Io, i Fugazi e le corse spezzate

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Da un buon divulgatore ci si aspetta che conosca molto bene la materia in cui vuole introdurci. Con obiettivi decisamente più terreni, ho dato vita a una rubrica dove ho invece scelto di raccontarvi il mio rapporto con la musica, a partire dalla mia specifica, ombelicale e forse inutile esperienza personale. Per questo dopo Monk, viene il turno dei Fugazi. Personalmente, per ascolti più che per attitudine, io sto all’hardcore (anzi, post-hardcore come dice Wikipedia) come Stravinskij al downtempo. Ma tant’è. Se il jazz è la musica della libertà, il punk, in tutte le sue derivazioni, è un inno all’energia, cantato rabbiosamente.
Tutto comincia per colpa della corsa. È da qualche anno che, più o meno vestito, a seconda della stagione, esco di casa e inizio a correre come fanno tanti eredi inconsapevoli di Forrest Gump. Recentemente, la coincidenza non può essere casuale, ho tentato di sfidare il muro dei 10 chilometri. Mi piace credere che sia stato il mio corpo a chiedermi quella musica, anche se ridurre i Fugazi a musica da corridori, come scoprirete anche voi, è un’operazione intellettuale meritevole di linciaggio. Avevo ascoltato anni fa i Minor Threat, band punk statunitense, dal suono ultrapiatto, e dalle dinamiche esasperatamente incattivite  (non so cosa avevo ascoltato, né perché). Chiuso il capitolo, tornato nell’isola felice dove Lee Konitz e Stan Getz si scambiano assoli eleganti, ne parlai una sera con un amico, finendo a chiacchierare di straight edge, ovvero della filosofia di quei punk che non fanno uso di droghe, alcol, tabacco e sesso occasionale (non per forza in quest’ordine). Il nome viene da una canzone dei Minor Threat . Come al solito, per avere un’idea di cosa significhi ascoltate il brano. E occhio al testo.

Insomma, Straight Edge, dritti fino alla fine.
46 secondi bastano per esprimere un concetto rivoluzionario. Torniamo a noi.
La voce e chitarra dei Minor Threat e dei Fugazi è la stessa persona: Ian McKaye. La sua band e lui hanno una visione politica della musica molto importante per quello che cerco di dire tramite questa rubrica. Il loro controllo non si ferma a cosa e quando suonare ma arriva anche al dove, come e perché passando per politiche di prezzi (dei dischi e dei concerti) e una mentalità impostata nel verso opposto rispetto alla musica da pollame che ti può capitare, con un minimo di sfortuna, di ascoltare se accendi in questo momento la radio (sì, anche Virgin Radio) in Italia (forse non solo in Italia).
Un sacco di elucubrazioni che però non mi portavano a risolvere il mio bisogno di musica esplosiva. Ancora la faccenda delle porte. A me il punk non ha mai colpito decisamente, eppure anche lì, ad aspettarmi, c’era qualcosa per me. Dovevo solo trovare il canale giusto. Dentro il mio lettore MP3 finiscono i sette brani che segnano l’esordio dei Fugazi, (quelli dell’omonimo EP del 1988). Schiaccio play distratto e inizia la corsa. Fa freddo, arriva l’inverno e il sole si abbassa presto. Dopo un po’ arriva Bad Mouth. I primi 25 secondi sono fatti per coprire le grida dei fan nei live, o forse per allontanare tutti quelli che credono che il punk sia una musica ripetitiva (come me). Saltandoli, ci si trova di fronte a questo paio di versi:  “You can’t be what you were /So you better start being just what you are”. Uno schiaffo preso in pieno volto spezza il ritmo della corsa. Il testo è qui se volete leggerlo: http://goo.gl/1rfEM5.

Sono troppo onesto per un finale paraculo in cui me ne torno a casa dopo dieci minuti di corsa ad ascoltare il maggior numero possibile di cose dei Fugazi, ma non è lontano dalla realtà ammettere come questa canzone e questo EP mi abbiano costretto ad innamorarmi di nuovo di una musica e forse di un genere, che non hanno mai fatto parte dei miei codici. Testardamente provo a trovare anche qui quali siano le cose che abbiamo in comune io, i Fugazi e tutti voi. Mi viene in mente solo una vaga somiglianza tra punk e jazz. In tutti e due i generi molto è lecito. Ad ogni modo quell’EP, quello che ha interrotto la corsa intendo, comincia con Waiting Room. Non fatevelo raccontare.

“I am a patient boy
I wait, I wait, I wait, I wait
My time is water down a drain”

lecosecheabbiamoincomune

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