album è piuttosto emblematico, alludendo ad una fase di declino, crisi e tramonto che sta attraversando la nostra civiltà occidentale. Ed è proprio durante la registrazione dell’album che è venuta fuori prepotentemente questa profezia in relazione soprattutto al clima di paura e terrore che sta segnando Europa e Stati Uniti portando a derive come la xenofobia che finisce col prevalere sui valori e sentimenti più umani come la solidarietà. Le 11 tracce di Decline Of The West trattano proprio queste tematiche con gli strumenti appropriatissimi del blues rock. Soprattutto il lato di sofferenza e dramma esistenziale, così caro al sostrato culturale che ha prodotto la madre di tutti i generi, è qui reso in maniera grandiosa ed intensa dando luogo ad una vera e propria odissea bluesy che si dipana lungo le 11 microstorie narrate nei brani. Un piglio quasi da concept album quindi che racchiude una varietà stilistica interessante, spaziando da rock ballads drammatiche, dove ho sentito forte l’eco di Neil Young, a pezzi tipicamente desert rock, dove è palese l’anima southern alla Lynyrd Skynyrd, a pezzi molto swamp blues, un po’ alla Creedence maniera, a pezzi più rockeggianti ed apparentemente più easy dove però l’impronta profonda e drammatica del blues non viene mai meno. La stessa title track è intrisa di queste atmosfere un po’ fumose che “insidiano” la leggerezza di un impianto tipicamente classic rock. Da segnalare il very rare special guest dell’ottava traccia, NYC 1965: trattasi del chitarrista americano Billy Cross, già session man di Bob Dylan, Link Wray, Meat Loaf. Questa preziosa collaborazione conferisce un’aura quasi di magia al già nostalgico rock’n’roll del brano. C’è un brano poi, la nona traccia, Brownstone Badlands, dove è forte l’impronta springsteeiana. E’ la tipica cavalcata rock alla Boss maniera: batteria portante e incalzante, molto spazio alle keyboards veloci e vivaci, chitarre energiche e positive. Un modo scanzonato di raccontare realtà non proprio facili e felici. Dicevo dell’eco di Young: c’è la settima traccia, Transition Blues, dove l’apertura è proprio Ohio per poi proseguire nei cardini delle chitarre acide del grande canadese ma lasciando spazio anche al veloce irish rock blues alla Rory Gallagher. Il set di influenze è composito e naturalmente in tema con il genere prescelto. La loro abilità sta, a mio parere, nell’aver saputo trattare temi drammaticamente attuali con le sonorità tipiche di un insieme di generi e micro-generi che da sempre hanno a cuore il lato sociale, e non solo individuale, delle vicende umane. Inscrivendo il tutto in una importante epopea blues che, pur non potendo offrire soluzioni facili ai problemi trattati, offre comunque uno spunto di riflessione e una chiave di lettura.

Sara Fabrizi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *